Un governo di ricostruzione democratica
Proposte per uscire dalla crisi della Seconda Repubblica
L'anomalia italiana continua a produrre i suoi effetti, in
genere catastrofici. Un regime indegno come quello berlusconiano non vacilla,
come sarebbe logico, per i colpi infertigli da un'opposizione degna di questo
nome (e in tale categoria non comprendo solo la «sinistra» moderata e soi
disant riformista, ma anche quella soi disant estremista e radicale), ma per
interno spappolamento: perché Berlusconi ha potuto tutto o quasi tutto in
Italia, ma non crearsi un partito a propria immagine e somiglianza (e questo
dovrebbe dirla lunga sui limiti politici dell'uomo).
Se questo è il quadro, sarebbe ragionevole, come ha già fatto Ida Dominijanni
su queste colonne, parlare di una crisi di sistema piuttosto che di una, sia
pure assai consistente, crisi politica. È pur vero, tuttavia, che in questa
crisi di sistema, che in ogni caso, se intesa come tale, è indubbiamente di più
lunga durata (almeno trent'anni, direi), ci sono forze che già si muovono per
portare acqua al proprio mulino, che potrebbe non essere, anzi di sicuro non è
il nostro.
In questa infelice situazione, che nelle sue condizioni date non è modificabile
da nessuno che più o meno la pensi come noi, io ipotizzo che il calcolo che
andrebbe fatto è: qual è il massimo vantaggio possibile che possiamo tentare di
trarre dal presumibile svolgimento degli eventi, la maggior parte dei quali non
dipende minimamente da noi? Con tutte le riserve e le prudenze del caso,
articolerò il mio discorso in punti schematici, ognuno dei quali potrebbe
essere valutato separatamente da tutti gli altri e accettato o rifiutato in
base persino a considerazioni contrapposte. Può darsi (lo dico del tutto
seriamente) che il metodo sia da considerare in via di principio del tutto
inadeguato; ma il puzzle è così complicato da imporci comunque strumenti un po'
diversi da quelli a noi tradizionalmente consueti.
1. Se le cose stanno così - e questo mi sembra davvero difficile contestarlo -
è evidente per me che raccogliersi intorno alla parola d'ordine delle elezioni
anticipate risulta ai nostri fini del tutto insensato. Innanzi tutto perché le
elezioni anticipate verranno decise da altri, e cioè da chi può, nel momento in
cui più gli converrà. In secondo luogo, per il motivo già detto: l'estrema
debolezza attuale del centro-sinistra nel suo complesso, la sua incapacità
(impossibilità) di formulare una proposta di governo quale che sia, senza la
quale, non dimentichiamolo, nessuno può andare ragionevolmente a una
consultazione elettorale. Prima di gridare al voto, bisognerebbe chiedersi
quali passi fare, con chi e perché. Stupisce che anche Vendola sprechi il suo
consenso, forse non del tutto meritato ma di sicuro non del tutto
ingiustificato, su di una parola d'ordine del genere.
2. Cosa fare, con chi, come e perché: questi sono gli interrogativi. È perciò
che, come la richiesta demagogica ed estremistica del voto anticipato, così la
proposta del governo tecnico e/o di transizione fa ridere. Cerchiamo
d'immaginare lo scenario: un certo numero di forze si mettono insieme al solo
scopo di difendere il bilancio dello Stato e cambiare la legge elettorale (fra
l'altro nessuno sa come: tornerò brevemente su questo punto). Poi il Governo,
fatto il suo dovere, si scioglie, ognuno va di nuovo per conto proprio, quelli
di centro-sinistra tornano presumibilmente in un centro-sinistra ricomposto non
si sa come e quelli del centro-destra presumibilmente in un centro-destra
ricomposto non si sa come. Quelle forze saranno inevitabilmente votate dalla
loro inconcludenza e inconsistenza alla sconfitta di fronte all'offensiva
revanchista del Cavaliere «tradito». E noi - noi «di sinistra» - cosa ne
ricaveremo? Nulla, meno che nulla.
3. La mia tesi dunque è che dovremo essere noi a proporre un progetto e un
programma di governo, inserendoci nell'attuale bailamme con una proposta
concreta (non è detto che la proposta vada a buon fine, anzi è probabile il
contrario, ma almeno si vedrà di che pasta son fatti i nostri interlocutori).
Si tratta di un Governo né provvisorio né transitorio, ampiamente giustificato
dalle attuali condizioni di eccezionale emergenza in cui è a rischio la sopravvivenza
non solo del sistema politico italiano ma del sistema Italia: un Governo
destinato a occupare lo spazio restante della legislatura; e, se funziona, a
presentarsi con una propria proposta al paese (e non solo al Palazzo) e un
proprio candidato alle prossime elezioni, che è l'unico modo per vincerle
contro l'inevitabile, furibondo ritorno berlusconiano. Io lo chiamerei «Governo
di ricostruzione democratica» e da questa definizione farei discendere tutto il
resto.
4. Questo Governo dovrebbe essere contraddistinto da alcune caratteristiche
elementari, e al tempo stesso sufficientemente peculiari, e cioè: a) dalla
netta e conclamata cesura rispetto a tutta l'esperienza berlusconiana, ai suoi
uomini, alle sue forze, al blocco sociale che finora l'ha sostenuto (per
questo, anche se non solo per questo, credo che, almeno in questo momento, la Lega non sia recuperabile
neanche parzialmente); b) dalla rapida cancellazione di tutti i decreti, leggi,
misure governative intesi a garantire l'impunità dei politici e del Governo, a
partire dall'ineffabile Cavaliere; c) dalla ricostituzione immediata delle
condizioni minimali di uno Stato di diritto, la separazione dei poteri,
l'indipendenza della magistratura, la sovranità del Parlamento; d)
dall'immediata promulgazione di una legge sul conflitto d'interessi e sul
sistema dell'informazione e comunicazione; e) dal rilancio vigoroso del sistema
Italia, cioè dell'idea e unità irrinunciabili del paese; f) dall'inizio di una
politica socio-economica che, in netta controtendenza rispetto a quella
tremontiana, restituisca al paese almeno quello che potremmo definire un
normale equilibrio nei rapporti di classe (lo dico per i possibili alleati
moderati: se non c'è questo punto, tutto il resto sembrerà aria fritta, e tornerà
a prevalere la possente demagogia berlusconiano-leghista); g) da una legge
elettorale diversa (la logica del mio discorso propende ovviamente per una
soluzione maggioritaria, ma non considero questo punto discriminante).
5. Chi può proporre e tradurre in pratica questo libro dei sogni? Continuiamo a
non dimenticare: la situazione è eccezionale, ai limiti di una rottura
traumatica. In questa situazione io non so chi sia disposto ad assumersi il
carico non irrilevante di un «Governo di ricostruzione nazionale»: so chi
avrebbe il dovere di farlo. Dovrebbero farlo tutte insieme le forze che
compongono attualmente l'arco costituzionale e che abbiano deciso (se l'hanno
deciso) una rottura verticale e di non ritorno rispetto all'esperienza di
Berlusconi e del berlusconismo, dall'estrema sinistra al centro moderato, in
rispettiva e reciproca funzione di garanzia programmatica e di comportamenti.
Solo questa totale amplitudine delle forze, e la loro convergenza su di un
programma serio e non strumentale, possono consentire di battere Berlusconi e
il berlusconismo.
6. Sulla strada di questo processo s'interpone, oltre che la fiera resistenza
del vecchio sistema, anche la forma parzialmente nuova che ha assunto
attualmente la crisi interna al berlusconismo (in Italia anche le uscite dalla
crisi assumono un segno critico). L'allineamento della nuova formazione finiana
a quelle di Casini e di Rutelli prefigura chiaramente un ritorno
all'andreottiana «teoria dei due forni», sulla quale l'Italia ha vegetato per
decenni. Se ne vedono già i segni e i messaggi. Apro una parentesi.
7. Sono rimasto deluso dalla forma concreta che la «liberazione» di Fini e dei
finiani dall'egemonia berlusconiana ha assunto. I think thank della Fondazione
Fare Futuro ci avevano promesso ben altro: ma si sa, gli intellettuali servono
per indorare le pillole, poi sopraggiunge la politica con le sue ferree leggi.
Ma insomma: l'obiettivo finale dell'intera operazione non doveva essere la
costruzione di una destra liberale moderna, aperta persino alle acquisizioni
storiche ideali e al costume di una certa sinistra - la tolleranza, una
legalità umanitaria, i diritti dell' uomo e dell'ambiente - e nella
dichiarazione letta da Fini il 30 luglio si afferma che i valori irrinunciabili
della nuova formazione sono «l'amore di patria, la coesione nazionale, la
giustizia sociale, la legalità» - quasi un programma di centro-sinistra più che
di centro-destra - e poi ci si finisce per affiancare in una logica non si sa
se tattica o strategica a due formazioni tipiche del vecchio moderatismo
clerico-cattolico come quelle di Casini e Rutelli? Mah: in Italia anche i
processi nuovi prendono forme antiche.
8. Come che sia, vale la pena di provare: perché dalla dislocazione di queste
forze dipende il nostro destino nazionale e l'inizio, auspicabile, di un nuovo
processo dentro il quale ne possono succedere di tutti i colori. È dunque al
senso di responsabilità degli uomini politici che dirigono la sinistra, il
centro-sinistra e il centro moderato (con le sue specificazioni) che bisogna
appellarsi. È una strada difficile, anzi quasi impossibile. Ma Hic Rhodus, hic
salta: o si adotta questa linea o non ce n'è un'altra. Se non ci si muove, il
neocentro moderato verrà inevitabilmente risucchiato verso il berlusconismo. Oppure
alleanze a metà, senza pezzi della sinistra o pezzi del centro, saranno
sconfitte. E non ci saranno primarie capace di salvarci. E la sinistra andrà in
malora per sempre.
9. Se poi, come penso, questa ipotesi verrà guardata da tutti - o quasi tutti -
come una trappola da cui prendere le distanze, non resta a noi che non
condividiamo (ma che secondo me abbiamo più buonsenso di tutti gli altri), che
unirci a quella tendenziale maggioranza d'italiani che non sta più al gioco: e
promuovere per il prossimo voto (vicino o lontano che sia) una grande campagna
a favore di un'astensione di massa, politicamente irrilevante, forse, ma di
grande significato etico-politico.
Se non vogliono starci a sentire, che se la giochino fra di loro. E può darsi
in definitiva, al di là persino dei nostri penosi sforzi di elaborazione
intellettuale, che questo vuoto della rappresentanza possa essere coltivato
come il luogo in cui qualcosa di veramente nuovo è destinato a rinascere.
il manifesto, 8 agosto 2010

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