Varcando la linea d'ombra
Come si vive l’ingresso nel mondo del lavoro in Europa?
Passare all’età adulta vuol dire trovare un lavoro, lasciare i genitori, guadagnarsi da vivere? Questa è la domanda che si è posta Cécile Van de Velde, maître de conférences all’Ecole des hautes études en sciences sociales (Ehess) di Paris e autrice di Devenir adulte, Sociologie comparée de la jeunesse en Europe (PUF, 2008).
Nel corso delle vostre
inchieste, avete ritrovato delle similitudini nel modo in cui i giovani Europei
affrontano il loro ingresso nella vita adulta?
"Si, esistono dei tratti comuni tra i giovani Europei, ma sono
sopratutto aspirazioni comuni e valori condivisi: l’aspirazione ad una vita
indipendente ed autonoma, il desiderio d’avere il tempo di costruirsi e la
libertà di orientare la propria vita. Ma mentre le aspirazioni sono comuni, i
destini dei giovani Europei sono invece abbastanza diversi in funzione del loro
paese d’origine, soprattutto in ragione degli aiuti statali, del mercato del
lavoro e della struttura dell’insegnamento superiore. Dall’esito della mia
inchiesta, penso di poter affermare che, riguardo ai percorsi della giovinezza,
l’insieme degli Europei vorrebbe in questo senso essere danese
o scandinavo…"
L’università sembra oggi
essere la pietra angolare contrariamente a cinquanta o sessanta anni fa.
All’epoca, poche persone andavano all’università per avere un lavoro ed entrare
nella vita adulta…
"Rispetto alle generazioni che li hanno preceduti, il rapporto con
gli studi è chiaramente cambiato. In poche parole: si tratta di studiare di più
per guadagnare meno… È vero che in tutti i Paesi europei, l’insegnamento
superiore si è democratizzato in questi ultimi cinquanta anni. Nonostante
questo, se per le generazioni precedenti, il passaggio da una formazione
universitaria era la garanzia di un’ascensione sociale e di una riuscita
professionale, oggi l’ottenimento di un diploma non è più l’assicurazione
assoluta per trovare lavoro, e neanche una garanzia d’inserimento. Si può anche
parlare di una promessa d’integrazione non mantenuta per le generazioni entrate
recentemente nel mercato del lavoro, dopo un pesante investimento negli studi.
Da questo punto di vista, la mobilitazione di 1000 euristas in Spagna per
esempio, un movimento di giovani diplomati che non superano i 1000 euro di
salario, è molto rivelatore della presa di coscienza di
un declassamento".
Quali sono le grandi differenze che voi avete
scoperto nelle traiettorie dei giovani Europei?
«Questa domanda meriterebbe la presentazione di dimensioni multiple che
sono i rapporti con la famiglia, con gli studi e il lavoro, con il futuro, con
l’età adulta… Tuttavia, qualche espressione permette di farsi un’idea sui
differenti modelli europei studiati. In Danimarca e in misura maggiore nei
Paesi scandinavi, diventare adulti significa in modo prioritario “trovarsi”, in
traiettorie di giovinezza indipendente di fronte ai genitori, lunghe ed
esplorative. Nei Paesi più liberali come il Regno Unito, si tratta prima di
tutto di diventare “responsabili” e cioè di accedere rapidamente e con i propri
mezzi allo stato di adulto. In Francia come nelle altre società
“corporativiste”, la giovinezza è pensata come il tempo d’investimento negli
studi che ha l’obiettivo di posizionarsi in uno status socio-professionale. Nei
paesi mediterranei diventare adulto si vive piuttosto come un lungo cammino
verso la realizzazione di tre pre-requisiti necessari per sistemarsi: un
lavoro, una casa e un compagno".
Secondo lei quale di questi modelli favorisce la più
alta realizzazione dei giovani?
"Purtroppo, la crisi economica non facilita la transizione dei
modelli di gioventù verso il modello scandinavo: quest’ultimo si fonda
soprattutto su un notevole tasso di lavoro e sugli aiuti statali massicci di
finanziamento degli studi. È possibile al contrario che i modelli brevemente
presentati sopra siano in realtà tutti rimessi in causa, e si mescolino tutti
con una dimensione mediterranea accentuando il tempo d’attesa e l’incertezza
nei percorsi della gioventù, a dei gradi diversi ben inteso".
Matias Garrido (traduzione di Marta Lavangoli)
http://www.cafebabel.com
http://presseurop.eu/it 30 Ottobre 2009

Precedente: Lo sciame della comunicazione. La politica insorgente nelle maglie della rete

