Un confronto da riaprire
«Nel cortile dei gentili». Forum di confronto fra credenti e non credenti 1Reale - Natoli
Reale:
«Una nuova alleanza su scuola e medicina»
Un dialogo di vita, al di là di ogni ideologia del religioso. Con l'attenzione
su due «emergenze»: la degenerazione dell'educazione e la medicina che
dimentica l'uomo. Giovanni Reale, docente di storia della filosofia antica
all'Università Vita e salute di Milano nonchè celebre esperto di Platone,
individua qui lo spazio per quel «cortile dei gentili» di cui ha parlato
Benedetto XVI.
Su quale basi va impostato il dialogo tra credenti e non credenti?
«Va riportato su un piano fortemente esistenziale. La concretezza del
cristianesimo non è una teoria: la fede deve essere mostrata, oltre che
dimostrata. Ma oggi rispondere alla sua domanda è assai più difficile che in
passato. La posizione dei non credenti è diventata veramente radicale. Più che
di "ateismo" si tratta di totale "indifferenza". Occorre
cercare di far rinascere il sentimento del religioso. Ritengo determinante ciò
che Benedetto XVI ha scritto nella Deus caritas est: "All'inizio
dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì
l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo
orizzonte e con ciò la direzione decisiva". Cristo deve diventare un
contemporaneo. Scrive Kierkegaard in Esercizio del Cristianesimo: "Signore
Gesù Cristo, fa' che possiamo diventare tuoi contemporanei così da vederti
nell'ambiente dove realmente camminavi sulla terra, e non nella forma di un
ricordo, vuoto e insignificante"».
Quali i «territori» nei quali è più urgente praticare il confronto fra
«laici» e cattolici?
«L'insegnamento e la medicina. La scuola italiana è un disastro, rovinata
dal troppo "metodo" che ha squalificato i contenuti. Propongo una
grande alleanza per l'educazione tra credenti e non credenti perché purtroppo
oggi è tramontata l'idea dell'educazione come formazione, a scapito della sola
informazione». E sulla medicina? «Le rispondo con un esempio: in Germania è
stata di recente aperta una clinica "moderna": ad un nuovo paziente
che vi accede viene tolto il nome e gli si affida un numero. È questa la
medicina che vogliamo? Una medicina che dimentica l'uomo? Bisogna avere a cuore
il malato come persona, prima che come paziente».
Diverse inchieste testimoniano il ritorno di Dio nel dibattito
pubblico. C'è il rischio di strumentalizzare il tema religioso?
«Sì, soprattutto nella politica. Ricordo quanto mi disse un traduttore polacco
della mia Storia della filosofia antica. Gli avevo chiesto come mai affrontava
una tale fatica. Mi ha risposto: "Il marxismo ha cancellato dalle
coscienze i tradizionali valori e ha creato il vuoto. Chi ha una fede, imbocca
quella strada per uscirne; chi non ce l'ha cerca idee forti, non connotate
politicamente". Il cattolico dovrebbe ricordare Cristo che disse: "Il
mio Regno non è di questo mondo". Quando il religioso vien
strumentalizzato in chiave politica, perde il suo significato. L'ho imparato da
Luigi Pareyson, che diceva: come si fa a spiegare Dio? Rispondeva: qualsiasi
teoria su Dio è una forma raffinatissima di antropomorfismo perché rinchiude
Dio in categorie umane».
Quale l'apporto più salutare del cristianesimo oggi in Italia?
«La cura spirituale dei giovani. Molti interventi proposti dagli psicologi sono
palliativi, la vera medicina sta nel messaggio cristiano. Cristo è venuto sulla
terra assumendo su di sé tutti i nostri mali per dar loro un senso. Camus
scriveva: "La notte del Golgota ha tanta importanza nella storia degli
uomini soltanto perché in quelle tenebre la divinità ha vissuto fino in fondo,
disperazione compresa, l'angoscia della morte. Si spiega così il Lamma
sabactani e il dubbio tremendo del Cristo in agonia. L'agonia sarebbe lieve se
fosse sostenuta dall'eterna speranza. Per essere uomo il Dio deve
disperare". E così la disperazione si capovolge in grande e salutare
speranza».
Natoli:
«La Chiesa
faccia risuonare Cristo nella società»
Più predicazione spirituale della Chiesa, meno strumentalizzazione
(bipartisan) della fede dalla politica. Puntando maggiormente sulla
dimensione spirituale (non spiritualistica) del messaggio evangelico. Solo così
secondo il filosofo Salvatore Natoli, docente di filosofia teoretica
all'università Bicocca di Milano, il confronto tra credenti e non credenti può
riprendere quota.
Come può ripartire il dialogo tra laici e cattolici?
«Il cristianesimo è resurrezione, ma soprattutto liberazione dalla
morte. E la prassi del darsi reciproco è centrale nella comunità cristiana. In
questo aspetto anche i non credenti vedono che la rivelazione possiede qualcosa
che fa bene agli uomini. Penso, in particolare, al tema del "prendersi
cura": tale dimensione fa crescere la fiducia tra le persone e abbassa le
tensioni. In questo mondo fatto di scontri, questo territorio è praticabile sia
da chi ha fede sia da chi non crede. Per dirla con Spinoza, homo homini Deus:
l'uomo può diventare salvezza per l'altro».
Su quali argomenti vede praticabile tale confronto?
«Vi è un percorso su cui è più facile trovare una reciproca permeabilità, e un
altro dove essa è più difficile. Il primo è appunto il prendersi cura: la
modernità ha distrutto le comunità naturali dove la cura tra le persone era il
semplice stare insieme: penso alla famiglia. E cosa meglio del cristianesimo è
indice di questo prendersi a cuore degli esclusi? Anche la tradizione politica
di ispirazione cattolica (cito Sturzo) faceva riferimento a questo ideale. Lo
stesso cardinale Tettamanzi si è mosso in questa direzione "universalistica",
per cui tra cristianesimo e diritti umani non vi è contraddizione».
E l'itinerario più difficile?
«È quello dei diritti della libertà, un frutto maturo della modernità. Già
il cristianesimo fa appello alla libertà come proposta mentre la democrazia ne
è garanzia. Ma sui temi estremi della vita e della morte ora la Chiesa presenta il diritto
naturale come valore assoluto, mentre per una lettura "laica" ciò
rimane un nodo controverso. Lo sviluppo tecnologico ha cambiato profondamente
il quadro d'insieme: quando si nasce e si muore? Quanto c'è di naturale
nell'"artificiale"? L'autodeterminazione non è più naturale
dell'artificiale? Certo, la
Chiesa può esprimere le sue posizioni, ma non può imporle
alla politica».
Lei cita il caso della solidarietà e la bioetica come elementi di
"dialogo facile" e di quello "difficile" tra Chiesa e non
credenti. Ma, rovesciando la prospettiva, non vi è un altrettanto rischio di
strumentalizzazione?
«Certo. E ci vuole davvero lucidità ed equilibrio. La Chiesa ha il diritto di
convertire, ma non di travalicare il campo. Poi vi è anche chi, secondo una
prospettiva "sociale", usa la comunità ecclesiale a proprio vantaggio
sui temi dei migranti. Ora, tanto più la Chiesa è spirituale, tanto meno è
strumentalizzabile. Spirituale non vuol dire spiritualistica, ma partire dalla
predicazione, ovvero dal fatto che il referente diretto della Chiesa non deve
essere l'agone politico quanto la società intera».
Cattolici più attivi e meno militanti, dunque?
«Sì. Esemplifico: la risposta della Chiesa alla chiusura verso la mobilità
delle persone consiste nel fatto che lei è abituata all'accoglienza. I
cattolici non dicono che bisogna accogliere gli immigrati: li accolgono già. E
quando parla dell'aborto, la
Chiesa deve soprattutto cercare di convincere la gente a
generare figli. A mio giudizio, compito della Chiesa è la pastoralità: produrre
convinzione, entrare nelle coscienze piuttosto che in politica. Penso alla
capacità di attrazione di una persona come il cardinale Martini, che suscitava
una domanda di spiritualità. Bisogna riuscire a far sorgere la domanda: la
figura di Gesù Cristo può pesare nella vita degli uomini? I cattolici devono
far risuonare nella società il quesito di Cristo: Voi, chi dite che io
sia?».
Lorenzo Fazzini – l’Avvenire
http://www.avvenire.it 21 gennaio 2010

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