Venti anni dopo il Muro la Germania si sente sola
Il ventennale della riunificazione cade in un momento di inevitabili contraddizioni sul ruolo della Germania nel mondo.
Questa settimana il governo di Berlino ha saldato l'ultima sanzione finanziaria ancora pendente per le responsabilità della prima guerra mondiale e nelle stesse ore la cancelliera Angela Merkel e il ministro degli Esteri Guido Westerwelle hanno fatto visita a New York e Washington per ottenere sostegno alla richiesta tedesca di un seggio il prossimo anno al consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Il ventennale della riunificazione cade in un momento di inevitabili contraddizioni sul ruolo della Germania nel mondo.
Di tutte le coincidenze la più dolorosa è la morte, venti
giorni prima dell'anniversario, di Baerbel Bohley, simbolo della rivoluzione
pacifica che abbatté il Muro: artista che non riusciva più a dipingere da
quando il confine era caduto, figura politica che disdegnava il potere, Baerbel
Bohley è stata esempio di una coscienza dissidente e sempre accesa senza la cui
pressione quieta e incredibilmente coraggiosa la dittatura non sarebbe apparsa
agli occhi dei cittadini, giorno dopo giorno, sempre più violenta e volgare e
in fine non sarebbe caduta.
Le contraddizioni erano d'altronde intrinseche al 9 novembre 1989 e al 3
ottobre '90. Se la caduta del Muro è stata in sé l'antitesi dell'atto di
erigere un monumento, il processo di unificazione si è dimostrato essere la
negazione dell'apertura dei confini. Il Muro era in realtà uno specchio,
confermava l'identità degli occidentali che si riconoscevano nella loro
diversità da ciò che era oltre la cortina di ferro. La diversità ideologica
identificava e quindi paradossalmente univa gli europei. Senza lo specchio il
bisogno di identità si è ricostruito attorno ai vecchi confini nazionali. Gli
interessi locali, regionali sono diventati improvvisamente più importanti. Si è
rinazionalizzata anche la politica europea, tradendo l'umanesimo cosmopolita
che aveva guidato la rivolta di Lipsia e di Berlino. Non è un caso che Baerbel
Bohley avesse deciso di abbandonare la Germania già a metà degli anni 90 per aiutare i
bambini a Sarajevo.
Negli ultimi mesi di malattia trascorsi ancora a Berlino nell'appartamento di
Fehrbelliner Strasse che ai tempi della rivoluzione chiamavamo "il porto
di mare", raccontava che Sarajevo le era apparsa come la Berlino di quando era
nata, completamente distrutta dalle bombe. Era quell'immagine, il ricordo
visivo delle dittature, e i terribili racconti del padre tornato dal fronte
orientale ad averla portata prima al pacifismo e poi alla dissidenza
antinazionalista.
Come sia cambiata la Germania in questi vent'anni va misurato proprio
sul ruolo del paese come perno di politiche cosmopolite, non egoiste, quindi
sulla sua politica estera e sull'impronta che sta lasciando sull'Unione
europea. Nel testo dei "contratti di coalizione" degli ultimi governi
prevale un senso di continuità: vengono riconosciute le responsabilità storiche
della Germania la cui assoluzione viene inquadrata nel processo di integrazione
europea. Il ruolo della Germania viene definito sia in termini di valori sia di
principi, i primi sono "pace, libertà, democrazia, stato di diritto, leggi
internazionali, giustizia e diritti umani", mentre gli interessi vengono
riferiti alle "limitate risorse finanziarie della Germania" (queste
le parole del contratto del 2005 della Grande coalizione). Nel complesso la Germania si rifà al
concetto di Zivilmacht "potere civile" che si basa su un multilateralismo
inclusivo e su cooperazioni estese per promuovere i valori e gli interessi
condivisi con l'obiettivo di esprimere un potere trasformativo dei paesi che
guardano all'Unione europea e ai suoi principi. Anche se l'impiego di forze
militari è più frequente dopo la caduta del divieto di combattimento
all'estero, la difesa armata non viene considerata come una dimensione
strategica del paese che a questo riguardo continua a essere ispirata dalla
cultura dell'autolimitazione.
Ciò che lega la riunificazione alla dimensione internazionale del paese è
proprio l'impatto che l'assorbimento dei Nuove Laender ha avuto sulle risorse
finanziarie del paese. Non solo la
Germania ha dovuto affrontare un impegno finanziario ingente,
il cui rendimento è rimasto sempre al di sotto delle attese iniziali, ma lo
sforzo richiesto ai cittadini occidentali ha creato un senso di diffidenza
molto diffuso verso l'impiego del denaro pubblico. L'unificazione ha reso
disomogenea la società tedesca creando flussi di sostegno finanziario univoci
da Ovest a Est, privi di reciprocità, un concetto ben chiaro a Max Weber che
riteneva infatti che la solidarietà si basasse su un'aspettativa di
restituzione futura della benevolenza. I trasferimenti fiscali hanno perso il
loro connotato morale e sono parsi quindi ingiustificatamente pesanti ai
cittadini tedeschi.
La disomogeneità della società è poi diventata sempre più grande con l'apertura
dei flussi migratori dall'Est Europa e in parte dal Nord Africa creando
diffidenza ulteriore verso la destinazione di risorse pubbliche. Il colpo
finale al consenso dei cittadini per la diplomazia finanziaria di Berlino è
giunto con la crisi dell'euro, quando le rivelazioni sui comportamenti
truffaldini del governo greco e sull'asimmetria dei sacrifici a carico dei
cittadini nella zona dell'euro hanno scatenato un'avversione paranoica al ruolo
della Germania come presunto "ufficiale pagatore" dell'Europa.
Vent'anni dopo ritrova vigore la leggenda francese, cara a Jacques Attali,
sullo scambio tra la
Deutsche Mark e il sì francese all'unificazione. Si tratta in
gran parte di un errore di rilettura storica, nondimeno le due unioni, quella
tedesca e quella europea, sono davvero parte di uno stesso processo storico.
Ora che la parte tedesca del percorso è stata completata, rimane un po' più
incerto il destino della parte europea del viaggio tedesco.
http://www.ilsole24ore.com 1 ottobre 2010

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