Strumenti personali
mercato orient1

Vivere (bene) al minimo - Imparare a vivere come ieri

Crisi e caro-petrolio ridimensionano le nostre aspettative. E ci impongono il ritorno allo stile di vita di ieri.

Siamo frazioni di Pil. Funzioniamo a petrolio. Ora che il prodotto interno lordo si e' bloccato e che il petrolio sale alle stelle, la nostra vita va in bancarotta. è l' equazione che non ci fa più dormire, da quando la fine dell' ipnosi collettiva - del denaro in plastica, dei debiti immateriali, dello sviluppo perpetuo, della speculazione infinita, dei mutui in saldo, del frigo pieno, dell' inflazione vuota - ci ha svegliato dal sonno delle aspettative crescenti. Vivremo (per necessità) la vita di ieri. Accettando un po' meno per tutti. Riscoprendo la lentezza come valore in sé, non solo per incrementare il risparmio energetico. Come il traghetto Scorpio, che fino a ieri correva in tre ore e mezza, a quaranta nodi, sulla linea Livorno-Olbia. E che oggi scivola in sei ore, a venticinque nodi, non più "super veloce", come recitava la pubblicità, sull' identica rotta, ma con una filosofia capovolta: godetevi il viaggio.
Il G8 a Toyako pianta alberi e centrali nucleari, senza sospettare l' ossimoro, né immaginare una strategia per fermare la crisi planetaria, generata (anche) da immense speculazioni finanziarie che muovono capitali transnazionali con un solo impulso digitale. E nelle stesse ore, in Italia, Confesercenti comunica che in meno di tre mesi, hanno chiuso tredicimila piccoli esercizi commerciali. C' è relazione? Le azioni della General Motors sono scese fino a dieci dollari, lo stesso prezzo del 1955. American Airlines sta licenziando migliaia di dipendenti. Starbucks ha appena chiuso seicentocinquanta caffé. E qui da noi i Comuni più grandi, da Milano a Torino, a Bologna a Genova, spediscono agli autisti dei mezzi pubblici un vademecum per «uno stile di guida più confortevole», cioè a dire meno aggressivo, per rosicchiare un risparmio del quattro per cento. C' è relazione? Il regno della Barclays Bank vacilla in Gran Bretagna. Si salva con una iniezione di nove miliardi di dollari da investitori di Cina, Singapore e Paesi arabi. Il debito estero degli Stati Uniti, che ha raggiunto la cifra stratosferica di novemila miliardi dollari, è per metà sottoscritto dai Paesi asiatici. Mentre il debito dei cittadini americani con le proprie carte di credito, supera quello che il Terzo Mondo ha contratto con il Primo. Quel modello di vita e di consumi che sembrava razionale, si rivela irragionevole. Ci ha trasformato in vittime di un pensiero magico che fonda le identità sulle apparenze e il possesso di cose in gran parte inutili. Nutre il cuore di oggetti. Nutre il cuore di desideri. Nutre il cuore di frustrazioni. E placa le vanità con l' omeopatia delle mode. Sarà magari una coincidenza, ma da noi il nuovo ministro dell' Istruzione, Mariastella Gelmini, annuncia il prossimo ritorno dei grembiuli a scuola. Perché sono pratici, egualitari, e specialmente «fermano la gara delle griffe». L' Istat comunica che i consumi in Italia si sono fermati. Anzi arretrano in quantità e qualità. Non accadeva da sei anni. E da molti di più in un quadro economico così negativo. I dati ci informano che mangiamo meno carne rossa, meno pesce, in compenso compriamo più polli e più uova. Spendiamo meno in vestiti e meno in scarpe. Ci teniamo distanti dalle marche più pubblicizzate. Destiniamo sempre più attenzione ai prezzi, e sempre meno alla qualità. Affolliamo gli hard discount, i centri commerciali, gli outlet. Fotografie sociali inquadrano pensionati, ma ormai anche giovani coppie, tra le bancarelle dei mercati, verso l' ora di chiusura, quando si compra a metà prezzo. Osservatori, magari un po' troppo precipitosi, dicono che «cominciamo ad assomigliare all' Italia degli anni Cinquanta», pochi consumi, salari smagriti, inflazione in agguato. Insicurezza. Persino una nuova "tessera del pane" per i più poveri, anche se in versione plastificata. Come se fossimo tutti precipitati in un passato che adesso ci declinerà al futuro. La Rete - che è poi lo specchio di differenti generazioni di ceto medio - registra ansia e desideri frustrati. Probabile che non avremo mai più un lavoro migliore dei nostri padri. Né altrettante sicurezze di stabilità, compresa quella del tempo libero. Né lo stesso diritto alla salute, e naturalmente ossigeno da respirare, luoghi da scoprire, sogni eccentrici da immaginare. Stiamo finendo di bruciare quel che resta del Pianeta. Noi siamo in quella fiamma. L' aria condizionata americana sta andando fuori uso. Calcolano che la voragine dei subprime abbia generato un buco da 1.400 miliardi di dollari. Meno di un terzo sono stati coperti dalle banche statunitensi coinvolte. Il resto viaggia da un anno come una bolla di idrogeno fuori controllo nel fuoco perpetuo del denaro globale. Stiamo parlando di un potenziale esplosivo da mille miliardi di dollari. Qualcosa di più di quel celebre battito d' ali di farfalla che generando vento su una costa dell' economia globale, scatenerà il tifone nel Golfo del Tonchino. E la sua risacca proprio davanti a casa nostra. Era dai tempi in bianco e nero dell' austerity che le molte superfici di vita italiana - le strade, le piazze, i rotocalchi, la sequenza dei consumi esibita nei telegiornali - non venivano sterilizzate nel fermo immagine dell' imminente precipizio. Era l' autunno del 1973. Il vento veniva dalle alture del Golan e lungo il Sinai dove i carri israeliani avevano appena inchiodato e poi respinto le armate dell' Egitto e della Siria. I Paesi arabi a novembre chiusero il rubinetto dei pozzi e il petrolio schizzò da sette a trentatré dollari al barile. Fu l' inizio di una nuova era. Il panico di tutte le economie nazionali d' Occidente, in Italia si arricchì di molti scongiuri, impreparazione ai rimedi, e del solito teatro in pubblico. Producendo - oltre allo shock delle banche e dei bilanci più fragili e dei fallimenti a catena - un nuovo folclore della crisi. Il quale schierava non solo apprensione e biciclette, ma pure pattini, cavalli, carrozze d' altri tempi, capaci di arredare come una festa della creatività nazionale le prime domeniche a piedi. E contrastare gli spettri che la crisi generava, azzerando i consumi e la luce, con un po' di autarchia e il fatalismo di Eduardo, ha da passà 'a nuttata. Anche se dietro al sipario, le città spegnevano davvero i propri generatori, addio lampioni e insegne. Chiusi i bar, i ristoranti e i cinema dopo le ventitré. Anticipato di mezzora persino il telegiornale del primo canale, alle ore venti. E gli economisti sapevano bene che "la nuttata" sarebbe durata almeno un decennio di feroci ristrutturazioni industriali, tagli, riconversioni, con tutte le conseguenze sociali del caso. E oggi? Oggi con il petrolio che corre verso i fatidici duecento dollari a barile (entro un anno, dicono gli esperiti) tornano gli stessi spettri, ma dentro a un pianeta nel frattempo diventato piccolo quanto un unico condominio. Con molta più anidride carbonica in circolo. Molto meno ghiaccio ai Poli. E due colossi appena nati, l' India e la Cina, che funzionano come idrovore globali, trasformando non solo il petrolio, ma anche i territori d' Africa e Brasile in energia. L' energia in merci a basso prezzo. I prezzi in permanente conquista dei mercati. Tutto secondo quelle stesse leggi del capitalismo perfetto che sembravano la nostra chiave di volta e che adesso sono la serratura che ci imprigiona. Siamo, secondo Ulrick Beck, dentro la società del rischio e dell' incertezza. Galleggiamo nella modernità liquida descritta da Zygmund Bauman, dove diventano sfuggenti, perché fluidi, i punti cardine di una solidità perduta, il lavoro, la comunità, l' idea di progresso perpetuo, l' identità col proprio territorio che un tempo ci garantiva dalla paura e dalla solitudine. Ci aspetta lo sciame sismico lungo i dirupi del ceto medio. E siamo alla prima crisi della generazione Low Cost, quella che in una manciata di anni ha imparato a volare easyJet. A mangiare McDonald. A vestire Zara. A arredare Ikea. A declinare consumi e stile di vita in quell' anello globale dove stanno approdando altre moltitudini decise a occupare lo spazio volatile delle offerte (sempre) speciali e last minute. Da noi, dove una famiglia su due vive al di sotto dei ventisei mila euro l' anno, si allarga quel gruppo sociale che convive con l' incognita della quarta settimana. Ma anche quello appena successivo, che scala il fine mese, arriva in vetta, ma con zero euro nello zaino. Solamente nell' ultimo anno la bolletta di luce e gas è aumentata tre volte, per un totale di 190 euro. Mentre in sei anni - secondo la Banca d' Italia - gli stipendi dei lavoratori dipendenti sono cresciuti in termini reali dello 0,96 per cento. Per la Camera di commercio di Milano la soglia per una «accettabile sopravivenza» è salita a 1.400 euro mensili per un single, a 2.151 euro per una coppia. Cala di un terzo a Palermo. Ma è in fragile attesa del prossimo rincaro dei mutui. Nascono contromisure. Come quella, anche pittoresca, degli orti di guerra - la guerra è ai prezzi, con trincee più colorate di quelle vere - che rivivono nelle grandi città e si moltiplicano in provincia. Fazzoletti di terra un tempo abbandonati, magari quelli vicini alla ferrovia, coltivati a ortaggi stagionali. Trasformando quel passatempo da pensionati con il cortile non solo in una nuova integrazione di pomodori e zucchine all' economia familiare. Ma anche in un modo di coltivare, magari in un solo centimetro quadrato di libertà, quel vecchio seme sociale dell' autosussistenza. Nascono contromisure. Come il deflusso dalle grandi città. Che integra la necessità, con l' avventura di nuovi lavori, la riduzione dei consumi, il rallentamento dei ritmi di vita, e il piacere di un tramonto non esistenziale. E che finisce per alimentare nuovi mercati. Come quello della casa ecologica. Che è un gesto. Una intenzione di vita più in armonia. E non solo la buona idea finalizzata al risparmio energetico, grazie ai materiali in fibre vegetali, ai soffitti coinbentati, ai doppi vetri, all' uso intensivo di energie rinnovabili. è un mercato che secondo l' Enea oggi vale tre miliardi di euro. è destinato a moltiplicarsi nei prossimi decenni. E a diventare un elemento strutturale della nuova era che ci aspetta. Perché se mai esiste una via d' uscita dalla crisi che ci sta mandando in malora il futuro, sta in quel cambio di sguardo. Di consapevolezza. Di prospettiva. Dice Serge Latouche che la società «è diventata una megamacchina, della quale noi siamo un frammento». La megamacchina si è inceppata. Va alla deriva. Non è poi detto che la nuova rotta, intrapresa per allarme o sfinimento, conduca necessariamente al fallimento. E che rallentare la nostra corsa, che oggi ci toglie il fiato, non sia anche un nuovo modo di andare avanti.

da http://www.repubblica.it — 13 luglio 2008

Azioni sul documento