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Un futuro pieno di ossimori ma purtroppo non è una poesia

Modernità-istruzione-lavoro/economia. Note a margine del progetto GJUSTI-Green Jobs

 

Il senso delle parole

Gli operatori della formazione assistono ad una mutazione antropologica, in generale dell’insieme dei concittadini, in particolare degli allievi con i quali lavorano.

La specificità della nostra attività e le caratteristiche della medesima consentono di avere una visione veritiera e aggiornata della realtà.

Per tutto questo e anche per aver registrato, ormai da tempo, una mutazione sociale, culturale, linguistica e comportamentale, con aspetti sicuramente regressivi, sono spinto ad introdurre l’argomento partendo dalle parole: definendo, in primis, l’ambito della comunicazione e cercando un significato comune delle parole medesime.

La ricostruzione di senso e la condivisione di parole e significati non possono che essere il doveroso e necessario punto di partenza.

A queste considerazioni potrei aggiungere solo una rapida suggestione (lasciando ad altri ambiti gli approfondimenti necessari) sull’origine della mutazione e la necessità di condividere senso e significati della comunicazione.

La televisione è diventata la nostra rappresentazione/narrazione della realtà, anzi possiamo tranquillamente dire che la realtà esiste in quanto rappresentata in televisione. Questa è la radice del problema e anche il motivo che mi spinge a definire le parole fuori dai contesti comunicativi televisivi, totalizzanti ed omogeneizzanti, per tentare di avere una nostra comunicazione con un senso, fuori dallo standard preordinato.

 

Tre parole: modernità, lavoro/economia, istruzione

Le parole che propongo, come capisaldi di questo ragionamento sull’orientamento alle future attività dei nostri allievi, sono modernità, istruzione e, parola bifronte, lavoro/economia.

L’ambizione del progetto Gjusti è proprio quella di rivisitare le professioni ed i lavori cogliendone tutte le novità originate dalla consapevolezza che l’ecosostenibilità sia ineluttabile ed ineliminabile. Questo postulato cambia profondamente gli aspetti economici e la percezione sia dei modelli assunti per pensare l’economia che dei protocolli applicati ai lavori ed alle professioni.

Tutto ciò origina la necessità di informare e formare gli allievi sulle opportunità nuove date da una economia attenta all’ecosostenibilità e, a mio parere, il punto di partenza deve essere la ricerca del senso e del significato delle tre parole individuate, parole da usare come supporto, unanimemente accettato, al progetto stesso.

Per prima cosa impariamo a condividere parole, perché non è scontato (punto 1) che le si pensi nello stesso modo, che si attribuisca loro lo stesso senso: talvolta gli involucri comunicativi contengono cose diversissime!

 

La modernità

L’inizio della modernità è posto dagli storici nel 1492, la scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo.

Colombo cercava di raggiungere le Indie e trovò l’America. Possiamo tranquillamente fare assurgere a paradigma questo modello, che ritroviamo in molte situazioni diverse: cerchiamo una cosa, ne troviamo un’altra, oppure dalla ricerca scaturisce una nuova possibilità (oggetto, tecnologia, teoria …) effetto collaterale inatteso e inaspettato della medesima. Tutta la modernità è percorsa da simili eventi, tanto da poterli considerare non più come fatti sporadici ed occasionali, bensì ritenerli frutto di un nuovo modo di ricercare e di impegnarsi nel valorizzare gli esiti delle ricerche stesse: un elemento fondante della modernità. Posso citare come primo significativo esempio tutte le innovazioni tecnologiche legate alla conquista dello spazio: dai materiali, ai cibi, alle tecnologie… effetti collaterali inaspettati di ricerche tese alla realizzazione di periodi di lunga permanenza nello spazio, ma anche, a seguire, realtà nuove inserite stabilmente nel mercato del quotidiano consumo. Altri esempi sono: Internet che nasce dalle ricerche militari ed universitarie tese a condividere, a distanza, informazioni e files, così come le sperimentazioni militari sulla bomba atomica che generarono un nucleare civile per produrre energia. C’è inoltre un filone di ricerca e di innovazione nel settore dell’ecosostenibilità teso a ridurre l’impatto ambientale delle produzioni di beni e/o di energia che genera situazioni in conflitto con gli assunti stessi della filiera produttiva. Un esempio è la produzione di benzina verde da biomasse: per ridurre l’impatto inquinante dei carburanti fossili si usano biomasse, ma questa scelta della politica e del mercato, spostando quantitativi ingenti di cereali dall’uso alimentare a materia prima per la benzina verde, induce una modifica rilevante sui costi dei cibi da cereali: intere popolazioni, per questa opzione produttiva virtuosa ed ecosostenibile, hanno a disposizione minor quantitativi di cibo e, comunque, a prezzi maggiori: se fosse una poesia lo potremmo chiamare un ossimoro! Purtroppo non è una poesia ma la realtà che pur perseguendo un obiettivo giusto arriva ad un esito infausto! Qualche volta cercando le Indie, non solo non si trova l’America ma nemmeno un porto sicuro anzi si perseguono possibili disastri demografici. Tralascio invece qualsiasi considerazione sugli obiettivi “sbagliati”, già all’origine, che generano a cascata esiti catastrofici (recenti disastri ambientali sono lì a testimoniare questa tremenda connessione)

Un altro modello che sintetizza il nostro agire, un altro paradigma della nostra modernità, è “il pendolo e la ricerca di equilibrio”. Con questo modello possiamo descrivere tutte quelle situazioni che, inizialmente “squilibrate” vorremmo che fossero ricondotte all’equilibrio. Purtroppo, come nel pendolo, il sistema tende al punto di equilibrio ma (spesso) lo sorpassa raggiungendo una posizione nuova, anch’essa “squilibrata” sia pure nel segno opposto.

La ricerca che trova altro dal suo obiettivo, gli effetti collaterali che confliggono con la mission ed infine il pendolo che pur ricercando l’equilibrio non lo trova: sono tutti prodotti del concetto fondante della nostra realtà moderna: la complessità.

La complessità richiede descrittori e modelli a rete, non lineari, matrici, spazi-non-euclidei e spesso è connessa ad andamenti matematici esponenziali. Le nostre immagini del mondo, in buona sostanza riducibili a schemi lineari, proporzionali, euclidei e con logiche semplici di causa ed effetto, sono archiviate nei fatti.

I browser per la navigazione in Internet con la loro logica diversa e la grande scultura d’acciaio Cloud Gate all’ingresso del Millennium Park di Chicago che mostra uno spazio diverso, sono due oggetti in grado di dare una buona suggestione immediata di questa complessità non lineare  che incombe sulla nostra realtà.

Non possiamo pensare di “iniziare” un giovane ad un mondo adulto se non ci si facesse carico, sia come singoli educatori sia come sistema educativo, di questa introduzione alla modernità attraverso questi ossimori legati alla declinazione dell’antinomia: complessità/linearità.

 

Lavoro/economia

A paragonare gli economisti agli astrologhi, si fa torto agli astrologhi  (K. Marx)

Inizio le mie considerazioni su questa parola bifronte con l’asserzione di Marx (usando quindi un autore non sospetto di preconcette diffidenze con gli economisti), proprio per far risaltare da subito come sia molto difficile riuscire a parlare di economia in termini di scienza e contemporaneamente evidenziandone le difficoltà predittive che sono invece il proprium delle scienze. Certamente gioca a sfavore degli economisti la complessità dei sistemi che si trovano a manipolare , la molteplicità delle variabili descrittive necessarie e, talvolta, le problematiche connessioni tra le stesse, la possibilità di incertezze sui dati iniziali, l’ignoranza su alcune delle condizioni al contorno: insomma tutte quelle nozioni che occorrerebbero per rendere risolvibile un problema (almeno secondo le teorie matematiche).

Il controllo dei sistemi economici diventa, pertanto, una difficile lotta con queste condizioni oggettive ma ancor di più si complica per i legami forti con le prospettive di futuro che danno consistenza alle teorie stesse e, infine, ma non meno importante, l’interazione di sinergia/scontro con la politica e le sue scelte. La lotta per il primato sulla gestione del destino degli uomini vede come quotidiani contendenti la politica e la finanza. Il primato è delle multinazionali o degli stati?

L’iniziazione dei nostri allievi, in gran parte totalmente ignari dell’esistenza stessa del problema, a queste problematiche costituirebbe, già questa scelta da sola, una rivoluzione educativa ed un forte impulso verso la costruzione di una cittadinanza attiva.

L’individuazione di una “parola bifronte” nasce invece dalla necessità di evidenziare come sempre di più diventi strategico per il nostro futuro il ricercare ed il sostenere ragionevoli equilibri tra finanza e produzione, tra la produzione di merci e la produzione e commercializzazione di valori cartacei, finanziari, insomma beni economici virtuali. La cronaca recente si è incaricata di farci conoscere, anche in modo molto drammatico, queste diversità dei mercati e di come le bolle speculative finanziare possano sconvolgere  l’economia reale, la produzione di beni necessari alla vita quotidiana di miliardi di uomini e di donne.

Inoltre, una dicotomia, limitato/illimitato, è nascosta nel cuore stesso delle teorie economiche. Lo sviluppo, la crescita possono essere illimitati? Come è possibile agire in un mondo limitato? La matematica ci soccorre nel dire che è impossibile pensare ad una crescita all’infinito in un mondo finito. Eppure le teorie economiche associano la positività degli indicatori macroeconomici alla crescita (indefinita?)  indipendentemente da considerazioni sulla sostenibilità della stessa, in un sistema che per sua natura è finito. L’insostenibilità di queste scelte teoriche, che sicuramente originano da ancestrali e profonde pulsioni volte alla ricerca della felicità, non hanno ancora prodotto serie riflessioni sull’accettazione strutturale del modello di sviluppo in un ambiente limitato e finito.

Per tutto questo, la ricerca e la proposta di green jobs, lavori verdi, è una nuova filosofia del lavoro, che partendo dalle considerazioni precedenti studia nuove impostazioni economiche e declina nuovi protocolli professionali o, più banalmente, è la vecchia economia che rivernicia l’esistente per cambiare tutto senza voler cambiare niente!?

 

Istruzione

Infine parliamo di istruzione e di formazione. Una saggia tecnica didattica è sempre stata quella di complicare le cose semplici per semplificare le cose complicate. Questo modo di fare didattica è sempre più necessario perché in un mondo complicato sarebbe altrimenti impossibile far conoscere, divulgare una realtà che per la sua stessa complessità, spesso, sfugge agli stessi esperti.

Inoltre è necessario sottolineare come operi, da sempre nella scuola, un’ulteriore semplificazione che ingabbia la realtà nelle diverse  discipline, dotate ciascuna di propri statuti separati e distinti. Distinzioni tra discipline assolutamente lontane da quel variopinto mix, dal miscelato concreto che invece contraddistingue la realtà stessa. Distinzioni tuttavia necessarie per avvicinare, in modo semplice, la realtà attraverso quelle schematizzazioni disciplinari: poi, però, bisogna ricordarsi di dire agli allievi che devono ricomporre il mosaico della realtà attraverso le tessere delle discipline ed aiutarli a farlo! Altrimenti penseranno, per sempre, alle materie come canne d’organo separate e disconnesse: la musica invece nasce dopo, dal rimescolamento dei suoni delle singole canne nelle teste degli ascoltatori!

 

Alcune inevitabili domande dalle cui risposte dipende il nostro futuro.

Quale ruolo sociale, culturale, economico attribuiamo alla scuola? Le facciamo mantenere la sua carica di ricerca e valorizzazione delle potenzialità dei nostri figli o la riconduciamo ai modelli televisivi tesi solo all’apparenza ad alla valorizzazione dell’apparenza senza sostegno di concretezze esistenziali, così ridotta a puro narcisismo?

Come contemperiamo le conoscenze e le  competenze assunte in ambito scolastico con quelle che gli allievi acquisiscono fuori del percorso scolastico? Non è una domanda retorica o marginale visto che solo il 20-30% delle conoscenze/competenze in uscita dalla scuola sono certificate come conseguite nella scuola (dati ricavati da note ministeriali e da ricerche in ambito universitario).

Quale spazio diamo nella preparazione degli allievi ai temi forti, carichi di futuro: cibo, acqua, energia?

In quale modo li educhiamo al risparmio delle risorse, alla sobrietà dei consumi, alla ricerca della sostenibilità nello sviluppo?

 

Non c’è dubbio che un buon futuro potrà esistere solo attraverso un cambio di paradigma culturale e non c’è dubbio che questo potrà esser costruito solo nella scuola o, visto mai, in una nuova istituzione che abbia le caratteristiche delineate, che potrà anche non chiamarsi più scuola, ma senza dubbio dovrà avere questi peculiari connotati per la formazione dei nostri figli.

Una nuova mutazione antropologica positiva, ricca di semi di futuro.

 

Progetto Gjusti: orientare al futuro

Il progetto mette insieme l’Università, la Scuola, il Territorio, le Imprese: una Associazione Temporanea di Scopo (ATS) verso i lavori verdi.

La speranza è però riposta nella possibilità di estendere questa sinergia tra Enti, tutti implicati sulle competenze dei giovani e portatori di interessi sul futuro della Terra, e proiettarla in modo permanente, non temporaneo, nell’investimento in risorse (umane, progettuali, relazionali, educative, finanziarie…) per lo scopo di una economia ecosostenibile. Creare una nuova realtà e non un ossimoro!

Una bella scommessa sul futuro.

 

 

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