
Viaggio nel Mondo del Lavoro
Presentazione della Mostra Fotografica "Il lavoro dimenticato. Gli oggetti ed i luoghi" curata da Roberto Mutti .
di Roberto Mutti
Che cosa si nasconde fra le macerie di una vecchia fabbrica, sotto le campate di un capannone, in luoghi che un tempo erano caratterizzati da un grande fragore e ora sono attraversati da un silenzio spettrale?
Non sempre è facile rispondere perché questi luoghi, una volta dismessi, scompaiono letteralmente alla nostra vista: basta una porta murata, un cancello protetto da una catena, un muro perimetrale alto e ancora apparentemente robusto per relegare un mondo intero in una dimensione dove neppure la memoria può raggiungerla.
Oggi stiamo vivendo una fase storica di grande importanza perché l’evoluzione tecnologica ha reso obsoleti quei modi di produzione che un tempo avevano contribuito a modificare la vita di milioni di persone affascinate dalla rivoluzione industriale.
Così le fabbriche che trasformarono così radicalmente con la loro imponente presenza il paesaggio naturale e urbano, oggi vengono abbandonate, isolate, lasciate degradare prima di seguire un destino diverso: nella migliore delle ipotesi vengono ristrutturate e destinate ad altro scopo, nella più comune vengono abbattute per lasciare spazio ad altri edifici, piazze, giardini.
Ma che cosa c’è oltre i muri, al di là dei cancelli, dietro le finestre dai vetri spezzati? Ancora una volta è la fotografia – che fin dagli anni della sua invenzione a metà Ottocento aveva documentato con malcelata ammirazione ogni inaugurazione di tratto ferroviario, ogni nuovo ponte in ferro costruito per sfidare gli abissi, ogni macchinario in azione – a parlarci di quel mondo nell’era del suo tramonto.
Le immagini realizzate da Mauro Pomati non sono una documentazione, non ne hanno il rigore asettico né la completezza di indagine, ma molto di più perché parlano in modo anche emotivamente partecipato di situazioni e di sentimenti, di luoghi e di persone attraverso le tracce che questi hanno lasciato forse in attesa che qualcuno le scoprisse. Quello realizzato dal fotografo è un vero e proprio viaggio nel tempo e nello spazio grazie al quale possiamo entrare in un mondo dove il lavoro era anche un modo di essere, una visione del mondo, una cultura.
Questo perché, se appena si va oltre i primi passi, quando si incontrano i capannoni ormai vuoti, in altri spazi tutto è rimasto come al momento in cui l’ultimo operaio si è chiusa, forse con un po’ di commozione, la porta alle spalle.
Se non fosse per la polvere depositata sugli elmetti gialli di protezione, potrebbe sembrare che gli abiti da lavoro siano stati appesi per la pausa pranzo, ma molti altri sono gli indizi: un giubbotto lasciato nei bagni, l’armadietto con la porta aperta a rivelare, accanto alle pin-up ritagliate dai giornali e poi incollate, i tagliandi della sottoscrizione per L’Unità, una lavagna con le indicazioni in gesso delle destinazioni di chissà quali merci.
Ci sono angoli rimasti intatti come l’atrio che dà sugli uffici (quasi intatto: a guardar bene è scomparso il lampadario che ci immaginiamo sia stato di quelli in vetro e un po’ pretenziosi, a gocce) ma ce ne sono altri che quasi metaforicamente sono completamente distrutti, come testimonia una vecchia macchina da scrivere circondata dalle cartacce che un tempo erano l’archivio, la memoria storica dell’azienda. Sono i posti di lavoro che ancora ci raccontano la vita di allora
: un tornio con alla base i trucioli di ferro, il cartello che stabilisce gli obblighi cui sono tenuti gli operai e l’altro che sottolinea con orgoglio da quanti giorni non ci sono infortuni, l’indicazione quasi familiare a spegnere le luci inutili, l’archivio con le radiografie degli operai, i meccanismi dei grandi orologi verso cui intere generazioni di lavoratori avrà guardato con ansia, speranza, preoccupazione.
Per quanto si sia detto che la fabbrica era o poteva essere un ambiente ostile, ora che la si vede ormai inerte – il ventre del grande pesce in cui era finito Pinocchio, il relitto affondato di un antico galeone, la grotta delle leggende che contiene mille cunicoli – riesce a commuovere per quei tanti segni di vita che le appartengono: le foto accartocciate dei colleghi di lavoro applicate con le puntine su una parete, le bocche spalancate di due impastatrici che sembrano mortai puntati verso il cielo, la bicicletta appoggiata al muro vicina alla porta d’ingresso.
E’ ora di uscire, non sono passati molti anni, ma quelle fabbriche appartengono a un mondo inevitabilmente lontano che tuttavia ha ancora molto da insegnarci: la fatica del lavoro ma anche l’amore per la propria professione, la dignità di uomini e donne che hanno vissuto con parsimonia sognando per i figli un domani migliore, la sveglia la mattina presto con il freddo pungente addosso, le carrozze dei treni di terza classe che non ci sono più anche se una carrozza con i suoi sedili di legno e gli arredi essenziali compare nelle fotografie perché staziona accanto a una fabbrica. Ma su quei binari è ferma per sempre.
Roberto Mutti
(curatore della mostra "Il lavoro dimenticato : Gli oggetti ed i luoghi" - Foto di Mauro Pomati)


