Vergognatevi, così nasce l´etica quelle riflessioni da Leopardi a Marx
Una persona che non si vergogna non sente di dover reagire o cambiare comportamento.
L´indignazione è un moto dell´animo nutrito dal senso di
vergogna, un´emozione fondamentale nella fenomenologia dell´etica sociale. Come
altre emozioni, la vergogna è “generativa di comportamento” in quanto mette in
moto sentimenti, come l´indignazione e la colpa, che agiscono direttamente
sulla volontà: per alleviarli si è portati a giustificare la proprie azioni e
infine a reagire. Se l´emozione della vergogna è in se stessa non razionale, la
serie di sentimenti e azioni che alimenta sono dunque di tipo strategico: le
forme con le quali l´individuo che si vergogna agisce sono propositi razionali
volti a rimediare il misfatto che ha generato vergogna. Per esempio Papa Benedetto
XVI ha commentato i numerosi casi di pedofilia nel clero cattolico con queste
parole: “Proviamo profonda vergogna e faremo tutto il possibile perché ciò non
accada più in futuro”.
Per questa sua capacità generativa di comportamento, l´emozione della vergogna
è stata messa da Giambattista Vico alle origini della società: se “la natura di
tutte le cose sta nel loro cominciamento”, allora la natura della storia umana
sta nella vergogna primaria, quella di Adamo ed Eva di fronte alla nudità che
scoprirono di avere non appena violarono il patto di obbedienza con il loro
creatore. Nella Genesi come nel Pentateuco, la vergogna e la colpa figurano
alle origini della responsabilità morale. Il rossore che sale sulle guance di
chi prova vergogna è il segno della socialità di questa emozione, del bisogno
di riconoscimento da parte degli altri e nello stesso tempo del controllo che
quel riconoscimento opera sulle nostre azioni: chi prova vergogna non riesce a
sostenere lo sguardo altrui e abbassa gli occhi a terra. Questa dimostrazione
di vergogna è correlata e complementare alla reazione di indignazione che la
conoscenza di un comportamento vergognoso induce. Pertanto, la vergogna ha una
fenomenologia doppia: la persona colpevole può provare il desiderio di nascondersi
(così nasce il senso di umiliazione); chi assiste può reagire con sdegno. È per
questa doppia valenza che poeti e filosofi hanno attribuito alla vergogna un
ruolo liberatorio, non solo per l´individuo ma anche per la collettività.
Non provare vergogna, e per converso non provare indignazione, sono da questo
punto di vista il segno di una realtà impermeabile all´ethos perché
indifferente, e di un atteggiamento di apatico realismo. Una persona che non si
vergogna non sente di dover reagire o cambiare comportamento. Per questo
scrittori e filosofi si sono spesi per svegliare le coscienze dormienti,
educare il senso di indignazione, smuovere l´emozione della vergogna. E
quest´opera della cultura dimostra come la vergogna sia segno della civiltà. La
forza di questa emozione è naturale ma la forma che prende dipende dall´ethos
di una società. Per esempio, ciò che il comportamento sessuale prescrive o
censura non è identico in tutte le società, gli “oggetti” della vergogna e
quindi dell´indignazione sono contestuali e socialmente situati; ma il
meccanismo che li governa è universale nella sua fenomenologia. Universale nel
senso che, per riprendere la
Bibbia e Vico, le radici della responsabilità morale (e
quindi della punibilità) stanno nella capacità che gli individui hanno di
sentire la vergogna e la colpa. Su questa base si sviluppa l´azione educativa e
culturale.
Nel 1823, Giacomo Leopardi annotava nello Zibaldone: “Niuna cosa nella società
è giudicata, né infatti riesce più vergognosa, del vergognarsi”. Convinto della
funzione attiva ovvero pratica del “vergognarsi”, Leopardi aveva immortalato la
deprimente condizione dell´Italia nel Canto Sopra il monumento di Dante, come a
voler muovere i lettori: “Volgiti indietro, e guarda, o patria mia/quella
schiera infinita d´immortali/E piangi e di te stessa ti disdegna/Che senza
sdegno omai la doglia è stolta/Volgiti e ti vergogna e ti riscuoti/E ti punga
una volta/Pensier degli avi nostri e de´ nepoti (…)”.
Provare vergogna sembra quindi essere di sprone, sembra indurre a reagire, come
ha scritto Silvana Patriarca. Quante volte si sente ripetere (e si dice) “mi
vergogno di essere italiano/a”? Innumerevoli volte, soprattutto negli ultimi
anni. Dirlo, ripeterlo instancabilmente segnala la speranza che dalla capacità di
sentire vergogna nasca l´indignazione, e di qui la decisione di reagire, di
cambiare. Su questa catena di fenomeni lo stesso Marx - notoriamente contrario
all´uso di emozioni e sentimenti nella spiegazione dei fenomeni sociali - vergò
parole straordinarie a proposito delle politiche illiberali del governo
prussiano, commentando che, senza cadere in un vuoto patriottismo, sarebbe
stato auspicabile che i tedeschi avessero provato vergogna, e aggiungeva: “Non
è la vergogna che fa le rivoluzioni”, tuttavia “la vergogna è già una
rivoluzione in qualche modo… se un´intera nazione esperimenta davvero il senso
di vergogna è come un leone accovacciato pronto a balzare”.
La Repubblica 22.01.11

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