Una crescita senza benessere
Sostituire un'economia fondata sul consumo individuale e compulsivo con un sistema orientato al consumo condiviso
La crescita (che non c'è e, dove c'era, svanisce) è trattata
sempre più come un obbligo. Ma quella di cui si parla è solo una crescita
contabile (del Pil), finalizzata a riequilibrare i rapporti tra deficit - e
debito - e Pil con un aumento del denominatore (Pil) e non solo con una
riduzione dei numeratori (deficit e debito). Il tutto soprattutto per
«rassicurare i mercati». Dalla crescita ci si attende anche un aumento dei
redditi tassabili (non tutti i redditi lo sono, o lo sono nella stessa misura:
alcuni, per legge; altri, per violazione della legge) e, quindi, delle entrate
dello Stato, rendendo più facile il pareggio di bilancio (assurto al rango di
obbligo costituzionale) e, forse, anche una riduzione del debito (anch'essa
resa obbligatoria dal cosiddetto patto euro-plus). Tuttavia meno spesa e più
entrate non bastano a garantire il pareggio; non è detto che l'avanzo primario
programmato (il surplus delle entrate sulle spese) sia compatibile con
l'andamento dei tassi. Così gli interessi si accumulano in nuovo debito, una
spirale, in contesti di deflazione come questo, senza fine.
La Grecia è da tempo in stato fallimentare (default): la sua economia non potrà
più crescere per decenni; meno che mai in misura sufficiente ad azzerare il
deficit o ripagare anche solo in parte il debito. Perché, allora, economisti e
statisti non ne prendono atto? In parte perché non sanno che fare (era una
sopravvenienza prevedibile, ma mai presa in considerazione); in parte per
rapinarla; pensioni, salari, posti di lavoro, servizi pubblici, isole, riserve
auree: tutto quello di cui ci si può appropriare (privatizzandolo) va preso
prima di ammettere l'irreversibilità della situazione. La posizione dell'Italia
non è molto diversa anche se il suo tessuto industriale è più robusto: una
crescita sufficiente a pareggiare i conti non arriverà più; soprattutto
strangolando così la sua economia. Ma qui i beni da saccheggiare - in barba ai
risultati dei referendum - sono più succosi, mentre una presa d'atto del
fallimento farebbe saltare, insieme all'euro, anche l'Unione europea. Per
questo il gioco è destinato a durare più a lungo. Se però un governo ne
prendesse atto, annunciando un default concordato - e selettivo: per colpire
meno i piccoli risparmiatori - l'Europa correrebbe ai ripari e gli eurobond
salterebbero fuori dall'oggi al domani. Ma così, dicono gli economisti, si
blocca il circuito bancario e si arresta tutto il processo economico.
Certo le cose non sarebbero facili; ma non lo sono, per i più, neanche ora.
Però il circuito bancario si era già bloccato dopo il fallimento Lehman
Brothers, e sono intervenuti gli Stati nazionalizzando di fatto, per un po', le
banche. Succederebbe di nuovo; e anche senza uscire dall'Euro, perché a
intervenire dovrebbe essere la
Bce.
Quella spirale del debito non è una novità: nella seconda
metà del secolo scorso quasi tutti i paesi del Sud del mondo si sono indebitati
per promuovere una crescita (allora si chiamava "sviluppo") che non è
mai venuta. Poi, non potendo ripagare il servizio del debito, sono stati tutti
presi sotto tutela dal Fmi, che ha loro imposto privatizzazioni e riduzioni di
spesa analoghe a quelle imposte oggi dalla Bce e dal Fmi ai paesi cosiddetti
Piigs: con la conseguenza di avvitare sempre più la spirale del debito. La
letterina (segreta) che la Bce
ha spedito al governo italiano per dirgli che cosa deve fare quei paesi la
conoscono bene: ne hanno ricevute a bizzeffe, e sono andati sempre peggio.
Viceversa, le economie cosiddette emergenti sono quelle che avevano scelto di
non indebitarsi, o che ne sono uscite con un default: cioè decidendo di non
pagare - in parte - il loro debito.
La crescita di cui parlano gli economisti - e di cui blaterano tanti politici -
è la ripresa, accelerata, del meccanismo che ha governato il mondo occidentale
nella seconda metà del secolo scorso e che oggi torna a operare, tra l'invidia
generale, nei paesi cosiddetti emergenti (i quali hanno ritmi di sviluppo
accelerati solo perché sono partiti da zero, o quasi); mentre da noi quel
meccanismo è ormai irripetibile anche in paesi considerati locomotive del
mondo. Vorrebbero tornare a moltiplicare la produzione di automobili, di
elettrodomestici, di gadget elettronici, in mercati ormai saturi e gravati da
eccesso di capacità (vedi il fiasco di Marchionne); di moda e di articoli di
lusso in un mondo in cui i ricchi non sanno più che cosa comprare perché hanno
già tutto e di più (mentre le produzioni a basso costo sono state delocalizzate
in paesi emergenti; per cui ogni eventuale, quanto improbabile, aumento dei
redditi da lavoro non avrebbe comunque conseguenze sull'occupazione in
Occidente); di turismo in ambienti naturali sempre più degradati e -
soprattutto: questa dovrebbe essere la "molla" della ripresa - di
Grandi opere. Si tratta di un modello di impresa fondato su finanziamenti
pubblici (spesso contrabbandati come finanza di progetto); su catene senza fine
di subappalti (con conseguente corruzione, evasione fiscale, caporalato e
mafia: non sono guai solo italiani); guasti irreversibili ai territori; inganni
e violenze sulle popolazioni locali per imporre l'opera per poi, alla fine dei
lavori, destinare all'abbandono territori e tessuti sociali degradati. Il Tav
in Val di Susa ne è il paradigma. Per la protezione dell'ambiente, invece,
niente. Dicono che per favorire il ritorno alla crescita va - temporaneamente -
sospesa. Così si succedono i summit mondiali che non decidono niente, mentre il
pianeta corre verso il collasso. Per l'equità - tra paesi ricchi e paesi
poveri; tra ricchi e poveri di uno stesso paese; tra l'oggi e le generazioni
future - meno ancora.
La crescita per fare fronte al debito non riguarda quindi né l'occupazione (c'è
da tempo un disaccoppiamento tra occupazione e aumento del Pil, dei fatturati e
dei profitti); né la qualità del lavoro (è sempre più precario in tutto il
mondo e si investe sempre meno in formazione); né i redditi da lavoro diretti o
differiti (le pensioni); né il benessere delle comunità, messo sotto scacco dal
degrado ambientale, dal taglio dei servizi e del welfare, dall'aumento delle
persone disoccupate, scoraggiate o emarginate (sospinte sempre più numerose
sotto la soglia della povertà); né dalla distruzione della socialità e della
socievolezza. Infine, la crescita affidata ai meccanismi di mercato aborre
dalle politiche industriali; e se le propone o le invoca, è solo per dare una
spinta - con incentivi, sgravi fiscali, tassi di interesse sotto zero o
investimenti pubblici in Grandi opere - a un meccanismo che poi dovrebbe andare
avanti da sé: non ci sono obiettivi generali da perseguire, perché deve essere
il mercato a selezionare quelli che corrispondono alle propensioni del
consumatore (esaltato come sovrano quanto più viene soggiogato dai meccanismi
della pubblicità e della moda); non ci sono problemi di governance - intesa
come composizione degli interessi e partecipazione dei lavoratori e delle
comunità alla gestione delle attività che si svolgono su un territorio - perché
è l'impresa che deve avere il controllo assoluto su di esse (come sostiene
Marchionne tra gli applausi generali). Le privatizzazioni sono la traduzione di
questa logica: il trasferimento della sovranità da quel che resta degli
istituti della democrazia rappresentativa al dispotismo di imprese sempre più
grandi, potenti, centralizzate, lontane dai territori e dalle comunità. Anche
questa è una spirale senza fine: più si smantella quanto di pubblico,
condiviso, egualitario è stato conquistato negli anni, più si imputa la
mancanza di risultati al fatto che non si è ancora smantellato abbastanza. Il
liberismo è un dogma senza possibilità di verifiche praticato da una setta
incapace di tornare sui suoi passi.
Per far fronte alla crisi - che è innanzitutto crisi delle condizioni di vità
della maggioranza della popolazione - valorizzando le risorse che territori,
comunità e singoli sono in grado di mettere in campo - ci vuole invece una vera
politica economica e industriale; che oggi non può che essere un programma di
riconversione ecologica di consumi e produzioni, tra loro strettamente
interconnessi. Non c'è spazio - né ambientale, né economico, né sociale - per
rilanciare i consumi individuali: generazione ed efficienza energetiche,
mobilità sostenibile, agricoltura e alimentazione a km0, cura del territorio,
circolazione dei saperi e dell'informazione (e non della patonza) non possono
che essere imprese condivise, portate avanti congiuntamente dai lavoratori,
dalle loro organizzazioni, dalle iniziative comunitarie, dalle amministrazioni
locali, dalle imprese legate o che intendono legarsi a un territorio di
riferimento (rime tra le quali, i servizi pubblici locali: non a caso sotto attavvo).
Le produzioni che hanno un avvenire, e per questo anche un mercato vero, sono
quelle che corrispondono a questi orientamenti; ad esse dovrebbero essere
riservate tutte le risorse finanziarie impiantistiche, tecniche e soprattutto
umane che è possibile mobilitare.
Questo è anche un preciso indirizzo di governance per prendere in carico la
conversione ecologica. Sostituire un'economia fondata sul consumo individuale e
compulsivo con un sistema orientato al consumo condiviso (che non vuol dire
collettivo o omologato: la condivisione esige attenzione per le differenze e
per la loro realizzazione) non può essere programmata in modo verticistico; né
gestita con i meccanismi autoritari delle Grandi opere. La conversione
ecologica è un processo decentrato, diffuso, differenziato sulla base delle
esigenze e delle risorse di ogni territorio, integrato e coordinato da reti di
rapporti consensuali, basato sulla valorizzazione di tutti i saperi
disponibili. Una politica economica e industriale che si ponga questi obiettivi
può anche affrontare, in modo selettivo e programmato, l'azzardo di un default:
per non destinare più le risorse disponibili al pozzo senza fondo del debito
pubblico. Ma certo questo richiede l'esautoramento di gran parte delle attuali
classi dirigenti (e di molti economisti). L'alternativa non è dunque tra
crescita e decrescita, ma tra cose da fare e cose da non fare più.
il manifesto, 25 settembre 2011

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