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Vargas Llosa, la storia è solo menzogna

Ne «Il sogno del celta» lo scrittore peruviano ripropone le contraddizioni dell’esistere

 




Ecco come rispose Vladimir Nabokov quando gli chiesero perché aveva scritto Lolita: «Mi piace semplicemente comporre enigmi con soluzioni eleganti» . Forse un narratore di buon senso dovrebbe ripetersi queste parole ogni mattina, tra il caffè e la prima sigaretta, e solo dopo avviare il computer. In fondo si tratta di una truce ricetta flaubertiana (una volta Nabokov disse di Flaubert, come riferendosi a una vecchia fiamma: «È sempre stato il mio tipo» ). È da qui, da Flaubert, che vorrei partire per parlarvi di Mario Vargas Llosa. Molti anni fa, in un libro totalmente dedicato a Madame Bovary, Vargas Llosa espresse la sua predilezione «per le opere costruite secondo un ordine rigoroso e simmetrico, con un principio e una fine, che si chiudono su di sé e danno la sensazione di sovranità e di finitezza» . Un manifesto estetico cui lo stesso Vargas si è rigorosamente attenuto.

Leggendo i suoi romanzi hai sempre l’impressione di un dominio regale sul mondo evocato. È come se lui riuscisse a risolvere il vecchio paradosso della grande narrativa: compromettersi con il fango della vita senza sporcarsi i risvolti dei calzoni. E sebbene i suoi libri in fondo non si somiglino, e ciascuno di essi luccichi di vita propria come un perfetto ecosistema, tuttavia, come avviene sempre ai romanzi dei grandi autori, essi sono in perenne comunicazione tra loro.

E io lo so bene, avendo incontrato la narrativa di Vargas Llosa di recente. Tale ritardo — dovuto a un radicato pregiudizio nei confronti della letteratura sudamericana à la page— mi ha offerto l’opportunità di leggere i suoi romanzi in sequenza. Da La città e i cani (che esordio, ragazzi!) al mirabile Avventure della ragazza cattiva. Una full immersion che ha reso ancora più evidente ai miei occhi il debito di Vargas nei confronti di Flaubert. Esso non si esprime certo nella ricercatezza stilistica (Vargas si esprime con semplicità), ma in un naturale talento per le immagini smaglianti. Vargas usa il piano sequenza come Hitchcock e Brian De Palma. Tale tecnica cinematografica gli consente rappresentazioni fastose: talvolta esotiche e crudeli, altrimenti squallidamente realistiche, in ogni modo sempre plausibili. L’alternanza di imperfetto e passato remoto, invece, gli serve a scandire il tempo. Nei romanzi di Vargas le stagioni esistono ancora. Così come esiste la natura in tutto il suo lunatico sconvolgimento: niente più del profilarsi minaccioso di un fronte di nuvole all’orizzonte ci offre l’illusione della vita che muore in continuazione.

E tuttavia tale gusto per le immagini — l’effervescenza cromatica animata dal sentimento del tempo— in lui non lambisce mai l’estenuante morbosità di un José Lezama Lima e di un García Márquez. Vargas non perde mai la bussola. Flaubert gli ha insegnato l’arte dell’ironia. E comunque il ragazzo ha fatto buoni studi a Parigi quando a Parigi dominavano Sartre e la sua combriccola. Sartre per l’appunto. Ecco l’altro nume tutelare. Perché per il giovane borghese di Lima la Parigi di Sartre si rivelò un’entusiasmante opportunità. Non a caso in Avventure della ragazza cattiva, ci ha donato uno dei ritratti più persuasivi di quella umida metropoli in bilico tra cialtronerie esistenzialiste ed euforie postbelliche. Passione, politica, libertà. Ecco i demoni sartriani che non smettono di infiammare Vargas Llosa.

Persino oggi che, sbarazzatosi del marxismo della giovinezza, è approdato a un cauto liberalismo che lo ha reso inviso alle avanguardie di certa risentita intellighenzia sudamericana. Ciononostante l’imprinting sartriano resiste sotto forma di irriducibile passione per la libertà e per la dialettica. E chissà che le sue enormi architetture romanzesche di ispirazione storica non siano figlie di quella passione lì. Temo che i lettori tendano a prediligere la produzione più disimpegnata di Vargas Llosa: i deliziosi romanzi ironico-picareschi come Pantaleón e le visitatrici o La zia Julia e lo scribacchino.

Io, invece, sono pazzo dei suoi romanzi storici. Pongo La guerra della fine del mondo e il più recente La festa del caprone ai vertici della narrativa contemporanea. È stupefacente la spontaneità con cui Vargas Llosa mescola la documentazione storica più rigorosa (ecco di nuovo Flaubert) alle sue sfrenate profumatissime invenzioni. Il ritratto dello spietato dittatore domenicano Rafael Leónidas Trujillo, protagonista de La festa del caprone, è di una crudezza shakespeariana. Non riesco a togliermi dalla mente la scena in cui lo troviamo alle prese con il terrificante stupro della vergine figlia di uno dei suoi gerarchi. Occorre dire che da bravo autore sudamericano Vargas Llosa ha un debole per gli autocrati più efferati. Ne sembra attratto e terrificato a un tempo. Come se gli servissero a dare forma plastica a uno dei temi più ricorrenti della sua narrativa: la crudeltà umana.

 

Le pagine apocalittiche de La guerra della fine del mondo in cui il piccolo avamposto di Canudos viene distrutto dalle truppe repubblicane brasiliane sono, per me, il correlativo romanzesco del famoso verso di Baudelaire: «un’oasi di orrore in un deserto di noia» . Orrore, noia e umana depravazione. È da anni che Vargas Llosa non scrive d’altro. Orrore, noia e umana depravazione sono i protagonisti anche del suo ultimo romanzo storico, Il sogno del celta, in uscita domani per Einaudi. Una sorta di bioepic del patriota irlandese Roger Casement. Stavolta Vargas ha scelto di giocare un match davvero difficile, fuori casa: niente Sudamerica, se non di sguincio. Roger Casement fu un uomo straordinariamente controverso. Lavorò per la Corona britannica come console in Congo. Amico di Conrad, al quale pare abbia ispirato Cuore di tenebra, si segnalò per un famoso rapporto stilato nel 1903 nel quale denunciava gli orrori infernali patiti dalla popolazione congolese sotto la dominazione belga: una serrata e implacabile denuncia contro il colonialismo che fece di lui un uomo famoso. Dopo una non meno sconvolgente avventura in Amazzonia, Casement abbracciò la causa della sua patria irlandese. Durante la Prima Guerra Mondiale si macchiò del crimine di alto tradimento contro la Corona anglosassone. Fu processato e impiccato nel 1916. Poco prima di morire, al fine di screditarlo, fu dato in pasto al pubblico un diario, non si sa se autentico o apocrifo, in cui Casement confessava le sue sregolate abitudini omosessuali.

Ecco, a grandi linee, la storia che Vargas Llosa ha voluto raccontarci. Affidandosi, rispetto al solito, a un montaggio un po’ troppo didascalico, e per nulla inventivo. Casement è in galera, guardato a vista da uno sheriff che lo odia. Riceve visite da vecchi e nuovi amici. E frattanto ripercorre tutta la sua incredibile esistenza. Temo che la scelta di una struttura così poco spregiudicata dipenda dall’imbarazzo di mettere in scena un personaggio che, proprio perché europeo, ha poco a che spartire con il mondo da cui Vargas proviene. Evidentemente, malgrado Vargas sia il più cosmopolita degli scrittori sudamericani, entrare nella pelle di un fiero ragazzo irlandese non gli è venuto così spontaneo.

L’Irlanda dell’infanzia di Casement ha qualcosa di goffamente oleografico. Così come certi monologhi interiori sulla condizione umana lasciano un tantino a desiderare. Tipo: «Il Congo l’aveva reso più umano, se essere umano significava conoscere gli estremi cui potevano arrivare la cupidigia, l’avarizia, i pregiudizi, la crudeltà» . Eppure, man mano che procedono le pagine (e procedono sempre con olimpica grazia), ecco che il Vargas-maniaco scopre perché Don Mario si sia così teneramente invaghito di un tipo come Roger Casement e della sua causa. Sarebbe troppo facile — e anche un po’ corrivo — affermare che questo personaggio gli abbia offerto il pretesto di riflettere sul Male (come se in giro di elucubrazioni del genere non ce ne fossero già a sufficienza). La verità è che Roger Casement deve aver rappresentato per Vargas Llosa un’irripetibile seduzione intellettuale.

Come non rimanere avvinti da un apolide così misterioso, un tizio che sembra l’incarnazione stessa di ogni ambiguità e di ogni contraddizione? A un certo punto, Casement, nella sua cella, passando in rassegna le mille mistificazioni con cui la vicenda del suo tradimento ormai viene raccontata, riflette sconsolato: «Sarebbe così tutta la storia? Quella che s’imparava a scuola? Una costruzione più o meno idilliaca, razionale e coerente di quel che nella realtà cruda e dura era stata una caotica e arbitraria mescolanza di piani, infortuni, intrighi, fatti fortuiti, coincidenze, interessi di multipli che erano andati provocando trasformazioni, sobbalzi, avanzamenti e retrocessioni, sempre inattesi e sorprendenti rispetto a quanto anticipato o vissuto dai protagonisti» . Ecco, se quasi un secolo fa James Joyce, per bocca di uno dei suoi personaggi, sentenziava che la Storia è un incubo dal quale è difficile svegliarsi, Vargas Llosa, dopo una lunga e intensa vita, sembra volerci andare giù ancora più duro: la Storia non è che una patetica menzogna. Come dargli torto?

 

Corriere della Sera 23.5.11

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