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Viaggio in Canada 1°parte

Storie di vita vissuta - Canada 1984

 

 

 

 

Nell’estate del 1984 feci un viaggio in Canada. Andai da sola, volevo passare almeno un mese nel paese d’adozione di mia sorella, neomamma di un bimbetto meraviglioso. Dopo le prime due settimane passate in famiglia tra coccole, biberon e pannolini mi assalì una ben nota inquietudine: volevo muovermi, volevo andare un poco in giro. Era il mio primo viaggio oltreoceano, mi sembrava un peccato non approfittarne. Non avevo molto denaro, il viaggio aereo in sé aveva assorbito le mie magre finanze, ma speravo di arrangiarmi negli hotel dell’esercito della salvezza e negli ostelli per la gioventù nonostante fossi fuori tempo massimo tanto in età quanto fuoricorso.

Volevo vedere le terre degli indiani al nord di Quebec e volevo vedere la foce del fiume san Lorenzo dove – secondo un documentario visto in tv alcune settimane prima della partenza - partorivano le balene.

Non ebbi il coraggio di confessare a mia sorella l’effettivo stato del mio portafoglio – 150 dollari – né che contavo di andare a zonzo in autostop. Le lasciai credere che sarei andata in giro con i mitici Greyhound bus; comunque per un caso fortuito di coincidenze, il primo tratto tra Windsor e Toronto lo feci con un amico di mia zia.

Si trattava di un signore ungherese, esule dal 1956, un vero gentiluomo. Durante il viaggio lo convinsi di fare una piccola deviazione per Niagara Falls. A causa di un grosso incidente che aveva bloccato l’autostrada arrivammo tardissimo. Non trovammo posto negli alberghi, cosi, mentre lui dormiva in macchina io feci un giro intorno alle cascate. Sarà stato per l’ora insolita, tra le quattro e le sei del mattino, ma l’iniziale delusione – di fatto la cascata è meno spettacolare di come pensassi – fu sostituita da una profonda commozione e gioia. Nessun turista in giro, nessun fastidioso vociare, solo il rumore dell’acqua e i raggi del sole che penetravano con sempre maggiore forza la coltre dei milioni di goccioline d’acqua.

Proseguimmo dopo una lauta colazione – ham and eggs, caffè, frittelle con sciroppo d’acero – che fu l’ultimo pasto degno dell’ intero viaggio e che mi causò un lieve senso di nausea. Non sapevo ancora, ma erano le prime avvisaglie della vita di mia figlia, Isotta. Scoprìi solo dopo il ritorno in Italia che ero incinta.

Toronto:

Il signore mi lasciò avanti ad un albergo YMCA (Young Men's Christian Association), rigorosamente femminile. Della città non ho bei ricordi: mi sembrò tutto troppo grande, troppo perfetto, troppo americano. Ad un certo punto mi venne perfino una crisi di pianto in una delle arterie principali. Mi sentivo terribilmente sola. Tutti correvano. Avevo voglia di qualcosa condivisibile, qualcosa di umano. Volevo ritrovare le orme dei miei eroi Uncas e suo padre Chingachook, volevo vedere le riserve indiane del nord…non i viaggi indiani finti per turisti reclamizzati dappertutto.

Infatti, ripartì dopo appena due giorni…questa volta in autostop. Ero sola, mi fu facile trovare passaggi. Non ebbi nessun problema, arrivai a Montreal in una sola giornata, dove trovai alloggio in un ostello per la gioventù. E trovai anche compagnia per gironzolare in città, nonostante fossi decisamente la più vecchia del gruppo. Montreal mi piacque più di Toronto, forse per l’atmosfera più europea. I francesi saranno pure nazionalisti, ma lasciano la loro impronta culturale in ogni luogo, impronta che sa di Europa….Musei, parchi, concerti (per il 450° anniversario della città) e la sera chiacchiere con gli altri abitanti dell’ostello. Si, decisamente a Montreal mi sono sentita un poco più ambientata che non nell’ostile Toronto. Ma dopo alcuni giorni il “richiamo della foresta” si fece sentire cosi mi avviai verso Chicoutimi, una piccola città sul lago Saint Jean dove iniziava la riserva indiana.

Anche quella volta ebbi fortuna, una deliziosa coppia di mezz’età mi diede un passaggio. Erano visibilmente contenti di potermi mostrare i “tesori” della loro terra, cosi durante il tragitto ci fermammo ad un museo. Vi confesso rimasi un po’ male…si trattava della casa natale di una storica levatrice dove l’unico oggetto degno di nota era la borsa dei ferri del mestiere di codesta meritevole signora vissuta alla fine dell’ottocento. Un museo con tanto di biglietto d’ingresso (che per me costava un’enormità, per fortuna ero ospite dei miei gentilissimi accompagnatori), con un parco curatissimo intorno, spiegazioni in due lingue vicino agli oggetti esposti, oggetti che non avevano nemmeno 150 anni.

Il pensiero inevitabilmente va a Pompei di oggi, ma anche al Colosseo che solo grazie ad un finanziamento privato può sperare di sopravvivere ai tempi della nostra incuria istituzionale…….

I miei ospiti avevano una baita proprio sul lago Saint Jean e mi invitarono a passare una giornata con loro. Facemmo il bagno in questo lago dalle acque freddissime, cristalline….e marroni. Si, proprio di marrone scuro a causa degli alberi che viaggiando nei vari emissari del lago, tingevano le acque con le loro cortecce. Mi fece una certa impressione.

A Chicoutimi di nuovo dormìi in un ostello. Un palazzotto piccolo di legno, molto ma molto accogliente. La compagnia era stimolante, ragazzi provenienti da varie parti dell’America, le serate erano pieni di chiacchiere, canzoni, canne, cucinare assieme. Una sera a grande richiesta cucinai “all’italiana”. Anziché una semplice pasta all’arrabbiata che sarebbe andato più che bene, volli strafare e preparai un piatto….semplicemente disgustoso. Comprai delle vongole – in scatola Campbell naturalmente – per preparare un piatto di spaghetti. Solo last minute scoprìi che le vongole erano conservate …ehm…nel latte. Vi lascio immaginare il risultato, che piacque comunque: eravamo talmente affamati che avremmo mangiato qualsiasi cosa, ma spero con tutta me stessa che gli avventori di quella cena non siano mai venuti in Italia e non abbiano mai sperimentato i veri spaghetti alle vongole. Anche da un quarto di secolo di distanza, la figura di merda sarebbe insopportabile.

Seguendo le indicazioni dei ragazzi feci una visita assai interessante in un luogo davvero poco conosciuto per turisti normali. Si trattava di un residence con tanti miniappartamenti perfettamente attrezzati per ex-detenuti, per gente che aveva perso lavoro, abitazione, famiglia durante la detenzione. Potevano trovare ospitalità in questo posto finché non riuscivano a ricostruire una nuova esistenza.

Una specie di succursale di Poggioreale…istituzione impensabile nel belpaese.

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