Una scelta impegnativa di saggia fermezza
Lo Stato ha il dovere di difendere la libertà di coscienza che è un valore costituzionalmente protetto.
Molti giudicano questa lunga campagna elettorale come la più
brutta che ci sia mai stata, ma non è vero. È stata come le altre. Io ne
ricordo moltissime; il mio primo voto lo diedi nel referendum del 1946, perciò le
ho viste tutte e ad alcune ho anche attivamente partecipato. Ricordo i baffoni
di Stalin e gli insulti ai «forchettoni» della Dc che campeggiavano nei
manifesti del Partito comunista e ? dalla parte opposta ? le madonne pellegrine
portate in giro per l'Italia e gli impiccati a Budapest e a Praga nei manifesti
della Democrazia cristiana.
Questa che oggi si conclude è stata un caleidoscopio di fatti interni e
internazionali sconnessi tra loro ma ricuciti dal possibile influsso sulla
psiche degli elettori che oggi andranno o non andranno alle urne. Per eleggere
tredici presidenti di Regione, alcuni presidenti di Province e sindaci di
Comuni: 41 milioni di cittadini, un campione imponente di popolo sovrano
bombardato dai messaggi della televisione. Pesa o non pesa la televisione sul
voto degli elettori? Alcuni esperti dicono di sì, altri di no. Io dico che pesa
poco per quello che dice, ma pesa moltissimo per quello che non dice.
Dove manca il pluralismo delle voci e il racconto della realtà si sviluppa su
un unico spartito senza contraddittorio, il peso può essere decisivo. Tutti i
regimi autoritari o addirittura dittatoriali si reggono proprio su questo
elemento mediatico: un racconto monocorde dei fatti che ha come scopo quello di
trasformare il voto democratico in un plebiscito all'insegna degli slogan
prevalenti.
Nonostante questa indubitabile prevalenza mediatica di una sola parte sulle
altre, questa volta qualcosa è cambiato. Forse non molto, ma qualcosa sì. Ho
riletto gli appunti del mio taccuino dove ho scritto le emozioni più vivaci
registrate nei giorni scorsi. Quelle che ho ancora davanti agli occhi mentre
tra poco andrò ad imbucare la mia scheda nell'urna, sono tre.
La prima è il giuramento dei tredici candidati governatori di centrodestra
nelle mani di Berlusconi sul palco di piazza San Giovanni: una scena grottesca,
di una scorrettezza costituzionale macroscopica. La seconda avviene a Torino
durante un comizio di Berlusconi insieme al candidato leghista Cota. Il
presidente del Consiglio, dopo aver ricordato che tra gli obiettivi che il
governo si è dato c'è quello di sconfiggere il cancro nei prossimi tre anni
(una promessa che batte ogni record di incredibilità in una campagna
elettorale) si impegna a dotare il Piemonte d'un grande centro d'eccellenza
oncologica se Cota vincerà le elezioni. Se le perderà il centro oncologico non
ci sarà. Insomma le cure anticancro sono subordinate alla vittoria di Cota. Non
vi sembra pazzesco?
La terza emozione l'ho avuta quando, seguendo lo spettacolo di Santoro la sera
di giovedì scorso dal Paladozza di Bologna, ho visto le interrogazioni che
Mussolini rivolgeva alla folla radunata in piazza, seguite dalle analoghe
interrogazioni che Berlusconi propone a sua volta al pubblico dei suoi club
«meno male che Silvio c'è». Un'analogia sconvolgente. Si dice: quella di
Mussolini era una tragedia e questa d'oggi è una farsa. È vero, con
l'avvertenza tuttavia che anche le farse possono finire in tragedia quando
hanno come effetto quello di manipolare la pubblica opinione.
Tre episodi, tre emozioni. Su di me hanno avuto l'effetto di confermare il mio
sentimento di pericolosità per i colpi che atteggiamenti del genere da parte di
un personaggio che ricopre una delle massime cariche dello Stato sferrano
sull'assetto democratico del Paese. Per completare il quadro sono rispuntati
fuori gli anarchici insurrezionalisti, inviando buste con dentro polvere da
sparo o bossoli di rivoltella. Costa solo un francobollo mandare in giro
messaggi deliranti. Ma hanno un loro obiettivo: quello di ottenere un effetto
mediatico. A vantaggio di chi?
Il signor B, come molti scrivono per risparmiare lo spazio di scrittura, ha
detto ieri nelle sue sette apparizioni televisive «a reti unificate» che il
risultato di queste elezioni non avrà alcun effetto sul governo da lui
presieduto che proseguirà la sua proficua attività fino alla fine della
legislatura.
Non è vero, un effetto lo avrà. Se perderà, la «fin de règne» subirà una forte
accelerazione; se vincerà, le spinte verso lo stravolgimento costituzionale per
un regime autoritario diventerà devastante. Lo si capisce dall'elenco delle
riforme da lui stesso elencate: subito una «grande grande riforma della
giustizia», la legge sulle intercettazioni, il presidenzialismo con l'antipasto
di un voto nei gazebo del Popolo della Libertà. Tre pietre miliari per
l'assetto autoritario e cioè, in parole semplici: il ritorno dei Procuratori
del Re, la censura sulla stampa e sulle televisioni e infine tutto il potere
nelle mani di un solo uomo. Prospettive fosche. L'opposizione si batterà per
arginare uno «tsunami» di simili dimensioni, ma sarà come affrontare con archi
e frecce un esercito di carri armati. In «Avatar» gli armati di archi e frecce
sconfiggono i carri armati, ma l'ipotesi che una impresa del genere si avveri
nella realtà mi sembra azzardata. L'occasione di fermarli è oggi, domani sarà
molto più difficile. Lo sanno anche Fini e Casini, ma non sembra abbiano scelto
le mosse giuste in questa campagna elettorale.
Resta da esaminare chi potrà cantar vittoria domani sera a schede scrutinate. I
protagonisti si sono tenuti prudenti; Lui ha fissato l'asticella della vittoria
a quattro Regioni: Lombardia, Veneto, Campania, Calabria; Bersani a sette
Regioni su tredici in lizza: Emilia, Toscana, Marche, Umbria, Liguria,
Basilicata, Puglia. Ma le cose non stanno esattamente così. Affinché ci sia una
vittoria del centrodestra occorre che, oltre alle quattro regioni già sicure,
si aggiungano il Lazio e il Piemonte. Anche per il centrosinistra, in aggiunta
alle sette già indicate, ci vuole l'aggiunta del Lazio e del Piemonte.
Ciò significa che sarà il risultato di Roma e di Torino a decidere la partita.
Il Lazio soprattutto, ed è proprio in Lazio che invece sia Casini sia Fini
hanno scelto la parte sbagliata puntando sull'equivoco Polverini. Un equivoco e
non a caso Polverini ha giurato insieme agli altri dodici «apostoli» sul palco
di piazza San Giovanni nelle mani dell'Imperatore dimenticando che un
presidente di Regione eletto dal popolo non può che giurare sulla Costituzione.
Nelle due regioni decisive il risultato è più che mai nelle mani degli
indecisi. Se gli indecisi che votarono centrodestra nelle precedenti elezioni
si asterranno e se gli indecisi di centrosinistra andranno invece a votare, la
vittoria sarà a sinistra; se avverrà il contrario l'esito premierà il signor B.
Questa è la posta e queste le condizioni della partita.
Non è dunque un caso che il recente pronunciamento del cardinal Bagnasco,
presidente della Conferenza episcopale, sia stato un oggetto contundente mirato
contro la Bonino
e la Bresso.
Scagliato nell'ultima settimana elettorale e stentatamente
rappezzato due giorni dopo con un documento dei Vescovi liguri che valorizzava
il tema del lavoro e dell'accoglienza degli immigrati allo stesso livello della
scomunica vescovile contro l'aborto e il controllo delle nascite. Peggio la
pezza del buco.
La risposta della Bonino e della Bresso è stata ineccepibile dal punto di vista
della logica: la legge e il referendum che hanno disciplinato quella delicatissima
materia non sono stati in favore dell'aborto ma contro l'aborto clandestino ed
hanno avuto infatti l'effetto di farne diminuirne il numero.
Questa logica avrebbe dovuto essere ben presente al cardinal Bagnasco e ai
Vescovi italiani; invece hanno puntato anche loro non sulla ragione ma
sull'emotività dimenticando perfino che l'intera questione non ha alcuna
pertinenza con le Regioni ma riguarda il Parlamento nazionale.
Si è dunque voluto consapevolmente intervenire in favore di uno schieramento politico
contro l'altro. È accettabile un intervento di questa natura e di queste
dimensioni? Un intervento ad orologeria, sette giorni prima d'un appuntamento
elettorale?
Alcuni «terzisti» professionali raccomandano di non ridurre quest'improvvida
iniziativa episcopale al «solito scontro tra clericali e laicisti». Hanno
ragione, ma qui non si tratta di clericali, bensì dell'episcopato italiano e di
chi pretende di rappresentarlo. Se la pretesa non fosse legittima i
dissenzienti dovrebbero dissociarsene con la tanto invocata trasparenza. Se non
lo fanno significa che le loro opinioni sono conformi a quelle di chi presiede la Cei. Comunque i
Vescovi non meritano l'appellativo di clericali: sono a tutti gli effetti i
discendenti degli apostoli, quelli ai quali Gesù dette il potere di «legare o
sciogliere»; sono i depositari della predicazione, della dottrina e del
pastorale esercizio della cura delle anime ad essi affidate.
Quanto ai laicisti, non so chi siano. Ci sono i laici, che siano credenti o non
credenti o diversamente credenti.
La discussione nel caso specifico riguarda i tre lati di un triangolo: i
Vescovi, i laici, lo Stato italiano che è ? o dovrebbe essere ? uno Stato
laico. La Chiesa
ha legittimamente uno spazio pubblico nel quale può propagandare le sue idee in
piena libertà, come qualsiasi altra entità, associazione, partito, cittadini.
Deve tuttavia astenersi dalla prescrizione di un voto elettorale così come deve
astenersi dall'interferire sui comportamenti dei cattolici che abbiano
incarichi elettivi e istituzionali.
Noi laici abbiamo il diritto di reagire ad interferenze indebite. Quanto allo
Stato, esso dovrebbe reagire con vigore di fronte ad un episcopato che impone
agli elettori di votare in un certo modo parlando di valori non negoziabili.
Chi decide sulla negoziabilità: i Vescovi o la coscienza individuale? Lo Stato
ha il dovere di difendere la libertà di coscienza che è un valore
costituzionalmente protetto. Se non lo fa, si tratta d'una mancanza grave e
censurabile. Noi lamentiamo che il governo della Repubblica non abbia inviato
una nota di protesta alla Segreteria di Stato del Vaticano o al Nunzio che la
rappresenta. I Vescovi e i preti sono cittadini italiani agli effetti civili,
ma al tempo stesso fanno parte integrante di quella che si chiama «gerarchia
ecclesiastica». Hanno pertanto una doppia veste e sta al loro senso di
responsabilità di saper scegliere quale debbano indossare nelle diverse
mansioni o occasioni del loro esercizio pastorale. Se sbagliano, spetta alle
istituzioni laiche richiamarli alla misura e al senso di responsabilità.
Capiamo bene che la Chiesa
nel suo complesso si trova proprio in questi giorni alle prese con problemi di
delicatissima natura. Proprio quei problemi avrebbero dovuto suggerire alla
gerarchia di non avventurarsi in prescrizioni e divieti in casa altrui proprio
mentre si scopre che prescrizioni, divieti e trasparenza di comportamenti sono
troppo spesso mancati in casa propria. Non stiamo parlando di peccati ma di
reati non denunciati quando bisognava e bisogna farlo e sul giudizio dei quali
è titolare la giurisdizione dei vari paesi dove quei reati sono stati commessi.
I cittadini decideranno oggi e domani a chi affidare la guida di molte Regioni,
Province, Comuni. Ed anche se vorranno arrestare un'incipiente zoppia che
incombe sulla democrazia italiana. Si tratta dunque d'una scelta estremamente
impegnativa. Non facciamo ricorso a parole come amore e odio, non pertinenti al
governo della «res publica». Invochiamo saggezza e responsabilità e ci auguriamo
che sia questo il criterio che gli elettori adotteranno.
http://www.repubblica.it (28 marzo 2010)

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