Vacanze "socialiste"
Storie di vita vissuta. Ungheria 1970
Nell’Ungheria degli anni settanta anche le vacanze avevano una forte impronta
collettiva. Viaggiare, solo i privilegiati viaggiavano e anche loro
prevalentemente nei paesi del COMECON, ma esistevano dei viaggi “premio” per
coloro che si distinguevano nei loro posti di lavoro. Cosi i miei poterono
visitare Mosca e Leningrado in un viaggio organizzato dal Ministero della
Sanità. Non deve trarre in inganno la parola Ministero: il viaggio era
riservato a coloro che lavoravano nell’ambito sanitario, dai medici ai portantini.
Mentre i viaggi premio – del tutto gratuiti - erano legati alla produttività,
tutte le famiglie avevano diritto di passare 1 o 2 settimane di vacanza nelle
varie case di riposo che ciascun azienda, cooperativa agricola o comune
possedeva. Sovente si trattava di castelli o palazzi espropriati ai
latifondisti o agli industriali del regime precedente e trasformate in alberghi
nei posti più belli del paese. I più ambiti erano quelli che si trovavano sul
lago Balaton.
Così ogni anno partivamo stipati in una sgangherata Moskvich per le nostre
vacanze. Noi bambini eravamo eccitatissimi, speravamo di reincontrare gli amici
con i quali avevamo diviso le estati precedenti e anche i nostri genitori
cercavano di concordare il periodo delle ferie con i loro amici più intimi.
Ciascuna famiglia aveva a disposizione una sola camera con un bagnetto. Solo le
famiglie più numerose avevano diritto a due stanze. Il cibo era davvero
fantastico, e ricordo con enorme piacere i pasti, serviti da camerieri.
Mi sentivo una principessa.
Per noi bambini era prevista pure la merenda, in genere un gelato. Nei tempi odierni
forse tutto ciò può sembrare ridicolo, ma a casa mia il gelato era un lusso da
consumare solo la domenica.
La sera gli adulti andavano a ballare, mentre noi continuavamo a giocare nel
parco enorme che circondava la villa. Qualche volta assistevamo a degli
spettacoli di operetta, si andava al cinema all’aperto dove le zanzare ci
mangiavamo oppure si organizzavano dei tornei di carte o di scacchi cui anche
noi ragazzini potevamo partecipare.
Anche i primi batticuori nascevano durante queste vacanze, benché cercassi di
nascondere eventuali mie simpatie sia ai diretti interessati che a mia madre.
Ero timida e goffa.
E poi c’era il Balaton. Il mare ungherese. Certo, non è paragonabile al mare
italiano, forse solo per il grado di inquinamento, ma per noi era il massimo.
Ero una brava nuotatrice: a 12 anni l’avevo attraversato a nuoto. Da sola. I
miei mi aspettavano con la macchina sull’altro lato. Strano, ma non gli venne
nemmeno in mente di dissuadermi. Avevano fiducia in me e poi anche il gusto di
partecipare alla “bravata” di una ragazzina aveva – immagino – il suo peso. La
polizia però mi beccò, ormai vicinissima all’altra sponda e mi scortarono con
la loro nave, consegnandomi ai miei con la raccomandazione di tenermi d’occhio
d’ora in poi. Non ebbero il coraggio di confessare che venivo dall’altro
lato…forse avrebbero tolto loro la patria podestà.
Ma due mesi di vacanze sono lunghi per i bambini e per sollevare i genitori che
dopo un mese tornavano al lavoro, lo stato prevedeva altre forme di
villeggiatura.
Si trattava dei campeggi dei pionieri, credo molto simili a quelli organizzati
dagli scout ovviamente con un taglio ideologico molto diverso.
Esistevano due forme di campeggi: quello premio – dunque gratuito – per gli
scolari più bravi e un altro a pagamento – costi comunque bassissimi – per
tutti. C’erano poi i campeggi a “tema” per gli sportivi, per gli amanti della
letteratura o del teatro e so di certo che esisteva anche un campeggio per chi
amava la matematica. .
Ero una privilegiata….in genere partecipavo a tutti i tre tipi di vacanza.
Il campeggio per i “bravi” era il più noioso ma – con il senno del poi – mi diede
delle basi che non dimenticherò più. Una specie di educazione civica vissuta in
diretta.
La mattinata la passavamo al lago, ma nel pomeriggio dovevamo partecipare a dei
seminari di indottrinamento politico. Non si trattava di noiose conferenze, (del
resto quale bambino di 12 anni avrebbe sopportato una cosa del genere?), ma
l’intento era chiaro: insegnare ai cittadini futuri le norme del socialismo. Lì
imparai le canzoni del movimento operaio…che tutt’ora mi piacciono molto ma
anche delle marce dal contenuto spudoratamente propagandistico.
Ricordo ancora una davvero grottesca che inizia cosi:
“Lì (in Occidente) nessuno dice happy, happy day
Ma presto volerà la canzone in tutto il mondo del Ocen charascio”
Ocen charascio” in russo significa appunto “tutto va bene”.
Ecco, strano a dirsi ma queste strofe lasciavano in noi uno strano sentimento
di imbarazzo.
In questi campeggi abbiamo ricevuto anche delle lezioni di storia attraverso testimonianze dirette dei protagonisti: ricordo ancora con l’emozione il pomeriggio passato con una signora ebrea, reduce di Auschwitz, oppure il vecchio partigiano – ce ne erano pochi nella mia terra – che aveva raccontato le sue esperienze nella resistenza.
Tutto a misura di bambino.
Lavaggio del cervello? Senz’altro, c’era anche quello. Ma comunque risvegliava in noi il senso di appartenenza e anche della giustizia sociale. A me aveva aiutato ad interrompere il circolo vizioso dell’ eterno rimpianto onnipresente nella mia famiglia: rimpianto per le terre perse dopo il trattato di Trianon, il rimpianto per i titoli nobiliari che non avevano più alcun significato.
L’altro campeggio estivo, quello a pagamento, forse era più divertente, ma dove si respirava un’aria lievemente classista, che non mi piaceva molto. La retta – benché minima – portava con sé un certo filtro sociale, infatti, mancavano i ragazzi provenienti dalle famiglie più povere come i figli dei contadini per esempio che dovevano dare una mano in casa durante i lavori agricoli. Allora non ero in grado di formulare i motivi del mio disagio, ma ora so che è oltremodo importante creare occasioni di condivisione per tutti i ragazzi provenienti da contesti sociali diversissimi. Aiuta a riequilibrare la percezione di sé.
Le nostre giornate anche lì erano scandite da certe regole quasi militaresche:
sveglia alle 7; ginnastica, tutti insieme con un prof. di educazione fisica; lavarsi; vestirsi e poi tutti a far colazione sotto un tendone che odorava di cibo. Dopo la colazione dovevamo far ordine nella tenda – una tenda militare con 4 letti di ferro – perché passava l’ispezione che valutava l’ordine, la pulizia e ci assegnava un punteggio che era riportato su una tabella bene in vista nella piazza centrale del campo. Avere pochi punti era mortificante. Poi giochi di squadra, tuffi nel lago fino all’ora di pranzo, nel pomeriggio caccia al tesoro, oppure letture collettive, tempo libero. La sera spesso falò sulle rive del lago con canti o giochi….
A turni davamo una mano in cucina, o nella portineria all’ingresso. Di notte c’erano delle ronde, l’orario più ambito era quello tra le 22 e 24, quando tutti erano ancora svegli. La ronda aveva il compito di far placare eventuali schiamazzi, ma eravamo bambini e la nostra apparente serietà sovente sfociava nel gioco.
Ricevetti il mio primo bacio durante uno di questi campeggi da un ragazzino, che rividi dopo un anno di fitta corrispondenza: quale delusione! L’avevo superato in altezza di almeno 10 cm.
Dopo il crollo del muro di Berlino queste abitudini vacanziere sono state prima ridimensionate e poi del tutto scomparse. Le case di vacanza aziendali sono state privatizzate – sovente acquistate dai dirigenti del partito comunista – e i campeggi per bambini semplicemente soppressi o pur conservando la struttura e il target, sono diventati campeggi a pagamento, dunque inaccessibili per la maggior parte dei ragazzini.

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