Un Pasolini per tutti
Le ceneri dell’intellettuale contese tra destra e sinistra
Un fantasma si aggira per l´Italia, o forse sarebbe più giusto dire per
l´Europa: è quello di Pier Paolo Pasolini. Mentre la morte di molti scrittori suoi
coetanei li ha rapidamente condannati alla scomparsa dalla scena pubblica, dal
canone universitario, dalle pagine dei giornali, la sua figura è più viva che
mai tra gli studiosi, tra gli studenti, tra i lettori. Filologo e sciamano,
pedagogo socratico e martire nel senso letterale del termine (ovvero
"testimone"), questo strano "friulano di Bologna" continua
a rappresentare un punto di riferimento indispensabile per ogni forma di
estremismo radicale. Esiste insomma una specie di brand Pasolini come è esistito
ed esiste un brand Che Guevara. E tutto ciò, talvolta, con una forza che si fa
ancora più sensibile fuori confine: lo dimostra fra tutti un saggio di Georges
Didi-Huberman tradotto qualche mese fa con il titolo Come le lucciole. Una politica delle sopravvivenze (Bollati
Boringhieri). Perché tanta nostalgia, perché un bisogno così impellente di
confronto e richiamo?
In molti, e in molti modi, hanno provato di recente a spiegarlo. Innanzitutto
attraverso la formula del gemellaggio. Colpiscono infatti un paio di convegni
caratterizzati dall´accostamento fra il nostro autore e due fra i nomi più alti
e controversi della letteratura novecentesca. Con il titolo Pier Paolo Pasolini ed Ezra Pound. L´utopia
che nasce dal passato, il primo incontro si è tenuto il 4 dicembre presso
Villa d´Este, a Tivoli. Tra letture in versi, proiezioni e dibattiti, è stata
riproposta l´intervista-documentario di Vanni Ronsisvalle Pasolini-Pound. Un´ora con Ezra Pound. In quel memorabile colloquio
del 1967, Pasolini si rivolse a Pound con una frase mutuata dallo stesso poeta
americano e riferita in origine a Walt Whitman: «Stringo un patto con Te./ Ti
detesto ormai da troppo tempo./ Vengo a Te come un fanciullo cresciuto che ha
avuto un padre dalla testa dura./ Sono abbastanza grande ora per fare
amicizia./ Fosti Tu ad intagliare il legno./ Ora è tempo di abbattere insieme
la nuova foresta./ Abbiamo un solo stelo ed una sola radice./ Che i rapporti
siano ristabiliti tra noi». La risposta del vecchio Pound fu: «Bene… Amici
allora… Pax tibi… Pax mundi».
Condannato per collaborazionismo con il regime fascista, incarcerato,
autoesiliatosi, l´autore dei Cantos esercitò
una profonda attrazione sul poeta italiano, il quale aveva visto il proprio
fratello, partigiano azionista, ucciso dai partigiani comunisti seguaci di
Tito. Più singolare il secondo abbinamento, ossia le Giornate Camus/Pasolini: due scrittori impegnati del XX secolo,
organizzato dal 15 al 18 novembre scorso dall´Institut Français de Naples, in
collaborazione con l´Università Federico II, l´Università Orientale,
L´Université Paris III e l´Université d´Amiens. Anche in questo caso, letture,
proiezioni, conferenze hanno tentato di mettere a fuoco due grandi figure
dell´impegno. Riconosciuti dalle istituzioni culturali e ammirati da un ampio
pubblico, Camus e Pasolini furono ostracizzati dai loro pari e violentemente
criticati dagli avversari. Inoltre, aspirando a una società egalitaria, ambedue
si schierarono, sia pur diversamente, a difesa dei diseredati. Il
Cinquantenario della morte di Camus da un lato, la riapertura dell´inchiesta
sulla morte di Pasolini dall´altro, hanno fornito lo spunto per queste
"vite parallele", dato che entrambi denunciarono le dittature
fasciste e il totalitarismo comunista con un´intransigenza morale e
un´autonomia di giudizio che costò loro la messa al bando da parte di una certa
sinistra da cui pure provenivano. E proprio a una questione del genere si
riferisce il primo di tre libri appena usciti, Una lunga incomprensione. Pasolini fra destra e sinistra, di
Adalberto Baldoni e Gianni Borgna (Vallecchi). Qui la materia è ripercorsa sin
nei minimi particolari, dall´iscrizione al PCI nel 1948 all´espulsione
dell´anno successivo per i fatti di Ramuscello (gli incontri omosessuali di
Pasolini con alcuni giovani friulani), su su fino alle famose polemiche sul
terrorismo, il consumismo, l´aborto. Rispetto a questa lunga e articolata
ricostruzione, colpisce la brevità di un volumetto apparso da Avagliano a firma
di Furio Colombo e Gian Carlo Ferretti: L´ultima
intervista di Pasolini. A un breve, intenso testo di Ferretti, fa seguito
la trascrizione del colloquio fra lo scrittore e Colombo, che si svolse fra le
quattro e le sei di pomeriggio di sabato 1° novembre 1975, ossia poche ore
prima che avesse luogo l´atroce assassinio. Alla fine dell´incontro,
l´intervistatore chiese all´intervistato se intendeva dare un titolo alla
conversazione. Ed ecco la sua replica: «Metti questo titolo, se vuoi: Perché
siamo tutti in pericolo».
Parole come queste accentuano il carattere sacrificale di una morte da cui
l´Italia non riesce a staccarsi. Una morte che ne ricorda un´altra ugualmente
inquietante. Lo afferma Marco Belpoliti nel suo Pasolini in salsa piccante, edito da Guanda: «Credo sia venuta
l´ora di chiudere con quel decennio di cui Pasolini e Aldo Moro, forse non a
caso, sono i due corpi simbolo; e dare loro una degna sepoltura, cosa che
nessuna inchiesta giudiziaria riuscirà mai, credo, a fare». Nel film Uccellacci e uccellini, la voce del
Corvo proclama una sentenza attribuita al filologo Giorgio Pasquali: «I maestri
si mangiano in salsa piccante». Nasce da qui il progetto di Belpoliti, conscio
che il pasto non sarà leggero e che la digestione risulterà difficile e lunga.
In compenso, commenta, la salsa non verrà certo a mancare, visto che sarà
quella offerta dallo stesso Pasolini. Non era lui, del resto, a ricordare la
storia del marajà che, impietosito da una tigre affamata, le si dava in pasto?
Strana gastronomia, tanto più se si pensa a un saggio sulla sinistra di pochi
mesi fa, che Alfredo Reichlin ha intitolato Il
midollo del leone (Laterza), riprendendo la celebre immagine con cui Italo
Calvino invitava a nutrirsi di una morale rigorosa. Dunque, Calvino e Pasolini,
i due Dioscuri della letteratura italiana, seguivano scuole diverse: il primo
preoccupandosi del condimento, l´altro della sostanza, da gustare rompendo il
duro osso delle vertebre. Le ricette saranno anche contrapposte, ma a ben
vedere il concetto non cambia, poiché l´insegnamento-midollo del maestro-leone
rappresenta comunque quel lascito che noi, lettori e eredi, dobbiamo
liturgicamente assimilare. Piuttosto, la differenza culinaria riguarda
l´oltranza, l´esorbitanza dell´opera pasoliniana. Onnivora e bulimica (per
restare nel mondo alimentare), la sua produzione continua a suscitare un
fascino illimitato. Il poeta delle Ceneri
di Gramsci, il regista di Accattone, il romanziere di Ragazzi di vita, il drammaturgo di Bestia da stile, il corsivista-corsaro del Corriere della Sera,
rimane infatti come un esempio unico di artista rinascimentale, nella sua
sconcertante poliedricità, e di intellettuale novecentesco, per la sua
torturata riflessione. Lo spiega bene lo stesso Belpoliti, affidandosi a tre
versi illuminanti: «Lo scandalo del contraddirmi, dell´essere / con te e contro
di te; con te nel cuore, / in luce, contro di te nelle buie viscere».
Repubblica 7.12.10

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