Vivere ai livelli attuali? Serviranno tre Terre
Partha Dasgupta : I modelli economici raramente tengono conto della terza variabile. C'è il capitale, c'è il lavoro, ma la Terra viene in genere dimenticata.
«I modelli economici raramente tengono conto della terza
variabile. C'è il capitale, c'è il lavoro, ma la Terra viene in genere
dimenticata. Ora, se pensiamo di trasferire così come sono i nostri modelli
economici al 2050, quando la popolazione ci dicono i demografi raggiungerà il
picco di 9, forse 9 miliardi e mezzo di uomini e donne, ci sbagliamo di
grosso».
Partha Dasgupta, sir Partha dal 2002 quando la regina lo ha insignito del
titolo «per meriti nella disciplina economica», ha creato a Cambridge, dove ha
studiato e dove insegna, una robusta scuola che coniuga economia, ambiente e
sviluppo. Era nei giorni scorsi a Milano dove ha tenuto una conferenza su
Risparmi per il futuro (Saving for the future) su invito della Fondazione
Mattei.
Nato 67 anni fa a Dhaka, allora India e oggi Bangladesh, ha anche insegnato
filosofia a Stanford, negli Stati Uniti. E insieme a una solida base
matematica, un biglietto da visita da mezzo secolo inevitabile fra gli
economisti, ha mantenuto un approccio che sposa econometria, quanto di più
concreto e numerico esista nella disciplina, e pensiero, risposta ai quesiti
eterni. Ha raggiunto i vertici della professione, presidente della Royal
economic society prima e poi della European economic association.
L'economia aiuta a renderci conto di quanto possiamo dire su problemi che si
riveleranno davvero solo in un futuro lontano, ricorda spesso Dasgupta, che ha
scritto saggi importanti su sviluppo e ambiente, povertà e ambiente, e un
libretto efficacissimo, dove raccoglie la summa del suo pensiero economico,
Economics. A very short introduction (traduzione italiana Economia, Una breve
introduzione, edizioni Vita e Pensiero). «Ora, quando la Terra avrà raggiunto il
massimo della popolazione, la ricchezza prodotta ogni anno cioè il prodotto
interno lordo, dovrebbe essere - se manteniamo gli stessi ritmi di crescita e
se vogliamo il pieno impiego - tre, quattro volte superiore a oggi. Potrà
razionalmente accadere? Non credo. Certamente l'ambiente e le risorse della
Terra, per quanto l'ingegnosità umana possa essere eccezionale, non lo
consentiranno».
«Il problema quindi è chiaro, anche se non semplice - conclude Dasgupta -. Sarà
necessario prendere atto di un decoupling tra produzione e lavoro, perché non
tutti potranno lavorare a pieno ritmo, con i livelli di produzione ai quali
siamo abituati. È per l'economia un terreno ignoto. Ma occorre porsi il
problema».
Partha Dasgupta appartiene a quella scuola di economisti, vicino in questo a
Joe Stiglitz, Amarthya Sen e a una crescente minoranza - sempre meno convinti
che il Prodotto interno lordo sia la migliore misura della crescita economica.
«Se dico che oggi il Pil è superiore del 5% rispetto a una data passata, sembra
un notevole progresso. Ma quale è quella data? Vicinissima, tre anni, quattro
al massimo. Vivevamo così male quattro anni fa? No, più o meno come oggi.
Allora, il Pil è affidabile, riflette qualcosa di reale fino in fondo, oppure è
una misura parziale e imprecisa?»
In un momento di passaggio della teoria economica, scottata dalla profonda
crisi della finanza e dei modelli che l'hanno favorita, economisti come
Dasgupta hanno una percezione più lucida, sostiene Bernardo Bortolotti,
economista e direttore della Fondazione Mattei. «Dasgupata ha i vantaggi di un
profilo misto in un momento di cambio di paradigma. Un economista di prima
grandezza, che ha usato e sa usare tutti gli attrezzi del mestiere, ma anche
guardare oltre l'orizzonte. Mentre la professione sta riflettendo, dopo gli
scossoni della crisi finanziaria, è una carta in più».
Di carte in più il professor Dasgupta ne ha almeno due: la prima, che condivide
con altri, asiatici soprattutto, è quella di essere a casa sua sia nel mondo di
origine, quello asiatico nel suo caso, che a Cambridge, Stanford e in tutto
l'universo accademico occidentale. L'altra è quella di non avere mai fatto
parte, nonostante gli studi matematici, della numerossisima scuola che a un
certo punto ha cercato di interpretare il passato e purtroppo anche il futuro
dell'economia sull'unica scorta di eleganti logaritmi. Per ritrovarsi poi a
dire, come continua a fare il massimo practitioner di questa scuola, l'ex
governatore della Federal reserve Alan Greenspan, che la tempesta sui mercati è
stata un fatto a cadenza secolare, più o meno, imprevisto e imprevedibile
perché i modelli avevano lasciato scoperto proprio quello spazio, piccolo, nel
quale la crisi si è infilata. Come se un pilota si giustificasse con le
deficienze del pilota automatico dopo un atterraggio senza carrello. Ma chi era
ai comandi?
«Gli Stati Uniti hanno ricevuto il colpo più duro, il Regno Unito segue perché
è sempre sulla scia americana, magari con dieci anni di ritardo. Mentre
l'Europa continentale, ugualmente colpita, ha però nelle sue infinite diversità
una risorsa - dice Dasgupta - che potrebbe in futuro essere preziosa.»
Oggi l'evoluzione del pensiero economico, orfano dei mercati razionali che
razionali non sono, si fonde con l'evoluzione dell'economia. Cambiano entrambi
contemporaneamente. E guardando a un futuro non lontano, ma pur sempre oltre
l'orizzonte, Dasgupta ritiene che sarà l'Europa a poter offrire le risposte più
adeguate. «Negli Stati Uniti non sarà facile abbandonare una concezione in cui
il Pil è dominante, se non totalizzante. In Europa invece vedo assai più spazi
di innovazione, perché culture assolutamente di mercato convivono da sempre con
culture più sociali. E questo secondo me sarà una forza quando si presenterà,
inevitabilmente, un nuovo rapporto tra produzione e lavoro».
È stata l'Asia, soprattutto, a fornire negli ultimi 20 anni quel miliardo in più di lavoratori del sistema industraile che ha cambiato i flussi commerciali e finanziari, e sarà l'Asia soprattutto a determinare più di altri quel mondo fatto da un diverso rapporto tra produzione e lavoro che Dasgupta intravede. Ma sarà l'Europa a coniugare il nuovo paradigma. Come? «Non lo so. Ma credo che sarà impossibile produrre come oggi con un 50% della popolazione mondiale in più. Dell'Europa mi interessano molto le differenze interne, credo che il movimento cooperativo, in senso lato, potrà fornire spunti interessanti. Ci saranno meno risorse naturali per tutti, e l'Europa che ne ha meno di altri continenti sarà all'avanguardia nell'affrontare il mondo di domani. Ma credo proprio che il nocciolo della questione, per l'economia di domani, sarà come allentare il nodo tra Pil e occupazione. E un'area meno omogenea di altre, come l'Europa, ha più opportunità di fornire la risposta giusta e compatibile».
www.ilsole24ore.com/ 3 ottobre 2009

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