Una nuova egualianza dopo la crisi
Tutti i paesi all´Est come all´Ovest dovranno uscire dalla ortodossia della crescita economica a ogni costo e fare più attenzione all´equità sociale
Pubblichiamo parte della relazione che ha tenuto nella prima giornata del World Political Forum a Bosco Marengo (Alessandria). Al Forum di quest´anno, sul tema "L´Est, quale futuro dopo il comunismo", hanno partecipato tra gli altri Mikhail Gorbaciov e Yuri Afanasiev.
Il "secolo breve", il XX, è stato un periodo contrassegnato da un
conflitto religioso tra ideologie laiche. Per ragioni più storiche che logiche
è stato dominato dalla contrapposizione di due modelli economici – e soltanto
due modelli vicendevolmente esclusivi – il "Socialismo", identificabile
con economie a pianificazione centrale di tipo sovietico, e il
"Capitalismo", che copriva tutto il resto. Tale contrapposizione,
apparentemente fondamentale, tra un sistema che ambiva a togliere di mezzo le
imprese private interessate agli utili (il mercato, per esempio) e uno che
intendeva affrancare il mercato da ogni restrizione ufficiale o di altro tipo,
non è mai stata realistica. Tutte le economie moderne devono abbinare pubblico
e privato in vario modo e in vario grado, e di fatto così fanno. Entrambi i
tentativi di vivere all´altezza di questa logica del tutto binaria di queste
definizioni di "capitalismo" e "socialismo" sono falliti.
Le economie di tipo sovietico a organizzazione e gestione statale non sono
sopravvissute agli anni Ottanta. Il "fondamentalismo di mercato"
angloamericano è crollato nel 2008, nel momento del suo apogeo. Il XXI secolo
dovrà pertanto riconsiderare i propri problemi in termini molto più realistici.
Come ha influito tutto ciò sui Paesi in passato devoti al modello
"socialista"? Sotto il socialismo avevano riscontrato l´impossibilità
di riformare i loro sistemi dirigenziali a pianificazione statale, quantunque i
loro tecnici e i loro economisti fossero pienamente consapevoli delle loro
principali carenze. I sistemi – non competitivi a livello internazionale –
furono in grado di sopravvivere finché poterono restare completamenti isolati
dal resto dell´economia mondiale.
Questo isolamento, però, non poté essere mantenuto nel tempo e quando il
socialismo fu abbandonato – vuoi in seguito al crollo dei regimi politici come
in Europa, vuoi dal regime stesso, come in Cina o in Vietnam – questi stati
senza alcun preavviso si ritrovarono immersi in quella che a molti sembrò
l´unica alternativa disponibile: il capitalismo globalizzante, nella sua forma
allora predominante di capitalismo del libero mercato. Le conseguenze dirette
in Europa furono catastrofiche. I Paesi dell´ex Unione Sovietica non ne hanno
ancora superato le ripercussioni. La
Cina, per sua fortuna, scelse un modello capitalista diverso
dal neoliberalismo angloamericano, preferendo quello molto più dirigista delle
"economie tigre" o d´assalto dell´Asia orientale, ma diede il via al
suo "gigantesco balzo economico in avanti" con ben scarsa preoccupazione
e considerazione per le implicazioni sociali e umane.
Quel periodo è ormai alle spalle, come lo è il predominio globale del
liberalismo economico estremo di matrice angloamericana, quantunque non
sappiamo ancora quali cambiamenti implicherà la crisi economica mondiale in
corso – la più grave dagli anni Trenta – quando si saranno riusciti a superare
gli esiti sconvolgenti degli ultimi due anni. Una cosa, tuttavia, è sin d´ora
molto chiara: è in corso un avvicendamento di immani proporzioni dalle vecchie
economie nordatlantiche al Sud del pianeta e soprattutto all´Asia orientale.
In questo frangente, gli ex stati sovietici (compresi quelli tuttora governati
da Partiti comunisti) si trovano a dover affrontare problemi e prospettive
molto diverse. Escludendo in partenza le divergenze di allineamento politico,
dirò solo che la maggior parte di essi resta relativamente fragile. In Europa
alcuni si stanno assimilando al modello social-capitalista dell´Europa
occidentale, benché abbiano un reddito medio pro-capite considerevolmente
inferiore. Nell´Unione europea è alquanto verosimile presagire la comparsa di
una doppia economia. La Russia,
ripresasi in certa misura dalla catastrofe degli anni Novanta, è ridotta ormai
a Paese esportatore, potente ma vulnerabile, di prodotti primari e di energia
ed è stata finora incapace di ricostruirsi una base economica meglio
bilanciata.
Le reazioni contro gli eccessi dell´era neoliberale hanno portato a un ritorno,
parziale, a forme di capitalismo statale accompagnate da una sorta di regressione
a taluni aspetti dell´eredità sovietica. Palesemente, la semplice
"imitazione dell´Occidente" ha smesso di essere un´opzione possibile.
Questo fenomeno è ancora più evidente in Cina, che ha sviluppato con
considerevole successo un proprio capitalismo post-comunista, al punto che in
futuro può anche darsi che gli storici possano vedere in questo Paese il vero
salvatore dell´economia capitalista mondiale nella crisi nella quale ci
troviamo attualmente. In sintesi, non è più possibile credere in una unica
forma globale di capitalismo o di post-capitalismo.
In ogni caso, delineare l´economia del domani è forse la parte meno rilevante
delle nostre future preoccupazioni. La differenza cruciale tra i sistemi
economici non risiede nella loro struttura, bensì nelle loro priorità sociali e
morali, e queste dovrebbero pertanto essere l´argomento principale del nostro
dibattito. Permettetemi dunque, a tal proposito, di illustrarvene due aspetti
di fondamentale importanza.
Il primo è che la fine del Comunismo ha comportato la scomparsa repentina di
valori, abitudini e pratiche sociali che avevano segnato la vita di intere
generazioni, non soltanto quelle dei regimi comunisti in senso stretto, ma
anche quelle del passato pre-comunista che sotto questi regimi erano state in
buona parte tutelate. Dobbiamo riconoscere quanto siano stati profondi e gravi
lo shock e le disgrazie in termini umani verificatisi in conseguenza di questo
brusco e inaspettato terremoto sociale. Inevitabilmente, occorreranno parecchi
decenni prima che le società post-comuniste trovino una stabilità nel loro
modus vivendi nella nuova era, e alcune delle conseguenze di questa
disgregazione sociale, della corruzione e della criminalità istituzionalizzate
potrebbero richiedere ancora molto più tempo per essere debellate.
Il secondo aspetto è che sia la politica occidentale del neoliberalismo, sia le
politiche postcomuniste che essa ispirò hanno di proposito subordinato il
welfare e la giustizia sociale alla tirannia del Pil, il Prodotto Interno
Lordo: la più grande crescita economica possibile, volutamente inegalitaria.
Così facendo, essi hanno minato – e negli ex Paesi comunisti hanno addirittura
abbattuto – i sistemi dell´assistenza sociale, del welfare, dei valori e delle
finalità dei servizi pubblici. Tutto ciò non costituisce una premessa da cui
partire sia per il "capitalismo europeo dal volto umano" dei decenni
post-1945 sia per soddisfacenti sistemi misti post-comunisti. Obiettivo di
un´economia non è il guadagno, bensì il benessere di tutta una popolazione. La
crescita economica non è un fine, ma un mezzo per dar vita a società buone,
umane e giuste. Non importa come chiamiamo i regimi che perseguono questa
finalità. Conta unicamente come e con quali priorità sapremo abbinare le
potenzialità del settore pubblico e del settore privato nelle nostre economie
miste. Questa è la questione politica più importante del XXI secolo.
(© Eric J. Hobsbawm 2009 Traduzione di Anna Bissanti)
http://www.repubblica.it 9.10.09

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