Una rivolta contro le certezze
Le rivolte del mondo arabo aprono nuovi possibili scenari.
Attenti ai luoghi comuni. L’interpretazione delle rivolte
arabe (certo, la memoria del nostro iniziale entusiasmo per la rivoluzione
iraniana del 1979 brucia ancora) si sta rapidamente ritirando nei consueti
paradigmi. Se ne immagina, come risultato, il rafforzamento della componente
islamica radicale, una crescita di egemonia dell’Iran rispetto all’Arabia
Saudita e il mondo pro-occidentale, un Israele accerchiato.
E, per finire, un’Europa minacciata da una migrazione biblica. Può essere che
vada così. Ma ci sono anche molte domande, la cui risposta indica diversi
scenari. Provo a formularne tre.
La prima è proprio sull’Iran. Nei giorni scorsi un segnale del nuovo potere di
Teheran ci è stato offerto dall’arrivo nel Mediterraneo, passando per il Canale
di Suez, di due sue navi da guerra. La prima fase di questa partita, si dice,
ha avvantaggiato l’Iran. Affermazione vera - ma fino a un certo punto. Va
intanto notato che più che espressione di forza, la influenza attuale di
Teheran è una delle maggiori conseguenze della guerra in Iraq. La cui lunghezza
e incertezza d’esito (qualunque cosa ne dicano i nostalgici di Bush, non esiste
ancora un governo vero a Baghdad) ha finito con il ridare spazio e ruolo agli
sciiti della regione, e ha portato o rinsaldato sotto l’ala religiosa
estremista, sull’onda dei sentimenti antiamericani, vari movimenti nazionali.
Hamas come Hezbollah si sono rilegittimati in quella guerra, e a quel periodo
risale la tensione di oggi in Giordania. Ed è indubbio che le rivolte odierne
in regione hanno una forte componente sciita contro governi minoritari sunniti.
Il Bahrein è un perfetto esempio, con il suo mezzo milione di cittadini di cui
il 70 per cento sciiti, governato da un paio di secoli da una famiglia sunnita.
Ma l’Iran - ed è questa la domanda - è davvero in grado oggi di esercitare
questa maggior influenza? In effetti la rivolta araba, con un classico colpo di
coda, mentre rafforza Teheran all’estero, ne aumenta la destabilizzazione
interna. Il movimento dell’Onda verde iraniana si rivela infatti anticipatore e
fratello di quello che scuote la piazza araba, per composizione politica e
sociale, come vedremo più avanti. L’Iran appare dunque in una sorta di tenaglia
- e la sua partita molto più aperta di quel che si sostiene.
Può essere destabilizzata anche l’Arabia Saudita? È la seconda domanda, e forse
la più importante posta dalla rivolta. Il Regno, come semplicemente viene
chiamato, è il più temibile soggetto di sconosciuta potenza che abbiamo di
fronte. Nel triangolo che, da dopo la Seconda Guerra, lega allo stesso destino e con
vicende alterne le tre casseforti del petrolio mondiale (il Regno Saudita,
l’Iran e l’Iraq) e che è all’origine di tre dei maggiori conflitti degli ultimi
40 anni, l’Arabia Saudita è la nazione che in apparenza ha meglio saputo tenere
la sua stabilità.
Anche in questo momento sembra essere fuori dal caos. Ma la verità sul vecchio
Regno è che, da sempre, il suo silenzio è solo la copertura di enormi lotte di
potere. L’Arabia Saudita è stata incubatrice di uno dei grandi filoni di
radicalismo islamico, quello salafita, ha dato non a caso i natali a Osama bin
Laden, ed è oggi profondamente esposta a una guerra di successione che
accompagna il declino del vecchio re. Il ciclone delle rivolte sta facendo
saltare Bahrein, Giordania, Yemen, Egitto - la cintura di sicurezza che aveva
intorno. La decisione recente del sovrano di prevenire ogni tensione aumentando
gli stipendi ai sudditi è una ammissione di debolezza quale non se ne vedevano
da tempo.
Nel caso che alla domanda di sopra si rispondesse dunque con un sì - può essere
destabilizzata anche l’Arabia Saudita -, dovremmo immaginare un alterarsi
drastico del già caotico panorama attuale. Si presenterebbero infatti in quel
caso condizioni per una nuova guerra con un coinvolgimento degli occidentali.
Infine, terza domanda: il movimento che anima le piazze può davvero tutto
rifluire nei tradizionali canali dello scontro religiosi-\laici, o
estremisti-\moderati? Secondo i dati riportati da Alasdair McWilliam sul
Guardian del 22 febbraio, i Paesi che hanno guidato la protesta sono anche in
cima allo Human Development Index, un indicatore che misura la crescita di
educazione, salute e condizioni economiche. Non è certo un caso.
Nel 2010 al primo posto dell’Index troviamo Tunisia, Egitto Algeria, Marocco. Alcuni
esempi: la frequenza alle scuole superiori in Egitto è passata dal 14% al 28%
dal 1990, e in Tunisia dall’8 al 34%. Ma l’assorbimento di queste nuove leve
con migliore educazione è quasi inesistente - in Egitto i diplomati sono il 42
per cento della forza lavoro ma l’80 per cento dei disoccupati. In Medioriente
e Nord Africa la disoccupazione è del 25 per cento, cioè la più alta del mondo,
anche a causa di un’assenza quasi totale di un settore privato. E qui ben si
capisce la rabbia contro governi corrotti, paternalisti e piramidali. Secondo la International Labour
Organization, il mondo arabo ha bisogno di generare più di 50 milioni di posti
di lavoro nei prossimi dieci anni per assorbire questa offerta.
La combinazione di tutte queste attese (stimolate dalla globalizzazione della
comunicazione) si incanalerà di nuovo davvero nel movimento religioso, bigotto
e radicale com’è stato finora? O non sarà, come in Iran dopo tutto, anche lo
stesso movimento islamista radicale a rimanere scottato dalle più recenti
fiamme?
http://www.lastampa.it 5/2/2011

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