Una bella piazza, un pessimo discorso
Pubblica amministrazione, Costituzione, legalità: questo dovrebbe essere il programma di un serio partito democratico e riformista. Il presidenzialismo in salsa berlusconiana è l'antitesi del riformismo democratico.
Ho aspettato il discorso di Berlusconi sul palco di piazza
San Giovanni prima di scrivere queste righe. Pensavo che avesse in serbo
qualche idea nuova, qualcuna delle sue promesse elettorali - per
altro mai mantenute - che sorprendesse il Paese e spiazzasse
l'opposizione. E intanto, mentre si attendeva l'arrivo sul palco del Capo dei
Capi, il Capopopolo, il Capopartito, il Capo del governo, ho guardato la
piazza, le facce della gente, le loro parole ai microfoni delle televisioni. Le
facce erano pulite, serene, allegre. Doveva essere una festa, la festa
dell'amore verso tutti, verso gli altri; una festa di popolo con le sue idee, i
suoi bisogni, le sue speranze, come ce ne sono in tutte le piazze democratiche
di questo mondo. Così era stato detto dagli organizzatori e così sembravano
aspettarsi i partecipanti.
Ma poi è arrivato lui e l'atmosfera è cambiata. Le gente allegra è diventata
tifoseria, quella che inveisce contro i giocatori avversari e contro gli
arbitri ai quali è affidato il rispetto delle regole di gioco. Una piazza, sia
pure affollata, non cambia una situazione politica ma fornisce un elemento in
più per valutarne i possibili esiti. Se all'inizio c'era attesa, alla fine il
tono si è spento dopo un discorso che è stato uno dei più brutti che Berlusconi
abbia mai pronunciato. Ripetitivo, retoricamente bolso, con un tentativo di
colloquiare con la piazza che ripeteva un logoro copione già visto molte volte
con lui e con altri in epoche più remote: "Volete voi che vinca la
sinistra?". "Nooo". "Volete voi che vinca il Popolo della
libertà?". "Sììì".
"Volete voi il governo del fare?". "Sì". "Volete che
aumentino le tasse?". "Noo". Ha promesso addirittura che il suo
governo avrebbe vinto il cancro. Incredibile, ma è accaduto in quella piazza e da
quel palco.
Naturalmente ha attaccato a fondo la sinistra descrivendola come una peste da
cui lui e soltanto lui ha salvato il Paese sacrificando la sua privata libertà.
Si è vantato di avere ridotto i reati di furto di rapina e di omicidio a
livello minimo mai raggiunto. Di aver riportato l'Italia tra le grandi potenze
col massimo rilievo che tutti gli altri gli attribuiscono. Di aver bloccato
l'immigrazione. Di aver fatto sciogliere i campi nomadi. Ha inneggiato a
Bertolaso e ai provvedimenti di emergenza che hanno salvato il Paese. Ha
ricordato per l'ennesima volta i rifiuti tolti a Napoli (adesso ci risono) e le
case fabbricate a L'Aquila.
A metà spettacolo è arrivato al microfono Umberto Bossi e gli ha rubato per
qualche minuto la scena. Non so se l'abbia fatto per distrazione o per sottile
perfidia ma con il suo stentato parlottare Bossi gli ha conferito un merito che
francamente non conoscevamo: quello di non aver firmato una direttiva europea
sulla "famiglia trasversale"; un merito alquanto imbarazzante se
attribuito proprio a Berlusconi.Quanto al programma per i prossimi tre anni
(infrastrutture, diminuzione delle tasse, ampliamento delle case senza bisogno
di nessuna autorizzazione e, appunto, la vittoria sul cancro) c'è stato anche
uno scivolone clamoroso. La decisione di firmare davanti a quella piazza un
patto con i candidati al governo delle Regioni, nel quale patto il governo da
un lato e dall'altro le Regioni che saranno guidate dal centrodestra si
impegnano a realizzare un programma comune con appoggio reciproco. E le Regioni
guidate dall'opposizione, si domanderà qualcuno? "Con loro è impossibile
discutere" ha detto dal palco Berlusconi. Il capo del governo ha cioè
pubblicamente annunciato che discriminerà le Regioni che in libere elezioni
saranno presiedute dall'opposizione. Se questa è la libertà da lui difesa e
promessa, stiamone se possibile alla larga.
Ma oltre alla sinistra l'attacco si è concentrato contro i magistrati mossi da intenti
politici. Come distinguere quei magistrati dagli altri? Il metro è ovvio.
Quelli che processano lui o i suoi amici sono politicizzati, gli altri fanno il
loro mestiere. L'attacco è stato particolarmente violento per i magistrati dei
tribunali amministrativi di Roma e di Milano che "hanno volutamente
truccato le carte per escludere il nostro partito dalle elezioni". In
verità a Milano quegli stessi magistrati dopo un più attento controllo hanno
riammesso Formigoni. A Roma le cose sono andate diversamente perché le regole
escludevano l'ammissibilità di una lista.
Pochi minuti dopo il discorso è arrivata la notizia che il Consiglio di Stato,
con una sentenza ormai definitiva, ha respinto per l'ottava volta il ricorso
del Pdl per la riammissione della sua lista nella provincia di Roma. Tutti
comunisti anche a Palazzo Spada? "Ma ci sarà una grandissima riforma della
giustizia" ha minacciato il premier con aria truce. Una decimazione tra i
giudici? Le "toghe rosse" all'Asinara? Infine il presidenzialismo:
prima della fine di questa legislatura verrà stabilita anche l'elezione diretta
del Capo dello Stato. Non poteva mancare, quello è ormai un pensiero fisso, la
sua tarda vecchiaia lui la vuole passare al Quirinale. Un discorso piatto,
accusatorio, politicamente scadente, letterariamente pessimo. Deludente anche
per i suoi che sono una bella gente un po' frastornata.
* * *
I bisogni degli italiani, a qualunque parte politica appartengano, sono diversi
da quelli che Berlusconi immagina.
Quando esordì in politica sedici anni fa aveva interpretato lo stato d'animo di
una larga parte del Paese. Ricordate la Milano da bere di craxiana memoria? Ebbene, nel
'94 non più soltanto Milano, ma tutto il Nord voleva una Padania da bere.
Poteri forti, piccole imprese, partite Iva volevano abbattere i recinti, le
regole, i lacci e laccioli che impedivano una libera gara. Fu l'epoca del
liberismo e chi aveva garretti più robusti agguantava la sua meritata parte di
successo e di felicità.
Questa era la domanda che veniva dal fondo del Paese e chi meglio di lui poteva
capirla e soddisfarla? C'erano dei nemici da sconfiggere per attuare questo
programma e lui li indicò: la casta politica impersonata dai comunisti e dalla
sinistra. Il fisco e la burocrazia. E poi un uomo forte e antipolitico al
vertice. Un partito-azienda ai suoi ordini. Le istituzioni da usare come una
vigna di famiglia. Intanto si disfaceva il vecchio mito della classe operaia,
si affermava l'economia globale, cresceva il boom della finanza e la bolla
della "new economy".
La sinistra, di tutti questi fenomeni, capì poco o niente. Aveva un'altra
visione del Paese che però in quel momento non corrispondeva alle domande, alle
voglie, agli umori ed agli interessi della maggioranza. La sinistra pensava ad
una crescita equilibrata, alla redistribuzione sociale del reddito per
diminuire le disuguaglianze, alla legalità, all'accoglienza dell'onda
migratoria. Privilegiava, almeno a parole, il "welfare" rispetto ad
un liberismo darwiniano. Strappò ancora qualche vittoria elettorale, ma il
trend era già passato di mano.
* * *
Il Berlusconi del 2007 è un fenomeno in parte diverso da quello del '94. È
sempre un grande Narciso, un grande venditore e un grande bugiardo, ma alla
passione per i propri privati interessi si è affiancata la passione per la
politica. Che cosa c'è di più appagante della politica per un Narciso a 24
carati? La sua politica non sopporta regole né ostacoli. Vuole che tutto sia
suo. Perciò l'obiettivo primario è il presidenzialismo, l'investitura popolare
e plebiscitaria per un presidenzialismo che faccia piazza pulita di tutte le
autorità di controllo e di garanzia. Che degradi il Parlamento, la Corte costituzionale, la Magistratura, insomma
le istituzioni, al ruolo di consiglieri ed esecutori della volontà del Sovrano.
Non più lo Stato di diritto ma lo Stato assoluto, il potere assoluto.
Il programma è questo ed è stato infatti questo il tono del suo comizio in
piazza San Giovanni. L'obiettivo è la conquista del Quirinale come luogo di
potere senza altri impedimenti. La grande riforma ha questo come scopo.
Qualcuno ha acutamente osservato che negli ultimi mesi l'onnipotente capo del
governo e della maggioranza non è riuscito ad ottenere nemmeno l'eliminazione
delle trasmissioni televisive della Rai a lui scomode. Le telefonate iraconde
con l'Agcom e col direttore generale della Rai non sono riuscite ad ottenere il
risultato voluto. Ha dovuto utilizzare l'impuntatura d'un radicale membro della
commissione di Vigilanza della Rai per poter azzerare tutte le trasmissioni di
informazione del nostro servizio pubblico televisivo. Dunque un onnipotente
impotente?
Diciamo meglio: un onnipotente alle prese con regole e autorità neutre ancora
esistenti e operanti. Per questo la priorità numero uno è per lui il potere
assoluto. Disfarsi di quelle regole e di quegli ostacoli. Danneggiando
pesantemente la Rai,
favorendo pesantemente Mediaset che è cosa sua, come disse a Ciampi nel
tempestoso colloquio del 2006 sul rinvio in P arlamento della legge Gasparri.
Non vuole più essere un onnipotente impotente e neppure un potente limitato
dalle regole e dalla legge. La legge la fa lui e lui soltanto.
Ha ragione il presidente Napolitano ad insistere sulla collaborazione di tutti
alle riforme ed hanno ragione tutti gli osservatori che giudicano pessima una
campagna elettorale che non si occupa affatto dei problemi concreti delle
Regioni. Ma il tema posto dal Capopopolo e Capo del governo è lo stravolgimento
della democrazia parlamentare in un regime di assolutismo ed è con questo tema
che bisogna confrontarsi. Il comizio di piazza San Giovanni ce lo conferma.
L'opposizione può e deve parlare di sanità, precariato, occupazione, sostegno
dei redditi, Mezzogiorno. Ma deve far barriera contro la richiesta di potere
assoluto e plebiscitato. Questo ci dice la giornata di ieri ed è un tema che
non può essere eluso.
* * *
Lo Stato, nel senso della pubblica amministrazione, è a pezzi. Siamo in coda a
tutte le classifiche internazionali. Una burocrazia elefantiaca, insufficiente,
infiltrata dalla politica e spesso succube degli interessi anche illeciti.
Questa inefficienza dura da decenni e la responsabilità non è di Berlusconi ma
di tutti i governi a partire dalla fine degli anni Settanta e forse anche da
prima. L'amministrazione pubblica non è più stato un tema degno di attenzione
mentre avrebbe dovuto essere l'obiettivo numero uno da perseguire.
Berlusconi però fa parte della lunga schiera dei governi responsabili di questa
enorme disattenzione, ma quel tema non l'ha neppure sfiorato. Per lui la
pubblica amministrazione è un cane morto da sotterrare nel momento stesso in
cui il Sovrano assoluto sarà insediato. L'amministrazione dovrebbe
rappresentare la continuità dello Stato di fronte all'alternarsi dei governi.
Garantire il rispetto degli interessi sociali individuali legittimi ma insieme
a quello degli interessi generali. Nulla di tutto ciò è all'ordine del giorno.
Quando parlo di pubblica amministrazione parlo anche, anzi soprattutto, della
Giustizia che ne costituisce la parte essenziale; parlo della sanità, della
fiscalità, della rappresentanza all'estero, della gestione di Regioni e di Enti
locali. E parlo anche di governi. Il potere esecutivo fa parte della pubblica
amministrazione anzi ne è il coronamento. Dovrebbe esserlo. In Usa il governo
del presidente si chiama infatti Amministrazione. Ma quella è un'altra storia e
un altro Paese.
Pubblica amministrazione, Costituzione, legalità: questo dovrebbe essere il
programma di un serio partito democratico e riformista. Il presidenzialismo in
salsa berlusconiana è l'antitesi del riformismo democratico.
Quanto alla lotta contro la corruzione, essa riguarda soprattutto i partiti.
Dovrebbero darsi un codice etico e applicarlo puntualmente; prima che la
magistratura si esprima, i partiti dovrebbero sospendere i loro membri
indagati, una sospensione sul serio che non consentisse alcuna interferenza
sulla politica. Il caso Frisullo da questo punto di vista è fin troppo
eloquente. Il caso Frisullo dimostra anche quanto sia fallace e falsa l'accusa
contro le "toghe rosse" o politicizzate. Mentre Trani mette sotto
inchiesta il premier, la procura di Bari arresta Frisullo. L'Ordine giudiziario
è un potere diffuso che viene esercitato dai magistrati secondo i loro ruoli,
la loro competenza territoriale e i diversi gradi della giurisdizione, sicché è
impossibile lanciare quotidianamente accuse nei loro confronti nelle quali
eccelle il presidente del Consiglio. Da parte sua quelle accuse hanno una
valenza eversiva che mina alle fondamenta lo Stato di diritto.
* * *
I sondaggi d'opinione non possono esser resi pubblici in queste ultime
settimane prima del voto, ma chi ascolta e analizza i sentimenti della pubblica
opinione si è fatto un'idea del "trend" pre-elettorale e il trend è
questo: la quota dei non votanti sembra essersi attestata intorno al 30 per
cento. Circa metà di questa astensione ha carattere permanente, l'altra metà ha
carattere punitivo nei confronti dello schieramento di origine. Di questo 15
per cento gli esperti ritengono che almeno due terzi provenga da elettori di
centrodestra. Astinenza significa sottrarre mezzo voto al proprio schieramento
di provenienza.
Queste considerazioni non sono appoggiate da alcun sondaggio recente ma si
deducono logicamente. Servirà la manifestazione di ieri in San Giovanni a
modificare il trend? Credo di no. Il discorso di Berlusconi, l'abbiamo già
detto, è stato di modestissima qualità. L'intento era di spingere il suo
elettorato al voto compatto senza smottamenti pericolosi, ma da questo punto di
vista l'occasione sembra mancata. Ma può un Paese come il nostro esser guidato
da un piazzista che vende prodotti vecchi e spesso avariati? Questo è il
mistero che, speriamolo, le elezioni del 28 marzo dovrebbero cominciare a
sciogliere.
http://www.repubblica.it (21 marzo 2010)

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