Viaggio nella modernità
Da Montaigne a Diderot, da Tolstoj a Freud. Nel suo nuovo libro, Eugenio Scalfari, traccia un intenerario fra letteratura e filosofia
L'antecedente immediato di quest'ultimo libro di Eugenio
Scalfari, Per l'alto mare aperto
(Einaudi, pagg. 281, euro 19,50), è Incontro
con io (Rizzoli, 1994). Immediato? Sono passati sedici anni, come si vede,
fra l'uno e l'altro, e nel frattempo Scalfari ha pubblicato quello che
definirei un romanzo allegorico, La ruga
sulla fronte (Rizzoli, 2001) e quella che definirei un'autobiografia
filosofica, L'uomo che non credeva in Dio
(Einaudi, 2008), oltre, s'intende, vari altri testi di carattere più
decisamente politico- economico ed impegnato. Immediato in che senso, allora?
Nel senso che Incontro con io segna
il punto di partenza di un lungo percorso (tornerò su questo termine) che
l'Autore ha deciso non da ora di compiere attraverso la cultura della
modernità, passando però, e via via sempre più instancabilmente, attraverso se
stesso, attraverso "io".
Questo percorso raggiunge il suo culmine (per ora) in Per l'alto mare aperto. Il catalogo degli autori che Scalfari
chiama a raccolta per sostenere la propria idea di modernità si è fatto sempre
più vasto e comprensivo: da Montaigne a Pascal, da Diderot a Tocqueville, da
Cartesio a Kant, da Spinoza a Marx, da Leopardi a Baudelaire, da Dostoevskij a
Tolstoij, da Rilke a Kafka a Proust, da Freud a Nietzsche, le varie
"cime" (raramente tranquille, più spesso tempestose) della modernità
sono scalate dal nostro Autore con straordinaria agilità e incredibile capacità
comunicativa (che però non diviene mai volgarizzazione pura e semplice). Però,
al tempo stesso, si è fatta sempre più vasta e comprensiva la problematica
dell'"io" che filtra, deposita, organizza, dà "senso"
(espressione scalfariana), sistematizza i materiali che mette (o rimette) a
disposizione del lettore. Al centro del libro, dunque, non sta, puramente o
semplicemente, la cultura della modernità, come Scalfari la intende. Ma c'è
Scalfari come sperimenta, vive, modifica, vivendola, la cultura della modernità
nell'atto d'intenderla. Se si perde di vista questo doppio passaggio, c'è il
rischio di perdere di vista il senso assai complesso dell'intero libro.
Poiché non posso parlare di tutto, dirò solo di due cose, che però a me
sembrano essenziali (con un corollario finale). La prima riguarda la
"forma del libro" (che per me è essenziale per capire "cos'è il
libro"). Dicevo all'inizio: "percorso". Sarebbe più esatto dire:
"viaggio". Scrive Scalfari: "Il viaggio è la nostra dimensione
naturale, posto che viviamo immersi nel tempo e nello spazio". Ma:
"Quando quel percorso si svolge dentro di noi, allora le scoperte e le
avventure, le persone e i fantasmi sono ancora più sconvolgenti perché è la
nostra storia che andiamo ricostruendo...". Il fatto che si tratti in
ambedue i casi di citazioni da Incontro
con io ribadisce la linea di continuità di cui parlavamo in partenza.
Infatti, in Per l'alto mare aperto:
"L'Intelligenza che viaggia nel mondo sempre in lotta con la stupidità. Un
viaggio difficile, contrastato, un viaggio per spiriti liberi...". Più
esplicitamente ancora: "Continuando questo mio viaggio...".
La forma del viaggio comporta in Scalfari un recupero dantesco (Diderot =
Virgilio) e uno omerico-dantesco: Ulisse, inteso come "mito"
primigenio cui ancorare solidamente la modernità. Comporta una ricostruzione
del tessuto culturale, ideale, filosofico, letterario della modernità, con le
sue tappe, i suoi crocicchi, i suoi incontri e scontri, ma anche, come ogni
viaggio che si rispetti, i suoi ritorni all'indietro, quando risulta
necessario. Ma comporta anche, - e su questo aspetto io vorrei attirare di più
l'attenzione, forse perché meno visibile, - un'esplorazione a' rebours del
proprio passato da parte dell'Autore, fino alle insondabili profondità
infantili, in cui un certo interesse, una certa pulsione sono germinati, per
fondersi più avanti con le letture dell'adolescenza, della giovinezza, della maturità
e... della vecchiaia. È la forma del viaggio, sostengo, che dà a questo libro,
pur denso nei suoi contenuti, la sua piacevolezza, il suo fascino discorsivo,
la sua capacità di comunicazione con il lettore, che ne segue, persino
divertito, lo scorrevole andamento.
La seconda osservazione riguarda il catalogo. Chiunque si sia azzardato a
proporre un "canone" (nessuno meglio di me può saperlo), si espone al
rischio del famoso (e del tutto ozioso) gioco delle "sottrazioni" e
delle "aggiunte". Non di questo intendo parlare. Vorrei invece dire
la mia, troppo brevemente, me ne rendo conto, sull'idea di modernità che quel
canone esprime. Io la riassumerei in questo modo: la modernità è un pensiero
forte, che, a partire da una fiducia illimitata nella Ragione, man mano che si
misura rigorosamente (e in mille straordinari modi) con il filtro
dell'"io", del soggetto dichiarato e risolutamente monocentrato,
perde i suoi fondamenti iniziali, si sfalda, trova nuove forme e, nelle nuove
forme, dissolve ogni contatto persino con un residuo di Assoluto. Per questo il
canone, pur rimanendo ancorato all'Illuminismo-Diderot, comincia di fatto con
Montaigne e finisce con Nietzsche. Il relativismo, s'intende, ne rappresenta
l'approdo finale. Ma - se non è un gioco di parole - un relativismo che resta
anch'esso solidamente razionale e non perde mai i suoi rapporti con l'umano. E
cioè un relativismo che non disintegra né immiserisce i valori, ma, - spero che
neanche questo sia un gioco di parole, - li relativizza, riconoscendone
intelligentemente la presenza e l'opportunità (ma anche i limiti) all'interno
dell'agire storico-umano.
Questo modo di procedere, - che è al tempo stesso contemplativo e lucidamente
razionale, introspettivo e storico-critico - produce una vera e propria mappatura
del pensiero moderno, che andrebbe esaminata punto per punto, nei suoi
accostamenti, non sempre scontati, e nelle singole figure che li compongono e
rappresentano.
Confesso che uno dei capitoli che mi ha colpito di più, per comprensibili
motivi personali, è quello dedicato a Karl Marx. Si chiede Scalfari in esordio,
e lo chiede ai suoi lettori (riprendendo fra l'altro un topos sul quale noi ci
siamo già soffermati): "Sapevamo, non è vero? Che in questo nostro viaggio
uno degli incontri più significativi sarebbe stato questo [con Marx]".
Be', io non lo sapevo: non nel senso che io non sia incline ad attribuire a
Marx il ruolo nel percorso storico della modernità che Scalfari gli
attribuisce: ma nel senso che non avrei pensato che Scalfari, intellettuale
della più specchiata tradizione liberaldemocratica, fosse disposto a farlo, - e
in questa misura. Arrovesciando totalmente il Marx sostenitore della dittatura
del proletariato nel Marx critico e analista della società capitalistica,
Scalfari finisce brillantemente per collocarlo fra i teorizzatori dello Stato
centralizzato ed autonomo e al tempo stesso (ma non contraddittoriamente) della
società civile intesa come luogo in cui l'individuo esercita in modo
privilegiato la propria libertà. Se mai, un lettore incontentabile potrebbe
osservare che fra i testi fondativi dell'imperitura modernità marxiana, accanto
al Capitale, si potrebbero annoverare, e persino con qualche motivazione in
più, gli Scritti filosofici giovanili e i Grundrisse: ma il baricentro del
ragionamento non cambierebbe certo granché.
Come tutto questo poi si ricolleghi più in generale all'esperienza pubblica e
alla figura politico-intellettuale di Eugenio Scalfari (un altro tratto del
viaggio da tener presente), un lettore normale non dovrebbe far fatica a
capirlo.
Il corollario è che, secondo Scalfari, la modernità è cominciata, c'è stata ma
è anche finita. Intorno a noi i nostri contemporanei sono i nostri posteri e i
nostri posteri sono i nuovi barbari. È un pensiero con cui mi sono anch'io
recentemente confrontato, ed è - io credo - il pensiero di una generazione e di
una storia. Fin dove arrivano questa generazione (forse una multi-generazione)
e questa storia (forse più storie, molte storie diverse)? La cultura della
modernità dovrebbe fare un ultimo sforzo: capire più esattamente dove la
frattura si è verificata e perché, dove le generazioni e le storie più
esattamente sono rientrate nella barbarie. La modernità ha un debito aperto con
la contemporaneità: bisognerebbe pensarci molto seriamente. Intanto Scalfari ha
fatto molto più che la sua parte. Mi è accaduto molto recentemente di sentirlo
parlare ad un folto pubblico di giovani e di rimanere stupito, da vecchio
docente, della corrente di comprensione, di simpatia, anzi di vera e propria
complicità che correva fra loro al di sopra di un abisso di quasi settant'anni
e di centinaia di migliaia di esperienze diverse: segno, penso, che i fili non
sono del tutto spezzati e forse si possono ancora riallacciare.
http://www.repubblica.it (07 maggio 2010)

Precedente: Il difetto genetico della moneta unica

