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Vico e la "Scienza nuova". Il salto nel moderno

Il filosofo ai suoi tempi fu ignorato. Lo riscoprì tanto tempo dopo Benedetto Croce .

 

 

Nella casa paterna erano otto tra fratelli e sorelle; quando prese moglie erano altri otto e lui fece di tutto: lettore per pochi soldi all´Università, precettore in famiglie che se lo potevano permettere, scrittore a pagamento di discorsi, madrigali e orazioni per matrimoni e funerali. Fece di tutto, ma soprattutto studiò. Tra un´occupazione e l´altra, di giorno e di notte rubando il tempo al sonno. Questo fu Giambattista Vico, che ai suoi tempi fu ignorato dalla cultura italiana. Conobbero le sue opere Goethe e pochissimi altri. Lo riscoprì tanto tempo dopo Benedetto Croce, che molto gli dovette e che ne diffuse la fama nella classe colta del paese e in particolare nel Mezzogiorno.

 

All´estero nessuno se ne accorse; soltanto da pochissimi anni la sua filosofia ha suscitato l´attenzione di una cerchia di studiosi in alcune università americane. Speriamo che si diffonda di più perché può rassodare il pragmatismo anglosassone innestando su quel pensiero elementi di storicismo che possono evitare oscillazioni troppo frequenti e brusche che rendono fragile quella cultura ormai diffusa in tutto il pianeta. Il contributo del Vico al pensiero filosofico moderno è stato appunto quello del pensiero storico. Ma non tutti sanno da dove partì e come arrivò alla creazione della sua Scienza Nuova, l´opera più significativa di cui pubblicò la prima stesura nel 1725.

 

Partì da Cartesio, dal "cogito ergo sum", la costituzione dell´io come base della conoscenza e dell´esistenza del soggetto. Vico, come racconta nella sua Autobiografia, rimase ammirato dal sapere filosofico di Descartes, da quella figura psichica che dal proprio pensiero ricava la limpida certezza del "proprio esserci" e la propria centralità nel mondo. Ma dopo questa adesione alla razionalità cartesiana, Vico ne vide anche il limite: Descartes non riusciva secondo lui ad andare oltre il suo "cogito", il discorso sul metodo non trasse le conseguenze da quelle premesse, non riuscì a descrivere e ad articolare il funzionamento della mente riflessiva, capace di pensare il proprio pensiero e di vedere in azione il proprio io. Quest´articolazione dialettica della mente riflessiva fu Vico a compierla ed è attraverso l´innesto della memoria storica nell´io che la cultura della modernità ha compiuto il suo principale salto di qualità.

Vico fu consapevole che l´io non può conoscere altro che se stesso e la propria specie attraverso la memoria storica. Ogni altro tipo di conoscenza è arbitraria perché avviene al di fuori della propria esperienza, con la sola eccezione della matematica, la scienza dei numeri creati dalla nostra mente. Ma i numeri sono entità astratte, non applicabili alla comprensione della realtà concreta. Questo fu il contributo del Vico alla filosofia del suo tempo. Esso presagiva il noumeno kantiano con settant´anni di anticipo e superava la dialettica hegeliana un secolo prima che il suo autore la teorizzasse. Lo storicismo crociano ereditò la concretezza del Vico aggiornando e superando l´idealismo di Hegel e di Fichte. Ora anche lo storicismo è diventato anticaglia filosofica, l´esperienza della nostra mente ha percorso un altro tratto di strada che l´ha portata molto oltre la dialettica storicistica e i "corsi e ricorsi" vichiani. Questo "oltre" non devalorizza il pensiero delle fasi precedenti ma lo colloca nel suo contesto attuale che supera i generi pensando insieme filosofia e scienza, ermeneutica e epistemologia, memoria storica e concretezza del presente. In questa nuova cultura la "Scienza Nuova" rappresenta un punto di riferimento ancora fertile e attuale.

 

la Repubblica | 21 Febbraio 2011

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