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''La Condizione Operaia'' (1951)

Lettura sul Lavoro IIIb a cura di Stefano Esengrini





«Il 4 dicembre del 1934, Simone Weil fu assunta come operaia presso le officine della società elettrica Alsthom di Parigi […]. Inizia così la fase sperimentale della sua ricerca sull’oppressione sociale che si protrarrà fino all’agosto dell’anno successivo […]. Ricerca dolorosa, per il corpo sottoposto a una prova durissima, e per il pensiero costretto a verificare fino in fondo lo stato di abbrutimento fisico e morale a cui gli operai erano ridotti, la loro piena soggezione a un meccanismo produttivo impenetrabile al pensiero» (Giancarlo Gaeta).


Esperienza della vita di fabbrica


Che l’uomo non solo sappia quel che fa; ma, se 
possibile, che ne percepisca l’uso, che percepisca la
 natura da lui modificata.                                          
Che per ciascuno il proprio lavoro sia un 
oggetto di contemplazione.                                        
 
 

        Tutte le serie di movimenti che partecipano della bellezza e che vengono compiuti senza degradare chi li compie racchiudono attimi di sosta brevi come i lampi, che fondano il segreto del ritmo e danno allo spettatore, anche attraverso l’estrema rapidità, l’impressione della lentezza. Il podista, nel momento in cui batte un record mondiale, sembra scivolare lentamente, mentre si vedono i mediocri corridori affannarsi alle sue spalle. Più un contadino falcia presto e bene, più coloro che lo guardano sentono che, come si dice così giustamente, egli “prende il tempo che ci vuole”. Lo spettacolo, invece, degli operai alle macchine è quasi sempre quello di una misera fretta dalla quale è assente ogni grazia ed ogni dignità. È naturale per l’uomo, e gli si addice, fermarsi quando ha fatto qualcosa, foss’anche lo spazio d’un attimo per prenderne coscienza, come Iddio nella Genesi; questo lampo di pensiero, di immobilità e di equilibrio, è quel che bisogna proprio imparare a sopprimere completamente, quando si lavora in una fabbrica. Gli operai alle macchine raggiungono la cadenza voluta solo se i gesti di un secondo si succedono in modo ininterrotto quasi come il tic-tac di un orologio senza che mai nulla indichi che qualcosa è finito e che qualcos’altro comincia. Quel tic-tac del quale non è possibile sopportare a lungo la tetra monotonia, essi devono quasi riprodurlo con i propri corpi. Questo ininterrotto concatenamento tende a far discendere in una sorta di sonno, ma bisogna sopportarlo senza dormire. Non è solo un supplizio; se ne venisse solo sofferenza, il male sarebbe minore di quel che è. Ogni azione umana esige un movente che fornisca l’energia necessaria per compierla ed essa è buona o cattiva a seconda che il movente sia elevato o basso. Per piegarsi alla sfibrante passività che l’officina pretende, bisogna cercare in se stessi dei moventi, perché non ci sono fruste né catene; fruste o catene renderebbero forse più facile la trasformazione. Le condizioni stesse del lavoro impediscono la possibilità d’intervento di altri moventi che non siano la paura dei rimproveri e del licenziamento, l’avido desiderio di guadagnare quattrini, e, in una certa misura, il piacere dei record di velocità. Tutto concorre a richiamare al pensiero questi moventi e a trasformarli in ossessione; non si fa mai appello a qualcosa di più elevato; e poi, per essere sufficientemente efficaci, devono diventare ossessivi. Mentre questi moventi occupano l’anima il pensiero si contrae su un punto del tempo per evitare la sofferenza e la coscienza si spegne, per quanto almeno lo consentano le necessità del lavoro. Una forza quasi irresistibile, paragonabile alla pesantezza, impedisce allora di avvertire la presenza d’altri esseri umani che soffrono, anch’essi, accanto a te; è quasi impossibile non diventare indifferenti e brutali come il sistema nel quale si è invischiati, e, reciprocamente, la brutalità del sistema è riflessa e resa sensibile dai gesti, dagli sguardi, dalle parole di chi ci sta intorno. Dopo una giornata passata così, un operaio si lamenta di una sola cosa, lamento che non giunge alle orecchie degli uomini estranei a quella condizione e che non direbbe loro nulla anche se vi giungesse: ho trovato lungo il tempo.

 






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