Una scuola molto colorata
Occorrono leggi adeguate e giuste, ma le leggi continuano a farle i ricchi, e il popolo nel cui nome le si fa è più che mai un popolo bue.
Ci sono persone probe e intelligenti perfino tra i
funzionari dei nostri ministeri, a riprova della vecchia convinzione che il
seme del bene alligna anche dove meno si pensa. In ogni ufficio postale, in
ogni tribunale, dovunque, su dieci persone che vi lavorano ce ne sono tre (ma forse
pecco di ottimismo) che mandano avanti l’ufficio e cercano di rimediare alla
diffusa sinecura degli altri sette verso la cosa pubblica o, peggio, alla
diffusa cura per gli interessi di una lunga catena di “amici” e amici degli
amici. Della riforma dello stato non si parla più da anni, mentre per fortuna
si ricomincia a parlare – non in Italia – di quella che i benestanti chiamano
lotta di classe, che altro non è oggi che la convinzione, fatta ad alta voce e
lottando, che bisogna risolvere per prima la questione dei super-ricchi, in
questo e in tutti i paesi del mondo.
Occorrono leggi adeguate e giuste, non più di questo, ma si ha di fronte il
potere immenso dei ricchi, con la loro catena di prezzolati e di complici
presenti anzitutto tra politici e funzionari d’ogni ordine e grado. Le leggi
continuano a farle costoro, e il popolo nel cui nome le si fa è più che mai un
popolo bue. In particolare in Italia: incapace di reagire e di farsi sentire, a
causa della possibilità che è stata lasciata al potere e ai suoi funzionari di
corromperci e addormentarci.
È ormai chiaro a tanti che si sta vivendo un’epoca decisiva per le sorti del
paese e dell’umanità. Ed è chiaro che bisogna affrontare i nuovi tempi con idee
nuove e con una morale a tutta prova. Ma le facce sono sempre le stesse, e non
si vede ancora chi potrebbe rimpiazzarle, a destra come in una sinistra da
tempo succube della destra per non avere idee e ambizioni diverse da quelle
della destra. Diceva il solito Flaiano tanti anni fa che “i comunisti sono
coraggiosissimi nel fare l’autocritica degli altri”, ma oggi non si tratta
soltanto dei post-comunisti, si tratta di tutti. E già prosperano le piccole
volpi che si aggiornano e riciclano dimenticando come hanno vissuto in tutto
questo tempo e intonando nuove prediche, che riguardano le colpe degli altri e
mai le proprie.
Ha osato ripresentarsi in questa veste perfino il più berlusconiano tra i
politici della sinistra, l’ineffabile Walter americano di Roma.
Come al solito, mi capita di cominciare un discorso e di tornare invece ai
soliti mali maggiori: la lingua batte dove il dente duole, e in casa
dell’impiccato viene spontaneo parlare di corda. Ma dicevamo dei probi e rari
che pur ci sono, e che sono tra le poche cose che tengono insieme un paese anche
quando la loro visione non va in profondità. Una salda moralità a volte non
basta, e ci vorrebbe qualcosa di più. Anche se è già moltissimo, come nel caso
di un libro bello, sano, istruttivo e perfino commovente come "Noi
domani". "Un viaggio nella scuola multiculturale" scritto da
Vinicio Ongini per Laterza. Ongini è, pensate, un funzionario del Ministero
dell’istruzione, dove lavora all’ufficio integrazione alunni stranieri. Egli ha
girato l’Italia in lungo e in largo e racconta, vivaddio, non nuovi esempi
dello sfascio ma esempi positivi di scuole dove in qualche modo, e con molta
fatica, la scuola è davvero un servizio pubblico e si occupa senza pregiudizi
di tutti i bambini che hanno il bisogno e l’obbligo di frequentarla. Da Cuneo a
Treviso, da Cremona a Firenze, da Roma a Reggio Calabria, da Lecce a Palermo,
da Matera a Napoli... Esempi virtuosi, nonostante i ministri e nonostante la
povertà delle leggi e la miseria dei mezzi di una scuola pubblica aggredita
dalla politica, che non ha nessuna intenzione di tagliare i redditi alti e
altissimi ma ha tutta l’intenzione di far pagare i costi della crisi a chi sta
sotto e a chi si è illuso, e forse s’illude ancora, di star nel mezzo.
Il suo è un rendiconto fatto di “note di viaggio” nella scuola multiculturale
che è, né più né meno, che la fucina del futuro del paese. C’è forse un po’
troppo ottimismo nelle sue relazioni e nelle sue conclusioni, ma egli è
certamente nel vero quando riassume il senso della sua inchiesta in tre punti:
la sorpresa di scoprire un’Italia nuova che nessuno davvero racconta (anche se,
aggiungo, tanti fanno finta di raccontare), la necessità di far sì che questo
patrimonio di esperienze che sono insieme pedagogiche e sociali non si
disperda, la constatazione delle “mille diversità” di una scuola “molto più
sfaccettata, colorata, ricca di creatività e voglia di fare di quanto si
immagini”.
E’ un piacere saperlo e tornare a convincersene anche se, per affrontare ciò
che questo comporta, occorrerebbe che, oltre a far bene ognuno il proprio
dovere nel posto in cui si opera, si lavorasse ad analisi più vaste,
necessariamente più radicali, e si definissero i nuovi obiettivi di lotta, e ci
si organizzasse per diffonderli, agitarli, raggiungerli, nel presente mutato e
verso un futuro che non promette molto di buono.
L’Unità 8 ottobre 2011

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