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Un destino da giullari di corte

Vita grama per i talenti di questo Paese...


 

Sono entrato raramente alla Scala, anche se l’opera mi piace molto. È accaduto quando un'amica preziosa, Camilla Cederna, mi procurava dei biglietti gratis per il loggione. Le prime di Sant’Ambrogio le ho viste solo in televisione, e un anno, quando ci fu la contestazione, da fuori, mentre il tribuno della Statale concionava da un podio improvvisato. Mi sembrò una scena ottocentesca, ma c’era del godimento nel vedere strisciare lungo le mura della piazza coppie in ghingheri molto spaventate, dirette alla gran festa della Milano che conta.
La Milano che conta ha visto di nuovo quest’anno qualche magra contestazione, ma certamente ha provato meno brividi che nel ‘68. Non è però di questo che mi preme parlare, né dell’amatissima Carmen, più amata ancora che quella di Bizet quella di Mérimée e più scarna e più bella quella di George Barrow che dette origine al mito (Barrow era un tale che girò la Spagna vendendo bibbie per conto dei protestanti inglesi e scrisse un lungo racconto della sua esperienza, all’interno del quale trovò posto per la prima volta il fatto di cronaca vera della sigaraia di Siviglia. Di divagazione in divagazione, è significativo che l'enorme regia fabbrica di sigari e sigarette della città andalusa dove Carmen lavorava, è ora sede della locale università, dove si saranno certamente discusse un mucchio di tesi sull’indomabile gitana da parte di studenti e professori molto domati).
Di tutto il festoso bailamme di lunedì scorso, ampiamente commentato da tutti i giornali, ciò che più mi ha colpito è il destino di Emma Dante, regista qualche anno fa a teatro di un’indimenticabile «trilogia di Palermo». Ha grandi qualità, Emma Dante, che certamente sono rifulse anche in questo lavoro, e mi è difficile immaginarla pacificata, addomesticata nel contesto di quella serata e dell’ambiente delle prime scaligere, luogo da sempre della celebrazione di sé da parte della lombarda e italica borghesia, che oggi ha meno meriti di ieri ed è più che mai esecrabile, ed è talora ripugnante.
Il suo destino somiglia ai destini di molti altri artisti, che hanno cominciato con grandi ambizioni, diciamo così, eversive sul piano dell'arte, operando in nome di una radicale profondità, diversità. Si potrebbero fare tanti nomi di persone che, nel campo della letteratura, del cinema, della musica, delle scienze sociali, del giornalismo, della pittura… e ovviamente, a maggior ragione, della politica, e perfino della religione, hanno dovuto affrontare una realtà simile: in parole povere e desuete, quella del “recupero”, della “integrazione”. Si parte ribelli e spavaldi e si finisce uomini d’ordine o di potere? Sì, questo capita spesso, e ognuno metta i nomi che vuole. Ma se così è accaduto e continua ad accadere, non dipende certo da loro. Se molti non aspettavano che di potersi vendere al miglior prezzo seguendo accorte strategie per farsi conoscere e poi per insediarsi, impoltronarsi, piazzarsi, altri, quelli che di talento ne avevano davvero tanto ed erano davvero portatori d’arte e novità, hanno dovuto affrontare l’umiliante confronto con un contesto bacato.
I grandi talenti che questo paese ha continuato a produrre negli ultimi decenni, e che pur continua a produrre, devono vedersela con istituzioni e burocrazie sterili e statiche quando non corrotte, con mediatori - figure cardine il cui numero è cresciuto a dismisura - che prosperano nel mercato comportandosi con loro da piccoli Mefisto, con una massa di senza-talento che, respinti dai luoghi del lavoro, vengono illusi dalle università delle arti, con l’agonia o morte della critica, con l'omologazione delle differenze nel pubblico possibile, con le pesantezze corporative, con l’immensa volgarità diffusa dalla televisione. E con la fragilità della loro morale di fronte alle sirene dei riconoscimenti e del successo.
Di gradino in gradino, di sì in sì, la diversità e la novità si assottigliano, si logorano, spariscono, e in quelli più bravi (di maggior talento) lasciano al loro posto la maniera, la ripetizione su scala grandiosa di ciò che prima era conchiuso e scavato, la divulgazione compiacente per i “tanti” o per i “potenti” di ciò che era nato nell’ambito dei pochi, la superfluità consolante alla necessità disturbante. Tener testa a tutto questo è di una difficoltà sovrumana, oggi più di ieri, in assenza di un’arte e una cultura che vogliano vedersi come parte di un progetto, eticamente accettabile, collettivo.

http://www.unita.it  13 dicembre 2009

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