Vent'anni dopo
Il tratto distintivo del nostro secolo è esattamente l’assenza di futuro o la percezione che il nostro futuro sia possibile solo a spese di qualcun altro.
L’anno appena nato segna il ventesimo anniversario di uno dei fatti più
rilevanti e simbolici del secolo scorso: la caduta del muro di Berlino.
Cominciamo dai tuoi ricordi, dalle emozioni del momento, da una prima lettura
di quell’evento anche nel tentativo di dire se esso fu un vero e proprio evento
rivoluzionario oppure un fatto fra gli altri in quegli anni di grande
cambiamento, enfatizzato e utilizzato dai vincitori in termini simbolici?
Provo a mettere in fila una serie di questioni, alcune poste in modo più
impressionistico, diciamo così, altre con un maggior sforzo di
razionalizzazione… La prima osservazione – la più impressionistica di tutte –
riguarda il valore simbolico dei muri. E da questo punto di vista i muri non
sono difendibili: nessun muro è difendibile. Simbolicamente – ma i simboli
esprimono gli aspetti più profondi del nostro comune sentire -, i muri
comunicano chiusura, negazione di libertà, limitazione ed esclusione. Contro i
muri si fucilano le persone, attraverso i muri le si segregano. L’impossibilità
di attraversare è impossibilità di comunicare. I muri sono solo un simbolo
negativo, rappresentano la peggiore delle tentazioni umane, quella di
rinchiudere e rinchiudersi. Perciò quando cade un muro la prima sensazione non
può essere altro che di liberazione.
Il che ci porta a una seconda osservazione, più storica: che è avvenuto quando
è caduto quel muro? Allora noi tutti – il mondo intero potremmo dire -
abbiamo assistito anzitutto ad un evento mediatico, che si poteva vedere in
diretta, con le immagini di Rostropovich che suonava al violoncello l’Inno alla
gioia sotto il muro, e i ragazzi seduti a cavalcioni su quell’oggetto che era
stato fino ad allora intoccabile, a cui non ci si poteva avvicinare a rischio
di essere presi a fucilate. La sensazione insomma della festa. Si trattava però
a ben vedere di una festa fredda, molto mediatica. La sensazione – almeno la
mia sensazione di allora - era che l’evento atteso e desiderato – non si poteva
altro che desiderare la caduta di quel muro - fosse avvenuto non nel modo
sperato, non nel modo auspicato soprattutto dai dissidenti della DDR, da quello
di Win sind das Volk, insomma da quelli che per anni avevano lavorato per la liberazione.
Dietro quell’evento c’era senza dubbio una rivoluzione perché un regime
crollava, ma potremmo definirla una rivoluzione senza rivoluzionari, una
“rivoluzione passiva” direbbe Gramsci, di quel tipo cioè che riservano spesso
sgradite sorprese. Si trattava prima di tutto di una rivoluzione fatta con i
piedi, fatta cioè da gente che si spostava in massa verso ovest ma senza la
passione e la cultura della libertà piena. “Senza parole”, potremmo dire, solo
con l’atto di “andare”: si spostavano di alcune centinaia di metri ed il primo
approdo che trovavano era il supermercato. In questo senso era una rivoluzione
all’insegna del consumo, delle merci. E’ questo l’altro aspetto del fenomeno.
C’era qui senza dubbio una domanda di eguaglianza, ma eguaglianza rispetto allo
standard di vita più elevato dei tedeschi occidentali. Alla loro possibilità di
accesso ai consumi opulenti: era il Marco occidentale ciò che unificava tutti,
più che la ricerca consapevole di un altro modello di società. Si trattava
dunque di una libertà molto vigilata qual’è quella che si instaura all’interno
del mercato, dentro il quale i tedeschi orientali avrebbero ben presto scoperto
di essere destinati a rimanere comunque i più poveri, a rimanerlo a lungo,
soprattutto i pensionati, la parte cioè biologicamente più debole.
Potresti fare in estrema sintesi un bilancio di questi venti anni in
termini di assenza: quali sono secondo il tuo punto di vista le discontinuità
più significative in termini storici dovute a quell’evento?
Il bilancio, bisogna dirlo, è molto negativo, soprattutto se misurato sullo
“stato del mondo” e non solo della Germania o dell’Europa. Perché i vincitori
di quella partita - l’Occidente, le sue leadership, gli Stati Uniti e l’Europa
- non riempirono quell’enorme cratere che si era aperto con valori positivi,
anzi: nemmeno due anni più tardi si inaugurava un’epoca di guerre, con la prima
guerra del Golfo; nello stesso tempo le politiche sociali venivano
destrutturate, garanzie e salari dei lavoratori attaccati e abbassati e
cominciava a gonfiarsi quella bolla finanziaria all’insegna del “più credito
meno salario” che è stata il centro della new economy. Soprattutto si è
affermata quella sensazione di assenza di alternativa all’esistente che sarà
poi chiamata “pensiero unico”. E questa è la misura della catastrofe: sotto le
macerie del muro è rimasta schiacciata anche l’idea stessa di una
trasformazione possibile, di una fuoriuscita positiva dall’esistente… Questo è
accaduto perché il mondo è immediatamente apparso dominato da una sola
ideologia, quella del mercato e del suo unico, omogeneo, acritico pensiero. Ma
tutto questo non pone affatto in questione il fatto che alla domanda se
quell’alternativa (quella che si era materializzata storicamente nel nodello
sovietico o tedesco-orientale) meritava, o semplicemente poteva, essere tenuta
in piedi bisogna rispondere – a costo di mettere direttamente in discussione la
nostra identità, l’identità di tutte le sinistre – di no. Dicendo con chiarezza
che quell’alternativa non poteva essere tenuta in piedi. E non lo meritava
neppure. Era indifendibile. Di qui dobbiamo partire, nella nostra solitudine:
per chi vuole trasformare l’esistente non è più permesso di rifugiarsi
nell’illusione che là – nella Germania degli Honecker, della Stasi, del “muro”
- ci fosse qualcosa che potesse parlare anche a noi, alla nostra voglia di
uscire dall’esistente. Quella non era l’alternativa, storicamente è crollata ma
anche dal punto di vista etico e politico non meritava di essere difesa.
La caduta del muro ha dato adito a nuove teorie e speranze non solo dalla
parte di chi ha creduto nella “fine della storia”, secondo le note tesi di
Fukuyama, ma anche da quella di chi ha pensato che quell’evento potesse segnare
l’inizio di una nuova storia, di una possibilita’ di trasformazione inedita
proprio perchè libera dal pesantissimo esempio e dall’asfissiante presenza dei
paesi del socialismo reale. Era una vana speranza oppure rappresenta un tema
tutt’oggi all’ordine del giorno? Ovvero a vent’anni di distanza si deve ancora
guardare a quell’evento nei termini di una nuova possibilità?
Questo è il tema all’ordine del giorno di oggi. Anche perché i vincitori di
ieri hanno portato se stessi ed il mondo che hanno occupato ormai totalmente
sull’orlo dell’abisso. Lo stile di vita, il modello di società, il tipo di
politiche che hanno gestito ed a cui hanno dato forma in questi anni si rivela
oggi insostenibile, non sta in piedi. L’immagine della bolla che esplode è
efficace e indicativa. E’ obbligatorio oggi pensare un’alternativa. Il problema
è che i tentativi di costruirla in questi venti anni sono stato sconfitti, non
possiamo nascondercelo. Il movimento dei movimenti, l’altermondialismo, si
erano costruiti dentro un’esatta consapevolezza del fatto che il neoliberismo
non poteva garantire il governo del mondo, non era la via per la sopravvivenza
dell’umanità, ma avevano sottovalutato la determinazione, la capacità di
violenza del pensiero unico e dominante, il suo potenziale di manipolazione
dell’immaginario collettivo ed il suo radicamento in esso, la sua disponibilità
alla violenza. E’ indicativo che poco dopo l’apertura del ciclo
altermondialista prenda vita la fase dell’11 settembre, dominata dalla guerra
come categoria fondante del nuovo mondo, un mondo che non a caso aveva come
collante, cemento e sistema venoso e nervoso la rete finanziaria. Tutta questa
capacità di resistere alla critica e all’antagonismo era stata ampiamente
sottovalutata così come si era di molto sottovalutato il logoramento degli strumenti
politici tradizionali: la forma partito, il modello di democrazia
rappresentativa - che ci si illudeva continuasse a giocare lo stesso ruolo che
aveva svolto nel novecento ma era invece stato ampiamente messo fuori uso dai
nuovi meccanismi, le forme stesse della politica e le sue culture. Si è pensato
che fosse sufficiente un maquillage delle tradizionali culture politiche delle
sinistre - sia rivoluzionarie che riformiste – per adattarle alla nuove
condizioni, senza capire che in realtà erano state messe definitivamente fuori
gioco. Non si è compreso l’emergere di forme inquietanti di plebiscitarismo, di
un autoritarismo soft realizzato attraverso il video piuttosto che con l’olio
di ricino e le prigioni, di mercatizzazione del consenso che ha trasformato la
politica in marketing e colonizzato le menti con i codici della merce e della
pubblicità. Tutto questo era stato sottovalutato.
Ed era stata sottovalutata anche la crisi di un concetto fondante di tutte le
culture politiche della sinistra che era l’idea di sviluppo. Una delle
caratteristiche del nuovo mondo, che determina l’impasse del neoliberismo, è
l’impraticabilità dell’idea di sviluppo se non nella forma di uno sviluppo per
pochi privilegiati, da costruire e difendere con la guerra che ne diventa in
qualche modo sinonimo. Lo “sviluppiamo” – termine orribile ma purtroppo
realistico - era stato il comune denominatore di tutte le culture politiche
della modernità e del novecento, sinistre comprese, anzi esso assumeva
caratteri patologici nell’estrema sinistra, nella sinistra comunista: la teoria
delle forze produttive, l’accumulazione e l’industrializzazione forzate erano
stati il segno della radicalità bolscevisca. Il fiore all’occhiello di ogni
rivoluzionario in Occidente come nel Terzo mondo. Di questo portato ci dobbiamo
oggi liberare. Il tema odierno riguarda come organizzare il mondo in una
situazione in cui lo sviluppo (la crescita quantitativa del Pil globale, la
forzatura dei limiti naturali del Pianeta per estrarne in forma illimitata
risorse produttive) non è più realizzabile se non con la guerra e solo per
alcuni settori limitati dell’umanità. L’unica cultura che può rispondere ad un
bisogno di futuro è una cultura dell’equilibrio, della sobrietà, della
consapevolezza del limite, del rispetto dei limiti invalicabili dell’ambiente,
delle materie prime, della nostra capacità di accaparramento delle risorse
materiali. Per ridistribuire in forma più equa quello che c’è (ed è già molto),
non per far crescere in forma abnorme una torta dalle dimensioni già
insostenibili. Questo è indispensabile se si vuole poter pensare un’alternativa
alla distruttività del capitalismo attuale. Ma non c’è nessuna delle culture
della sinistra storica che abbia questo nel suo dna. E nemmeno che metta questo
problema all’ordine del giorno: lo spettacolo della nostra sinistra, delle
varie sinistre italiane (quante sono? ho perso il conto) impegnate a
scannarsi, occupate ossessivamente nella scissione dell’atomo piuttosto che nei
grandi problemi del nostro tempo, parla da sè. E così al pensiero unico
dell’avversario tutte le sinistre - compresa quelle cosiddetta radicale –
contrappongono un pensiero corto, che non riesce ad andare oltre se stesso: la
di là della propria identità storica nel migliore dei casi, o oltre i propri
estenuati ma aggressivi gruppi dirigenti nel peggiore…
…Proprio a questo proposito ti è forse arrivata eco del dibattito apertosi
anche sulle pagine di Liberazione intorno alla scelta di un’immagine della
caduta del muro per la tessera 2009 dei Giovani Comunisti/e...
Lasciamo perdere… Questa vicenda mi dà un senso di desolazione per il modo in
cui eventi epocali vengono sviliti nella quotidianità di un dibattito politico
perduto – segregato” vorrei dire - nei meandri delle alchimie d’organizzazione,
ridotti a piccole bandierine ideologiche da piazzare sul proprio campo anziché
essere colti come grandi sfide per capire cosa ci sta succedendo. Penso che non
ci si possa servire della “grande storia” per tentare di trovare qualche
frammento di passato cui aggrapparsi per affermare un’identità che non c’è più,
oppure da demonizzare per giustificare un’opposta identità che non affiora…
Tu hai da sempre rappresentato una voce radicalmente critica nei confronti
dei regimi del cosiddetto socialismo realizzato. Oggi pensi che ci sia qualcosa
che si possa salvare di quelle esperienze, sei fra quelli che a posteriori
ritengono che essi abbiano potuto giocare una funzione storica positiva, se non
altro in termini di garanzie e tutele per i lavoratori e gli sfruttati che
vivevano da questa parte della cortina di ferro?
Credo che la vicenda non possa essere compresa se non la si inscrive nella
tragedia del novecento, un secolo tragico, nel quale la regola è stata
l’”eterogenesi dei fini”, il trasformarsi di intenzioni volte al bene nel male
radicale, come per il comunismo nei paesi in cui si è realizzato, oppure
l’affermazione del male assoluto come nel caso del fascismo e del
nazionalsocialismo. Nel novecento anche una guerra che poteva essere
considerata come una guerra di liberazione del mondo dal pericolo nazi-fascista
è stata conclusa con una catastrofe della portata di Hiroshima e Nagasaki:
anche quella che potrebbe tra virgolette essere definita una “guerra
giusta” è stata segnata, oltre che da un massacro di proporzioni
bibliche, da un evento foriero della vera fine della storia. È difficile quindi
rapportarsi con il Novecento dicendo stai di qua o stai di là. Non c’è dubbio
che l’ottobre russo, la rottura di quella forma assolutamente dispotica che era
lo zarismo ha rappresentato una breccia per il mondo intero, ha permesso atti
di straordinaria generosità, esperienze collettive luminose, basti pensare alle
brigate internazionali nella guerra civile spagnola, gente che da tutto il
mondo va a combattere per la libertà e la democrazia di un altro paese, basti
pensare alla nostra Resistenza e alla partecipazione ad essa di masse di
sfruttati mossi da una speranza di emancipazione, o semplicemente alle lotte
del lavoro, operaie e bracciantili nel nostro paese che tante conquiste sociali
hanno permesso. Tutto questo sta dentro quell’alone, quella vicenda storica che
aveva però nel suo centro un cuore nero, non visibile dall’esterno ma di cui
oggi abbiamo tutte le prove e dimostrazioni: i massacri, le persecuzioni, il regime
poliziesco, lo spionaggio, il tradimento perfino di se stessi, pensiamo a
Bucharin che arriva a confessare ciò che non aveva mai fatto pur di poter
rimanere dentro l’alone dell’esperienza epica della rivoluzione… Parliamo di
tragedie inenarrabili, che non possono essere trattate per contendersi un
millimentro di spazio politico oggi. Io credo che il giudizio sull’esperienza
del comunismo novecentesco debba passare attraverso un doloroso lavoro di scavo
critico e autocritico che permetta alla fine di evitarne gli errori e gli
orrori.
La caduta del muro prometteva un’epoca di progresso indefinito, pace e di
liberta’. Oggi a vent’anni di distanza Slavoj Zizek rileva come viviamo un
tempo in cui nuovi muri sorgono ovunque, da quello eretto dal governo israeliano
nei territori palestinesi a quelli nostrani come via Anelli a Padova, dalla
frontiera europea di Ceuta e Melilla alle gated communities “a risposta armata”
di Los Angeles e molti studiosi sostengono che le frontiere non sono piu’
soltanto quelle che si dispiegano fra gli stati nazionali ma che esse assumono
sempre di piu’ un carattere ed una presenza tanto immateriali quanto invadenti
dentro le stesse metropoli occidentali. Condividi questo punto di vista? Esiste
un rapporto fra la caduta della cortina di ferro e questo nuovo dispiegarsi di
mura e frontiere?
Sì condivido. Assistiamo alla crescita di muri fisici come quelli da te
indicati ma anche di muri per alcuni versi più agghiaccianti che sono i
muri interiori, costruiti nell’immaginario delle persone. Sono muri che
tracciano nuovi confini fra chi viene considerato umanità e quella parte di
umanità a cui viene negato lo stato di umano. Sono i muri che
attraversano il nostro canale di Sicilia, il canale d’Otranto, lungo i quali le
vittime sono migliaia e migliaia, vittime senza nome, senza volto e senza
sepoltura perché finiscono in fondo al mare. Sono i muri che impediscono di
vedere la tragedia di Gaza. Sono muri senza dubbio cresciuti nel vuoto che si è
creato dopo la caduta di quell’altro muro, nel vuoto di cultura, nel pieno di
merci, in cui i luoghi di socializzazione sono diventati gli ipermercati, i
centri commerciali, i salotti televisivi o le curve degli stadi. Questa è la
nuova antropologia che si è disegnata nell’ultimo ventennio: uomini e donne che
non cercano più l’uguaglianza come nel mondo operaio e contadino, ma cercano la
distinzione, comprano tutti le stesse merci convinti che il possesso di
quelle gli consenta di essere diversi, un poco “più su” degli altri. È questo
il prodotto non tanto della caduta del muro ma della nostra incapacità di
costruire un’alternativa storica e culturale credibile ed in grado di riempire
quel vuoto.
Se il secolo scorso si e’ aperto sotto la luce piena di speranza della
rivoluzione, il nuovo millennio ha visto, fra le altre cose, un inedito
proliferare di rivolte, da Buenos Aires a Genova, dalle banlieues francesi alla
recentissima ed ancora aperta insurrezione greca. Pensi che questi eventi
possano in qualche modo rappresentare strumenti utili, spunti da cui ripartire
nella ricerca di una sinistra possibile?
Si tratta di segni, segnali di vita, sintomi che il territorio non è stato
integralmente occupato dagli altri e continua a produrre fratture, difficoltà
di controllo. Ma hanno il carattere di segni e come tali non fanno ancora un
discorso e non disegnano il profilo di un’alternativa. Sono rivolte e come tali
sono momenti positivi che indicano che esiste ancora gente viva perché
l’alternativa è il silenzio dei cimiteri. Tuttavia “un segno” non fa ancora “un
discorso”. Non voglio parlare di un “progetto” perché non credo più nella
concezione ingegneristica della rivoluzione che crede di costruire la società
come si costruisce un condominio o una macchina, parlo semplicemente di un
discorso perché oggi c’è bisogno di un discorso alternativo che disegni la
possibilità di un futuro. Il tratto distintivo del nostro secolo è esattamente
l’assenza di futuro o la percezione che il nostro futuro sia possibile solo a
spese di qualcun altro. La tragedia del nostro tempo è che manca un discorso
che sappia riaprire un futuro comune e solidale contro l’idea attuale della
sopravvivenza conflittuale. Oggi a sinistra non vedo nessuno che lavori per
questo, sono tutti occupati a raccogliere da terra i rottami delle proprie
identità infrante per poi, possibilmente, usarli come clave sulla testa dei
propri vicini.
Il ventennale della caduta del muro ha riaperto anche un dibattito intorno
ai valori della sinistra. In particolare c’è chi indica la necessità di
riconoscere definitivamente il tema della libertà come il primo e più rilevante
criterio dell’azione politica…
Io credo che sui valori non si possano stabilire graduatorie. Libertà e
eguaglianza sono i due valori forti ed identificanti. Non si tratta di
stabilire quale debba avere il primato, bisogna semmai indicare un giusto
equilibrio, il migliore possibile. La libertà ridotta alla sua dimensione pura,
sensa aggettivi o contrappesi, è quella teorizzata da Nietzche per i signori: è
la libertà per i più forti di fare ciò che più gli aggrada. La libertà che non
riconosce i propri limiti nella libertà degli altri e nella possibilità di
equilibrio con le altrui richieste di uguaglianza è un’affermazione
estremamente pericolosa. Libertà non vuol dir niente se non si spiega quale
libertà, per chi e di fare che cosa. Così come quando parliamo di uguaglianza
dobbiamo anzitutto specificare tra chi e in che cosa. Quindi personalmente
proporrei di non utilizzare i valori politici come bandiere da sventolare, ma
di coglierne la problematicità.
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