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Una storia da compiere

Restringere una visione nazionale alle più svariate spinte identitarie localistiche, significa rimettere in discussione grandi conquiste civili frutto di un cammino inclusivo e solidale.

 

 

Italiani. Non è una questione di radici (quelle lasciamole agli alberi; se riferite agli umani, sono solo una brutta metafora). E nemmeno di incancellabili identità (una parola di cui abbiamo francamente abusato, in questi anni). Noi siamo solo il risultato sempre provvisorio di una storia. Un esito per molti versi incompiuto: che si può completare o disfare. Sta a noi scegliere.

Il discorso con cui il Presidente Napolitano ha aperto a Quarto le celebrazioni del centocinquantesimo anniversario della nostra unità è, nella sua sobrietà, un testo esemplare.

Sarebbe bello che venisse letto, nelle scuole, dai nostri studenti : che fosse oggetto dei loro pensieri e della loro riflessione. Vi senti dentro qualcosa di raro e di prezioso, ormai: la capacità di interrogarsi senza pregiudizi sul nostro passato, di rappresentarne, in poche battute, tutta la contraddittoria complessità e di proiettarla sull'oggi, sui nostri problemi e sulle nostre difficoltà. In due eleganti paginette, il punto culminante del Risorgimento - l'impresa di Garibaldi - viene trasformato, con lo studiato aiuto di una classica interpretazione di Rosario Romeo, da simbolo a problema, ma senza alcuna tentazione iconoclasta; anzi addirittura senza rinunciare a una sapiente evocazione di alcuni motivi propri della nostra retorica nazionale. Insomma, una lezione di stile, fra tanto ciarpame.

E stato detto anche troppe volte, in questi mesi: il terzo cinquantennio dell'unità nazionale sta cadendo in un momento tempestoso dei nostro cammino. La crisi economica si sta tramutando da crollo finanziario in dissesto sociale; l'Europa è meno vicina di quanto avessimo sperato; la strada verso un mondo globale è molto più impervia di quel che si era previsto, sebbene continua a rimanere senza alternative; una società costruita su una nuova idea di lavoro e una nuova pratica della multietnicità stenta a decollare; la politica si perde nelle arroganze e nelle velleità populiste di una transizione interminabile.

Ma pure non è nella gravità di questi mali la vera peculiarità della situazione che dobbiamo fronteggiare. Altre volte, in questo secolo e mezzo, abbiamo attraversato, uscendone bene, bufere peggiori: due terribili guerre, la dittatura, le bombe, la fame stenti indicibili di cui abbiamo (per fortuna) quasi persa la memoria.

La novità è che oggi c'è chi pensa che si possa venir fuori dalle nostre angustie aumentando e non riducendo quegli aspetti di disunità del Paese che sono stati l'eredità più amara del nostro Risorgimento (anche di questo c'è un limpido cenno nel discorso di Napolitano), e di cui non siamo mai stati veramente capaci divenire a capo. Insomma, che nel nostro futuro vi dovranno essere più legami comunitari a maglie chiuse (il quartiere, il paese, il gruppo, l'insediamento produttivo, la corporazione), fondati su riconoscimenti identitari e su grumi d'interesse immediati e ristretti, e meno legami sociali a griglia aperta (fra Nord e Sud, fra le generazioni, fra le diverse appartenenze etniche, fra differenti esperienze di lavoro e di vita), costruiti su reti di solidarietà più inclusive, e su un'esperienza più diffusa dell'eguaglianza, della reciprocità, dell'interdipendenza e dello scambio culturale. Ebbene, l'affermazione del primo modello significherebbe oggi letteralmente rifare all'inverso il percorso, faticoso e incompiuto, ma eccezionale, che ha portato non solo all'unità del Paese ma alle grandi conquiste civili del nostro drammatico ventesimo secolo; significherebbe disfare la possibilità di essere quel che non siamo mai del tutto diventati, ma il cui sogno ci ha tenuto finora in piedi: la prospettiva di un'Italia compiutamente unita, eguale e solidale, pur nel suo incontenibile pluralismo.

Passa per questo discrimine, io credo, il nostro nuovo Risorgimento. E passa per questo discrimine anche una differenza aggiornata fra destra e sinistra, fra l'ultima deriva berlusconiana e un'opposizione degna di questo nome. Non è in pericolo l'unità politica del Paese; nessuno arriverebbe a tanto. E' in pericolo la tenuta profonda del suo tessuto connettivo culturale e sociale; l'interezza del suo sistema nervoso, per così dire; la sua capacità di pensarsi come un insieme vivo, come un sistema integrato dalle sue interazioni civili, prima ancora che dalla sua politica.

Se cedono queste strutture ci aspetta un avvenire di ripiegamento, di divisione, di incattivimento, di diffidenza; il ringhio come unica voce. Se ne vedono già segni che inquietano molto. C'è chi per miopia o per cinismo sta scommettendo su questa prospettiva.

Oggi tutte le grandi nazioni hanno problemi di contenimento delle spinte localistiche. Persino gli Stati Uniti. E' l'altra faccia dell'unificazione planetaria che si sta appena avviando. Ma è solo da noi che su queste pulsioni si sta giocando una partita così decisiva. Non dimenticarlo, è il modo migliore per celebrare il nostro anniversario.

 

http://www.repubblica.it   6 maggio 2010

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