Un frate tra gli «eretici» orientali cristiani rivali alla corte mongola
Nell'impero del khan la fede in Gesù era praticata e rispettata ma per un cattolico certi rituali avevano un sapore dionisiaco
27 mesi e 12 mila chilometri
I vescovi, i sacerdoti, i fedeli cristiani, che amavano venire chiamati «la Chiesa d'Oriente»,
abitavano oltre le frontiere dell'Impero romano: soprattutto in Persia, sotto
gli Arsacidi e i Sasanidi, che per sei secoli ora li protessero ora li
perseguitarono ferocemente. Era una formazione religiosa profondamente arcaica.
Secondo la leggenda, il re d'Edessa, Abgar V, aveva invitato nella sua capitale
Gesù, che promise di mandargli in suo luogo l'apostolo Tommaso, che a sua volta
incaricò Addai della missione d'Oriente. Secondo la storia, Abgar IX si
convertì al cristianesimo tra la fine del II e l'inizio del III secolo, quasi
un secolo prima di Costantino. Molto spesso i nuovi cristiani giungevano
dall'ebraismo. Il rito aveva mantenuto il suo carattere semitico: la lingua
adottata era il siriaco (o aramaico); i gesti e i canti affondavano
profondamente nel mondo giudeo-cristiano. Durante i milletrecento anni della
sua ricca vita, la «Chiesa d'Oriente» conservò sempre questo profumo di cose e
parole antichissime.
Verso il principio del V secolo, la chiara luce della Chiesa d'Oriente fu
avvolta dall'ombra. Gli avversari dei «fedeli orientali» li chiamarono
nestoriani, dal nome di Nestorio, patriarca di Costantinopoli: il quale
(secondo alcuni) riconosceva nel Cristo due nature così indipendenti che non si
potevano attribuire all'una le qualità dell'altra. I «fedeli orientali» non si
riconobbero mai in Nestorio, né nel cosiddetto nestorianesimo: essi credevano
contemporaneamente nella natura umana e divina, una e doppia del Cristo. Alla
fine del XIII secolo, Rabban Sauma, uno degli ultimi «fedeli orientali», fu
invitato, a Roma, nella chiesa di Pietro e Paolo. I cardinali gli chiesero:
«Quale è la tua fede? Esponi il tuo credo». Rabban Sauma rispose: «Io credo in
un Dio nascosto, eterno, senza inizio e senza fine, Padre, Figlio e Spirito
Santo, tre ipostasi uguali e non separate. Non c'è tra loro primo o ultimo, né
giovane o anziano: essi sono uno quanto alla natura ma tre quanto alle
ipostasi; il Padre generatore, il Figlio generato e lo Spirito procedente».
Il cuore della cristologia orientale era la croce. Isacco di Ninive, il più
grande scrittore siriaco, considerava le prostrazioni e le preghiere davanti
alla Croce come un esercizio spirituale intensissimo. La croce era nuda: due
legni incrociati senza il corpo bruno o colorato di Cristo: non perché gli
«orientali» rifiutassero la
Passione, ma perché, come nel Vangelo di Giovanni, vedevano
oltre la crocefissione: la parusia, la gloria futura, il corpo di luce.
Tutto era croce. Dovunque andassero, gli «orientali» segnalavano la propria
presenza incidendo croci nelle montagne, nei sassi, sulle porte e le mura
esterne ed interne delle chiese, sulle case, sulle stele, e persino sugli orci.
Erano croce i sacramenti, che venivano chiamati misteri. L'episcopato, il
sacerdozio, il diaconato; il battesimo, compiuto con l'acqua e l'olio; l'ultimo
tocco d'olio, che donava lo Spirito Santo; il pane dell'eucarestia, preparato
con un piccolo resto del pane distribuito dal Cristo durante l'ultima cena; il
rito del Perdono, che sostituiva la penitenza — tutti i segni della liturgia
portavano nascosti in sé stessi «la
Croce, che dona la vita».
Verso l'inizio del III secolo, un'immensa folla di «orientali», con la croce e
i sacramenti-misteri e il suono antichissimo del siriaco e le non meno antiche
liturgie, cominciò a muoversi verso i «Paesi lontani», con una specie di
sfibrante cautela e di squisita attenzione. Il mondo mutò. L'Impero persiano
cadde miseramente nella battaglia di Qadisiya: gli arabi di Omar e i Califfi
Abbassidi, coi quali i rapporti dei cristiani furono spesso eccellenti, li
sostituirono. Presto gli «orientali» raggiunsero le rive e le isole del Golfo
Persico, il Qatar, il Bahrein, l'Iran orientale, l'Afghanistan, e forse
l'India.
Il primo missionario siriaco, Alopen, giunse a Pechino nel 635: dove, nel
secolo successivo, venne incisa in calcare nero, in caratteri cinesi e siriaci,
la stupenda stele di Xi'an. Nella stele, il cristianesimo veniva proclamato la
religione della luce: anzi la via della luce, come pensavano Buddha e Giovanni.
«Questa via vera e immutabile è trascendente e difficile da definire con un
nome; tuttavia la sua efficace azione si manifesta in modo così luminoso che,
sforzandoci di descriverla, la chiameremo col nome di religione della luce».
Quando l'ignoto scriba cristiano parlava di Dio, si avvertiva nelle sue parole
una fitta tessitura di termini cristiani, buddhisti e taoisti, che cercavano di
disegnare una figura unica. «Si dice che vi sia un Essere eterno nella sua
verità e quiete, senza origine e al di qua di ogni inizio; insondabile nella
sua spiritualità e immobilità; Essere trascendente al di là di ogni fine; il
quale, disponendo del misterioso cardine del mondo, crea e trasforma ogni cosa;
Supremo venerabile, egli ispira ogni santità — ma questo non è forse proprio
Dio, l'Essere Trascendente della nostra Trinità, vero Signore senza origine?» (
testi raccolti in La via radiosa per l'Oriente, a cura di Matteo Nicolini-Zani,
edizioni Qiqajon).
La vera strada verso oriente era la cosiddetta Via della seta. O le due vie
della seta, settentrionale e meridionale, e le molteplici viuzze e vicoli della
seta. La principale partiva da Seleucia-Ctesifonte, attraversava Samarcanda e la Ferghana, si arrestava a
Kashgar, ai piedi del Pamir cinese, e poi a Turfan, dove esisteva uno Stato
manicheo, per giungere a Dunhuang, dove un secolo fa Paul Pelliot scoprì una
folgorante moltitudine di manoscritti cinesi.
Lungo la via della seta, i mercanti si mescolavano ai missionari: mentre
commercianti di ogni sorta gridavano vantando le loro merci, i cristiani
orientali, i manichei, i mazdei, i buddhisti parlavano, discutevano, pregavano,
si combattevano o, al contrario, fondevano le loro verità separate in nuove religioni.
La Chiesa
d'Oriente si diffuse. Tra il X e il XII secolo venne accolta da diverse tribù
turco-mongole dell'Asia centrale e settentrionale. «Sappiate, padri miei —
disse un cristiano orientale nel XIII secolo — che molti dei nostri padri sono
andati nelle terre dei Mongoli, dei Turchi e dei Cinesi, a istruirli, tanto che
sono molti i Mongoli cristiani. Vi sono perfino figli di re e regine battezzati
che professano il Cristo e ci sono chiese presso di loro. Onorano assai i
cristiani, e molti di loro sono credenti».
A sud del lago Balkash, due cimiteri di cristiani «orientali» raccoglievano più
di tremila corpi. Vi erano stele funerarie, iscrizioni (in siriaco ed uiguro)
su grossi ciottoli, nomi che risalivano soprattutto al periodo tra il 1250 e il
1369: lo stesso in cui lo scrittore di cui desidero parlare, Guglielmo di
Rubruk (Viaggio in Mongolia, ottimamente curato da Paolo Chiesa, Fondazione
Lorenzo Valla-Mondadori) percorse la
Russia e la
Mongolia. I prenomi erano quelli del calendario cristiano,
spesso completati da altri di origine turca: gli anni erano indicati dal nome
degli animali. «Nell'anno 1264,
l'anno del ratto, questa è la tomba di Filippo,
ispettore, figlio di Lemâitre, ispettore figlio di Tunga, ispettore».
«Nell'anno 1339, l'anno
della lepre, questa è la tomba di Cha-Dikam, capo di chiesa, figlio di
Mangu-prete». Intorno, una moltitudine di croci: croci grandi e minime, croci
sulle chiese, croci sulle case e nelle case, croci a svastica, croci disegnate
nel cielo gelidissimo.
Il 7 maggio 1253, Guglielmo di Rubruk partì da Costantinopoli verso il Mar Nero
e la Crimea. Era
un frate francescano fiammingo, legato da stretta amicizia con il filosofo
Ruggero Bacone e con il re di Francia Luigi IX (il Santo). Il re gli aveva
affidato un compito di osservatore e ambasciatore nella terra dei Mongoli, che
qualche anno prima avevano invaso e devastato l'Ungheria e la Russia meridionale.
Il viaggio fu lunghissimo: 27 mesi, 12 mila chilometri; e sfidò le sue robuste
energie. A Sebastopoli, «la chiesa costruita dalle mani degli angeli»; il
Danubio, il Don, il Volga immenso, le foreste, le lontananze del Caucaso; le
«steppe sconfinate come il mare», dove per due settimane non si incontrava un
essere umano; i carri coperti pieni di mercanzie; il commercio di pellicce e di
sete; i poveri doni ai Mongoli laceri e affamati; mentre la mente continuava a
pensare all'Europa lontanissima — la
Senna, Orléans, Parigi, il vino rosso di La Rochelle. Infine,
un ultimo balzo, prima di giungere a Qara-qorum: il regno del freddo — il
freddo che spaccava le pietre e gli alberi, i cavalli velocissimi tra le nevi,
le dita congelate, il ghiaccio interminabile, che gettava la sua ombra sulla
primavera e l'estate. Rubruk vide moltissime cose. Ma quando fu di ritorno, a
Cipro e in Palestina, ebbe l'impressione di non aver compreso, o di avere
compreso confusamente, o di avere tralasciato migliaia di sensazioni e
osservazioni, forse proprio quelle più rare e essenziali.
Il Viaggio in Mongolia è un capolavoro: è molto più bello del Milione di Marco
Polo; e ricordo le Storie di Erodoto, il quale millesettecento anni prima si
era avanzato allo stesso modo, come viaggiatore e etnografo, tra gli Sciti, le
loro steppe e le loro tombe. Come osserva Paolo Chiesa, appena Rubruk arrivò tra
i Mongoli «gli sembrò di incontrare l'altro mondo»: un mondo completamente a
parte, che non aveva nulla in comune con tutti quelli che aveva conosciuto. Era
pieno di stupore, di meraviglia, di sorpresa; a volte di sgomento e di
scandalo; vedeva tutto, sentiva tutto, odorava tutto, gustava tutto; e nemmeno
le cose più inconcepibili gli sfuggivano.
Rubruk possiede il dono di una descrizione assolutamente oggettiva. Eppure non
è soddisfatto. Qualcosa gli manca: la parola non è sufficiente; e vorrebbe disegnare
tutte le cose che ha visto. «Le donne di rango si fanno costruire — egli scrive
— dei carri bellissimi, che potrei descriverti solo con un disegno; ma in
verità tutto quanto vi avrei disegnato, se sapessi farlo!». Così il suo libro,
questo grandioso capolavoro visivo, è anche un fallimento visivo, che non
riesce a rappresentare l'altro mondo, come aveva sognato. Ma, alla fine, dopo
la lunghissima traversata dell'Europa e dell'Asia, dopo le fatiche, le pene, la
fame, il gelo, Rubruk si lascia conquistare dallo spettacolo della Mongolia: le
tende coperte di feltro bianco o impregnate di bianco, il colore sacro; i
cortei di buoi che trascinano i carri e le tende; le grandi città in movimento;
migliaia di buoi, di cavalli, di uomini e donne che avanzano, come un oceano
che fluttua lentamente nella pianura.
Quando Rubruk arrivò a Qara-qorum, la capitale, l'aveva appena lasciata un
famoso storico persiano, Juwayni, che aveva cominciato a scrivere Gengis Khan.
Il conquistatore del mondo (Il Saggiatore, traduzione di Gian Roberto Scarcia,
poi ristampato da Mondadori), Möngke era il nuovo Gengis Khan: o almeno
pretendeva e sognava di esserlo. Affermava che i Mongoli credono nell'esistenza
di un unico Dio, «per volontà del quale viviamo e moriamo, e a cui dirigiamo i
nostri cuori». E in corrispondenza sulla terra c'è un solo Signore, il sovrano
dei Mongoli, Gengis o l'erede di Gengis, che attraverso i Mongoli comanda a
tutti i re, a tutti i principi, a tutti i sacerdoti, a tutti gli uomini della
terra, a costo di imporre i propri ordini con la violenza, «devastando ogni
terra dall'Oriente all'Occidente», come Gengis aveva devastato l'Asia e
l'Europa. Solo in questo modo può esistere l'armonia delle cose. «Ecco — scrive
Möngke — il comando del figlio di Dio che vi diamo a conoscere. Quando, per la
potenza del Dio eterno, dall'alzata del sole fino al suo tramonto, il mondo
sarà unito nella gioia e nella pace...».
Sebbene credessero nell'unità del potere regale, i Mongoli coltivavano e
difendevano la tolleranza nelle cose religiose. «Come Dio formò le mani con
diverse dita, disse il khan, così aveva dato agli uomini diverse strade»:
cristiani «orientali», sciamani, taoisti, buddhisti, mazdei, manichei,
musulmani dividevano i loro cuori e le loro ansie. Quanto a Möngke, era molto
prossimo ai cristiani «orientali». La moglie era cristiana; la favorita era
stata cristiana, come la figlia della favorita; sebbene ammalatissima, la
seconda moglie si prosternava adorando la croce; e Rubruk la curava leggendole la Passione secondo
Giovanni. Quando entravano in chiesa, i figli del khan si inchinavano con
devozione, anche se non erano battezzati; e onoravano profondamente la croce.
Il fratello più giovane di Möngke conosceva il Vangelo, e salutava facendo il
segno della croce alla maniera di un vescovo. Su tutta la corte, aleggiava la
protezione dei sacerdoti cristiani «orientali», che custodivano e proteggevano
i libri sacri scritti in siriaco.
Nel corso del Viaggio in Mongolia, contempliamo una serie di mirabili scene,
dove i gesti, gli oggetti, i riti, le funzioni cristiane si fondono nel
racconto politico. Ecco Rubruk e i suoi compagni penetrare nella tenda di
feltro bianco mostrando i libri e i paramenti sacri; oppure indossare gli abiti
più preziosi; oppure tenere sul petto una Bibbia e un salterio; oppure
innalzare l'incenso col turibolo; o intonare il Salve Regina o il Veni Sancte
Spiritus. Intanto il khan esamina con estrema attenzione il Salterio, il
crocefisso, il turibolo, le preziose miniature della Bibbia. Mentre siede su un
trono lungo e largo simile a un letto, decorato d'oro, i missionari stanno in
piedi senza inchinarsi, nel silenzio più assoluto, il tempo di un miserere:
perché i cristiani si prosternano solo davanti al Signore. Cosa colpisce, in
queste scene bellissime, è la reverenza reciproca: come se il cattolico
d'Occidente potesse riflettersi soltanto nel gesto del terribile e grave khan
orientale.
Guglielmo di Rubruk non amava i sacerdoti «orientali» (o nestoriani),
incontrati alla corte del khan: li giudicava ignoranti, avidi, simoniaci,
ubriaconi; e sopratutto pensava o sospettava che fossero eretici o eterodossi.
Non sapeva che i loro riti erano, spesso, quelli della Chiesa orientale del III
secolo, e serbavano il profumo di un passato antichissimo: come la farina del
pane dell'ultima cena, o la croce senza corpo del Cristo, o la preghiera a mani
aperte davanti al petto. In un punto, i nestoriani avevano profondamente
innovato. Il kumys, il latte di giumenta fermentato, che faceva facilmente
inebriare, apparteneva ai simboli essenziali della cultura mongola: ora, i
nestoriani avevamo integrato le libagioni di kumys nella cerimonia
dell'eucarestia, trasformando la messa in una specie di rito dionisiaco.
Quando a Qara-qorum giunse un'altra volta la Settimana Santa,
gli «orientali» invitarono Rubruk e i suoi compagni a celebrare insieme la Pasqua. Rubruk fu
profondamente turbato. Non aveva con sé i vestiti sacerdotali: né altari né
calici, né ostie né incensiere. Cosa doveva fare? Da un lato, come ogni uomo
del Medioevo, sentiva profondamente la fraternità della croce. Ma, dall'altra,
temeva di compiere gesti sbagliati, di usare altari e calici sbagliati,
condividendo l'eresia, di cui pensava che Cristo soffrisse.
Proprio allora conobbe, a Qara-qorum, mâitre Guillaume Buchier, un orafo di
Parigi, che, qualche anno prima, i Mongoli avevano catturato in Ungheria, come
usavano fare con gli artigiani provetti. A Qara-qorum, dove aveva qualche amico
francese, maître Buchier lavorò per la madre e i fratelli del khan: era un
orafo eccellente; e raggiunse un tale prestigio da diventare l'artista
personale del khan. Oggi tutte le sue opere sono perdute: non è rimasto né un
anello né una pisside; e dobbiamo accontentarci di contemplare il suo
capolavoro attraverso la descrizione minuziosa e affascinata di Rubruk. Mâitre
Guillaume aveva creato un immenso albero d'argento, con rami, foglie e frutti
d'argento, leoni d'argento, serpenti dorati, vasi d'argento, nicchie e angeli
con la tromba in mano. Era una macchina, che ricordava un poco le famose
macchine illusionistiche di Bisanzio. In apparenza, serviva a versare kumys,
caracomos, vino, una bevanda fatta col miele, birra di riso, agli assetati
commensali del khan. Ma la costruzione era così complicata e sovrabbondante, e
lo sguardo di Rubruk così affascinato, che siamo costretti a fantasticare: come
se l'albero d'argento di mâitre Guillaume fosse una invenzione apocalittica,
che cerca di comunicarci qualche messaggio sconosciuto.
Mâitre Guillaume era colto e devoto. Così, nel suo lungo esilio mongolo (quante
volte aveva ricordato Parigi, Nôtre Dame, l'église Saint-Séverin e
Saint-Julien-le-Pauvre, quante volte l'immagine degli alberi profumati dell'Ile
Saint-Louis gli pesò sul cuore, fino quasi a soffocarlo!), preparò una piccola
collezione sacra. Fece un ferro per segmentare le ostie: un'immagine scolpita
della Vergine, «alla maniera francese», con le storie del Vangelo; una pisside
d'argento con le reliquie di Cristo; un oratorio portatile; e qualche paramento
sacro. Offrì le sue invenzioni a Rubruk, che ne fu felicissimo. Il giorno di
Pasqua, mentre i fratelli nestoriani battezzavano sessanta persone, il frate
francescano disse la messa in un battistero nestoriano, sopra un altare
nestoriano, col calice d'argento nestoriano e la patena nestoriana, ma con le
vesti, la pisside e le ostie, che la pietà di un orafo di Parigi aveva
preparati nel cuore dell'Asia. «E vi fu grande gioia comune — commentò
Guglielmo di Rubruk, finalmente disteso e pacificato — presso tutti i
cristiani», quali ne fossero il nome, l'origine, il linguaggio, la razza.
Corriere della Sera 13.9.11

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