Un’alleanza contro il Male
«Nel cortile dei gentili». Forum di confronto fra credenti e non credenti. 4 Canobbio - Demetrio
Canobbio: «Interpellati dalla domanda di
salvezza»
«Dobbiamo arrivare a porre le questioni di fondo. Quando si gettano le domande
più in là, si può suscitare un interrogativo più grande». Giacomo Canobbio,
docente della Facoltà teologica dell'Italia settentrionale di Milano, chiede un
salto di qualità nel rapporto tra chi si professa religioso e chi resta nella
non credenza. Il Papa chiede un "dialogo " con "coloro per i
quali la religione è una cosa estranea".
Da un punto di vista teologico, qual è il campo di confronto più
fecondo con i non credenti?
«Oggi prevale troppo l'etica. Oserei dire "purtroppo" perché non si
riesce ad andare alla ragione delle scelte etiche. In tale dialogo dovrebbero
scaturire le domande fondamentali: come mai siamo al mondo? Noi uomini siamo
una fluorescenza della natura o espressione di una realtà più grande che
corrisponde al nostro fine? Se siamo al mondo per uno scopo, allora sorge la
domanda: come maturare insieme una convergenza su uno scopo che ci supera? Sono
interrogativi poco comuni nel confronto, che si concentra di più su bioetica ed
ecologia».
Vede spazi concreti per questo dialogo?
«Non vedo esperienze significative. Penso alla passata Cattedra dei non
credenti istituita dal cardinal Martini a Milano, luogo dove si affrontavano
temi più fondamentali rispetto a quelli dibattuti oggi nell'agorà. Dobbiamo
arrivare a porre le questioni di fondo. Se si parte dalle domande che pongono
anche gli altri interlocutori, si resta fermi nelle proprie preclusioni.
Nell'editoria vi sono segnali del ritorno della questione-Dio. Ho presente il
volume del sociologo Rodney Stark, Un unico vero. Le conseguenze storiche del
monoteismo (Lindau): dal mondo anglosassone e tedesco arrivano domande basilari
su Dio. Il convegno della Cei di dicembre voleva mettere al centro questo
interrogativo: su questo dobbiamo proseguire».
Dio "uno Sconosciuto": per Benedetto XVI questa è la figura
teologica di chi cerca ancora Dio. Quali i Suoi tratti vanno oggi rimarcati?
«La figura biblica del Dio salvatore. Viviamo in un'epoca in cui si sottolinea
il disincanto delle ideologie, dei progetti politici e medico-tecnico. Le persone -
lo stanno avvertendo in questa crisi economica e nel recente terremoto di
Haiti - si pongono la domanda: potrà esserci per noi una salvezza? La Bibbia e il cristianesimo
hanno custodito questo messaggio, annunciando un Dio salvatore. Gli uomini si domandano
se c'è qualche salvezza all'orizzonte».
Rispondere a tale domanda è urgente a causa di un deficit di proposta
della Chiesa o per la portata dell'interrogativo?
«Direi che è impellente la domanda di salvezza che ci viene rivolta. Il new
age è attestazione che le persone desiderano un'esperienza di salvezza. Ed essa
presuppone che vi sia la possibilità di un Salvatore. Come cattolici ci
spostiamo troppo sull'etica: certo, i problemi sono urgenti, ma il rischio è
che ciò non preveda anche l'annuncio. Dobbiamo riproporre Dio salvatore come
risposta di una salvezza antropologicamente fondata».
La posizione naturalistica si va affermando nel dibattito sulle
neuroscienze. Quale il contributo precipuo che la teologia cristiana può
offrire su questo tema?
«Il pensiero teologico non deve spaventarsi della prospettiva
naturalistica. Nella storia del pensiero si è iniziato a parlare di anima
leggendo il desidero dell'uomo di elevarsi sopra il finito. Il teologo deve
accettare che quel che avviene nel cervello, finora definito
"spirituale", sia un processo naturale. Ma su questo bisogna
provocare l'interlocutore naturalistico: come si giustifica il mio desiderio di
ergermi al di sopra del dato biologico? Come credenti, dovremmo porre
interrogativi e non accusare chi non la pensa come noi».
Demetrio: «La trascendenza riguarda
anche il mondo laico»>
La trascendenza e i novissimi, la ragione «allargata» e la pratica della
carità. A Duccio Demetrio docente di filosofia all'università Bicocca di
Milano, non mancano temi e soggetti possibili per un fecondo scambio tra laici
e cattolici d'oggi. «Sporgersi oltre i crinali della ragione» È l'invito del
suo libro «Ascetismo metropolitano» (Ponte delle grazie).
Sembra riecheggiare l'«allargare la ragione» di Benedetto XVI. Un
compito che accomuna non credenti e cristiani?
«Credo che un terreno di incontro sia la dimensione metafisica, cioè la
questione della trascendenza. Non sul piano solamente religioso ma come
necessità umana di un Oltre che raggiunga il senso più profondo di un'umanità
non autocentrata. Karl Jaspers diceva che la metafisica è "guardare
oltre". Altrimenti ci resta la scienza e il suo metodo, che non può
maneggiare i temi dell'essere. Grazie a questa laica coscienza inquieta, i
punti di contatti sono molteplici».
Un esempio?
«Siamo chiamati a sfidare la speranza per migliorare il finito: vi è qui
una ricca tradizione di confronto tra credenti e non credenti che si possono
occupare della terra. Io sono un non credente molto cristiano: per me è
centrale la dignità di ogni vita e volto».
Lei sostiene il «pensiero dubitante». Il Papa chiede di accogliere chi
vede Dio come «Sconosciuto». Il suo approccio preclude ogni approdo di fede?
«Da parte mia vi è una grande disponibilità, altrimenti contraddirei me stesso.
Il rapporto con il Trascendente è una sorta di filosofia perennis del pensiero
dubitante. Ed è una ricerca continua delle ragioni per le quali è impossibile
non confrontarsi con la domanda religiosa. Si tratta di una terza via tra il
credente e l'ateo ottocentesco, una modalità che da parte dei credenti chiede
di essere avvicinata, visto che è poco riconosciuta».
Cosa il cristiano dovrebbe trasmettere di più su Dio all'ateo?
«Il motivo fondamentale del messaggio cristiano è la salvezza del tempo
ultimo, cioè i Novissimi, che l'ateo non riesce a concepire, ma da cui è
attratto. Da ciò mi sento coinvolto non solo nell'intelligenza ma anche nelle
emozioni, proprio quando mi incontro con i gesti fondamentali della tradizione
cristiana, ad esempio la carità. Credere dovrebbe essere una lotta modesta
contro il male, che è qualcosa non lascia indifferente il non credente».
Quale il compito della Chiesa in questo?
«C'è un abbassamento della tensione: il dubbio intralcia, muoversi su
questa strada di "ascetismo" rappresenta un problema per chi vuole
massificare tutto. Va fatto il salto di qualità per arrivare a un pensiero che
non rinunci all'inquietudine, che è poi la possibilità interiore di un
incontro».
In questi colloqui si nota, da parte dei "diversamente
credenti", una presa di distanza dagli atei più agguerriti.
«Questo radicalismo ateo è attenuato. Nei dibattiti i laici sono in difficoltà
con questi atei ottocenteschi. Posso fare l'esempio della Casa della cultura di
Milano dove, da 7 anni, propongo un corso su "I dubbi dei non
credenti", tempo fa un tema-tabù. Sentire Enzo Bianchi o Massimo Cacciari
fu uno shock per i frequentatori di questa istituzione culturale, espressione
di un ateismo del XIX secolo. Guardiamo gli scaffali delle librerie: anni fa
era impensabile pensare a sezioni religiose!».
Quali le urgenze per un'alleanza tra chi si professa religioso e chi
senza religione?
«Per il non credente si tratta di valorizzare la soggettività della persona
(un termine cristiano) che è portatrice di diritti. Proprio per questa
attenzione alla persona concreta sono molto vicino a don Virginio Colmegna
della Casa della carità di Milano. È importante sviluppare insieme il tema
religioso, cui si può arrivare da posizioni diametralmente opposte».
Lorenzo Fazzini
http://www.avvenire.it 3 Febbraio 2010

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