Wikileaks, il Robin Hood dell’informazione
Assange è un ladro di notizie. Ci consegna la notizia nuda e cruda e sta a noi leggerla e interpretarla. Ci tratta da pari, da maggiorenni.
Se il medium è il messaggio, ogni medium produce contenuti propri, non
condivisibili con gli altri media. Sono migliori o peggiori rispetto ai
contenuti precedenti? Sono diversi e basta. Sono nuovi. Ogni volta che il nuovo
si afferma, bisogna passare attraverso una lunga fase di giustificazione e
penitenza. Bisogna motivare le proprie ragioni alla luce di una logica
precedente. Prendiamo un disco blu-ray e inseriamolo in un lettore dvd. Non
funziona. Questo non significa che non abbia valore. È un’altra cosa e ha
bisogno di un altro lettore.
Ogni volta che il nuovo si manifesta si trova ad affrontare la solita
argomentazione: “…ma non è compatibile con le regole attuali. Non è il vecchio,
o meglio, non corrisponde allo standard consacrato e convalidato”. Il nuovo non
è di destra. Ma non viene accettato neanche dall’opposizione. “Non è di
sinistra”. Wikileaks è il nuovo che aspettavamo su Internet. Ma la stampa
tradizionale sta facendo muro. “Non è giornalismo”. Del giornalismo non applica
le regole. Non controlla le fonti. Non le rivela. Non è trasparente. Non
giustifica i finanziamenti di cui dispone. Non concede la par condicio
all’avversario.
Per esempio, se le rivelazioni attuali riguardano il governo degli Stati Uniti
e i suoi alleati occidentali, Wikileaks dovrebbe divulgare altrettanto
materiale di paesi emergenti e ostili come la Cina. Di chi fa il gioco?
Manca poi totalmente un filtro critico. Cosa significano i documenti divulgati?
In realtà non comunicano molto di nuovo rispetto alle inchieste giornalistiche
precedenti. Con una differenza fondamentale. I fondi giornalistici erano
intuizioni, elaborazioni dell’autore dell’editoriale. I documenti di Wikileaks
sono, appunto, documenti. Quindi fatti, nella loro brutale oggettività.
Si è detto che sono pettegolezzi, illazioni, commenti soggettivi. Come tali
inessenziali e inesatti. Ma il materiale può essere di natura diversa. I
filmati sulla guerra in Iraq erano documenti. Il lotto attuale di dispacci e
comunicazioni tra ambasciate rasenta il pettegolezzo, ma può essere essenziale
per comprendere cosa pensino i governi gli uni degli altri e in particolare
cosa pensi il governo degli Usa sul resto del mondo.
Per riferirci alla realtà italiana, non è importante che Berlusconi
partecipasse realmente ai festini o avesse con Putin un rapporto che sfocia nel
conflitto di interesse. Queste cose erano già note a chi legge i giornali. È
importante capire cosa gli Usa pensassero di noi, mentre la propaganda del
governo avallava il mito dell’amicizia tra Italia e America. Nessun commento e
nessuna propaganda può sostituirsi a un dispaccio di agenzia. Il resto è
ideologia. Il documento è materia, realtà effettuale, prova reale, anche quando
non è oggettivo, anche quando non dice il vero. Non ci dice, in questo caso,
come sono andate realmente le cose. Ci dice cosa pensavano realmente gli Stati
Uniti di noi sotto la patina ipocrita della diplomazia. E in questo contesto è
quello che conta.
Un altro problema riguarda la credibilità dell’autore. Assange è un hacker,
senza fissa dimora, inseguito dalla giustizia internazionale per un’accusa di
stupro. Fino a che punto è credibile? In realtà anche queste preoccupazioni
sono inessenziali. Assange non è l’autore dei dispacci. Nel materiale divulgato
non c’è una riga di suo. Potrebbe essere un mostro, un impostore, un agente
segreto delle potenze emergenti. Questo non sposta di una riga la credibilità
del materiale che gli interessati non hanno potuto smentire. Se poi dovessimo
aspettare di avere notizie anche dalla Cina, prima di pubblicare le notizie
sull’Occidente, finiremmo nel silenzio e nella afasia. La notizia è qui e ora.
Si pubblica quello che c’è. Se oggi c’è fegato, o si salta il pranzo, o si
cucina quel fegato con le cipolle.
Assange è il nuovo nell’informazione. È un hacker, non un giornalista. È
l’icona dell’informazione di Internet, mentre gli si contesta di non rispettare
le regole della stampa. La stampa ha prodotto, nell’ambito dell’informazione,
il giornalismo. Il giornalismo controlla le sue fonti, rispetta la par
condicio, cerca la trasparenza della notizia. Ma è soprattutto commento,
lettura e stravolgimento dei fatti e dei materiali. Considera il lettore un
minorenne a cui i fatti devono essere presentati in una certa luce, dopo un
rigoroso vaglio critico.
Assange è un ladro di notizie. Ci consegna la notizia nuda e cruda e sta a noi
leggerla e interpretarla. Ci tratta da pari, da maggiorenni. Potremmo dire che
l’utente raggiunge con Wikileaks la sua maturità: ha un rapporto diretto con i
materiali segreti o semplicemente riservati. È da quando c’è Internet che
aspettavamo Wikileaks. Internet nasce con il mito della controinformazione. C’è
un’utopia legata all’avvento delle nuove tecnologie. Tutti possono contribuire
con i loro mezzi alla registrazione delle notizie. Spesso la ragion di stato,
la versione ufficiale, è stata smentita da un filmato catturato con un
cellulare o con una cinepresa amatoriale, come al G8 di Genova.
Viceversa la Rete
è vissuta dal suo pubblico come una fonte inesauribile di notizie: alte e
basse, buone o cattive, vere o verificabili. È il mito della
controinformazione: l’informazione non più gestita da centri di potere o di
opinione, i fatti sono alla portata di tutti. Wikileaks c’era già in potenza
quando un sito così ancora mancava. I siti alternativi sono stati in questi anni
deludenti, fonti di gossip o di notizie, ma frantumate, disperse, da
ricostituire e ricostruire. Mancava l’onda d’urto, l’abbondanza di mezzi e di
materiali che solo Wikileaks ha introdotto.
Forse mancavano i mezzi materiali per contrapporre alle fonti tradizionali di
informazione, una fonte altrettanto forte sul piano economico. Finito il
periodo del servizio pubblico televisivo in Europa, l’informazione, sul modello
americano, è sempre più in mano ai grandi gruppi editoriali che hanno i mezzi
economici per gestirla. Il risultato è un’informazione di parte, orientata
politicamente e ideologicamente, ma, soprattutto, dominata dall’idea del
profitto e dal diritto d’autore. Oggi andare al cinema significa anche sorbirsi
una schermata che invita alla delazione del vicino di sedia, qualora infranga
le regole del diritto d’autore, registrando con mezzi impropri, spezzoni audio
e video, del film in programma.
Oggi l’informazione è tutelata dal diritto d’autore ed è un prodotto d’autore.
C’è un autore, un testimonial che legge e commenta per noi le notizie, che ce
ne consegna la visione corretta o rettificata, che considera il suo pubblico
incapace di leggere e orientarsi da solo. Questo è il giornalismo come noi lo
concepiamo. Ma Internet è un’altra cosa, un elenco, un ripostiglio di notizie a
cui accedere in maniera diretta e senza filtri.
Il sito Wikileaks è il frutto di un furto, la condivisione di un bottino
mediatico. L’hacker è Robin Hood della nostra epoca. Ruba l’informazione per
farne patrimonio comune. In quanto ai finanziamenti, la zona opaca di
Wikileaks, sembra che Assange sia finanziato da una fondazione tedesca
intitolata a un famoso hacker morto. Un hacker finanziato da un hacker, per
combattere i nemici di Internet: il diritto d’autore, i segreti di Stato,
l’asimmetria nel controllo delle notizie.
da il Fatto Quotidiano, 10 dicembre 2010

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