Viaggio d’amore in Sicilia.
Palermo e Napoli, due amori difficili.
Il primo amore non si scorda mai? Di innamoramenti se ne vivono tanti, ma alcuni lasciano un segno più forte, durano una vita. Con gli alti e con i bassi, con le delusioni e con i ritorni di fiamma. Due grandi amori, anzi grandissimi, sono stati per me quello per la Sicilia e quello per Napoli, e il primo specialmente. Sono stati, come sono i grandi amori, di dedizione e di furia, esigenti e contrastati. Ad amori forti corrispondono spesso forti delusioni, e le mie sono state dettate da aspettative che non hanno avuto il riscontro sperato.
Ti aspetti che una persona migliori grazie alla tua povera
dedizione, alla tua amicizia e al tuo fervore, e invece quella se ne va per la
sua strada e magari peggiora, fa vistosamente il contrario di quel che sarebbe
– pensi tu – il suo bene, e ti costringe a voltarle le spalle, a mandarla a
quel paese. Difficilmente, anzi quasi mai, le cose si aggiustano più tardi,
perché non tutti riusciamo a prendere esempio dalla parabola del figliol
prodigo, e c’è anche chi, come a me è capitato, metaforicamente lo ammazza, il
figliol prodigo, per nutrire un vitello già grasso di suo...
La lettura del “viaggio in Sicilia” di Roberto Alajmo (L’arte di annacarsi,
Laterza) mi ha risvegliato l’amore per la grande isola conosciuta e vissuta
negli anni della prima giovinezza, quando si è più disponibili all’amore. Tanti
dei luoghi che egli visita li ho visitati molti anni fa, prima del boom e della
motorizzazione, delle grandi migrazioni verso il Nord, della fine del mondo
contadino eccetera. Ed erano immagini e incontri meraviglianti, spesso
sconvolgenti, di luoghi e di persone, dove la bellezza non riusciva a
nascondere la miseria e dalla miseria nascevano le spinte alla lotta. Come
doveva poi succedermi a Napoli, il mio atteggiamento era di stupore – di fronte
a una diversità di luoghi e persone, di modi di vivere e ragionare.
La sorpresa spingeva al rispetto: quel che non capivo non
stava a me giudicarlo, per parteciparne dovevo accettarlo, acquisirlo, e solo
dopo, da dentro (per quel tanto che mi era possibile entrarvi), cercare
alleanza con chi chiedeva giustizia, non con chi denigrava e sfruttava il
presente. Gli anni della delusione vennero dopo, nella constatazione del
cambiamento divorante e di ipocrisie nuove ed efferate – la mutazione da cui
voleva metterci in guardia Pasolini – che erano bensì nazionali, e di tutto e
di tutti.
Misto di storia e di presente, di cultura e paesaggio, il viaggio di Alajmo è
un susseguirsi di luci e di ombre in grado di risvegliare l’amore per l’isola,
ma un amore ora adulto, e simile a quello che si può e deve avere per la
penisola tutta, nel suo soggiacere alla stessa lebbra. È l’amore che si deve
avere per un malato, un amore che cerchi gli antidoti, la medicina. Più che dei
capitoli-luoghi di questa Sicilia dell’annacamento (annacare o dondolarsi vuol
dire «il massimo del movimento col minimo dello spostamento») si deve però
parlare della “chiave” del viaggio, che sta nell’introduzione in cui Alajmo
affronta e smonta molti luoghi comuni, a cominciare da quelli sulla mafia.
Condivido la sua ripugnanza per l’“antimafia da parata”, la
stessa che provava Sciascia. Perché «lo Stato non rappresenta un’alternativa
credibile, là dove Stato e Cosa Nostra si sovrappongono in continuazione»,
perché la retorica coltivata da preti e politici, giornalisti e giudici serve a
costruire piccoli successi e piccoli poteri e non a cambiare le cose, se non si
affrontano “i nodi strutturali”, perché «prendere atto della realtà è il passo
preliminare verso qualsiasi ipotesi di soluzione del problema. Per riuscire
efficacemente a spremersi un brufolo, bisogna prima procurarsi uno specchio e
avere il coraggio di guardarci dentro», perché se chi agisce e lotta si ritrova
poi solo di fronte alla complicità dei più e alle chiacchiere dei predicatori
non può alla fine che pensare, dice amaramente Alajmo, «né con questo Stato, né
con Cosa Nostra».
Palermo e Napoli, due amori difficili. «In fondo, Sicilia e Campania sono
figlie entrambe dello stesso Stato assistenziale, caratterizzato dall’essere
allo stesso tempo troppo e troppo poco presente. Lo Stato si comporta col
Meridione come quel genitore che per farsi perdonare le proprie assenze compra
un sacco di regali al figlio, e si sorprende quando poi scopre che il figlio è
cresciuto male, diventando un delinquente. Allora gli dà uno schiaffo, e si sorprende
ancora di più quando il figlio glielo restituisce, lo schiaffo. Ecco, Palermo e
Napoli sono figlie dello stesso padre. Solo che questo padre ormai ha
rinunciato a provarci, coi ceffoni. Un trattamento che riserva solo ai figli
degli altri», cioè agli immigrati.
http://www.unita.it 14 marzo 2010

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