Un altro governo è possibile
Per battere il berlusconismo occorre l’unione delle forze che si riconoscono in un programma di «ricostruzione democratica»
L'urgenza dei tempi e il rilievo delle tematiche mi inducono
a riprendere e precisare il mio precedente articolo (governo di ricostruzione
democratica», il manifesto, 8 agosto) , quello che una volta si definiva
«esercitazione di scuola». Le «esercitazioni di scuola» venivano assegnate e
discusse nelle classi medie superiori della scuola italiana tanti anni fa per
mettere alla prova le capacità logiche dei ragazzi. I compagni di classe
dell'individuo cui, sventuratamente per lui, era stato assegnato il compito di
svolgerne una, erano invitati dai loro professori a segnalare i passaggi logici
che, in quanto tali, non funzionavano nell'elaborato; venivano severamente
rampognati quelli di loro che si limitavano a dire: non mi piace, non la penso
come lui. Naturalmente la logica formale non è il reale: per passare dall'una
all'altro (e anche viceversa) bisogna fare un'opera di trasposizione pratica
decisiva, che nel caso nostro si definirebbe togliattianamente «iniziativa
politica». Però, al tempo stesso, senza logica formale si va a tentoni, non si
riconoscono le cose, si prendono fischi per fiaschi e in definitiva si finisce
a catafascio.
In ogni «esercitazione di scuola» c'è una premessa. Se cade questa, cade tutto
il resto. La «mia» premessa è: il bubbone maligno, che distrugge l'Italia,
diffonde la corruzione, spazza via il gioco democratico, fa vacillare le
istituzioni e le regole, distrugge l'informazione, sottomette tutti i rapporti
di classe al gioco dei potenti, è Berlusconi, è il governo in mano a Berlusconi,
è il berlusconismo. Se è vero questo - se cioè la premessa regge -, allora il
compito politico e civile primario è trovare il modo di sbarazzarsene,
altrimenti ogni altro discorso più corretto, più profondo, più giusto - persino
quello riguardante un corretto conflitto politico -, non sarà più (mai più?)
possibile.
Per sbarazzarcene, in Parlamento e nel paese, non ci vuole meno di un
amplissimo schieramento di forze, che si riconoscano in un programma di
«ricostruzione democratica» e si aggreghino per questo; e siano per ciò stesso
in grado di mettere in moto un ancor più vasto schieramento di forze sociali e
civili, che pure ci sono e aspettano solo che qualcuno dia loro la possibilità
di mettersi direttamente alla prova. Siccome è sempre più evidente che il
berlusconismo è in realtà un berlusconi-leghismo, bisognerà, per reggere il
contrasto, che sarà formidabile, che ne facciano parte senza esclusioni tutte
le altre forze che in questi anni non hanno avuto a che fare con l'orrida tabe
o recentemente se ne siano liberate, dall'estrema sinistra all'Udc, a Rutelli,
a Fini e ai finiani.
Questo bisogna non solo farlo, ma farlo presto, anzi prestissimo. Il
contro-urto, infatti, è già cominciato. Berlusconi ha due strade per salvarsi
nell'attuale situazione di provvisoria crisi e debolezza: o andare alle urne; o
riassorbire la dissidenza. Se va alle urne con l'attuale legge elettorale,
vince comunque, quale che sia la forma in cui l'opposizione si presenterà,
compresa quella bipartita (centrosinistra + centro moderato), da taluni non si
sa perché auspicata. E andrà alle urne legittimamente, nonostante le giuste
proteste di Napolitano, se si dimostrerà che in Parlamento non c'è una
maggioranza alternativa. Ma non ci sarà una maggioranza alternativa se Berlusconi
riassorbirà, come sta tentando di fare, la dissidenza. Quest'ultima è la
prospettiva peggiore, e attualmente non è del tutto esclusa se non si lavora
tenacemente in direzione contraria. Dunque, nelle prossime settimane, si decide
il nostro destino dei prossimi quindici-vent'anni: perché se Berlusconi finisce
indenne la legislatura, rivince di sicuro le elezioni, va alla Presidenza della
Repubblica e...
Ma perché l'«opposizione» dovrebbe presentarsi unita al voto in uno qualsiasi
dei prossimi mesi, se non è in grado di creare una maggioranza alternativa in
questo Parlamento? La mia proposta di un «governo di ricostruzione democratica»
serve dunque a sanare contemporaneamente due punti deboli: quello dell'oggi e
quello del domani, perché se non ci sarà un governo sufficientemente credibile
oggi non ci sarà un voto sufficientemente forte domani.
Ecco perché il governo che ci salva non può essere un governicchio, un governo
tecnico, un governo a termine, ecc. ecc. Sia perché il paese altrimenti non
capirebbe il significato e l'entità della svolta; sia perché gli esitanti,
numerosi e su tutti i versanti, non sarebbero abbastanza invogliati a
parteciparvi. Invece debbono esserci sufficienti garanzie che si fa sul serio e
che si andrà avanti abbastanza a lungo da poter esibire risultati inequivoci.
Se è vero, come è possibile e anzi fortemente auspicabile per allargare le
risicate alleanze in Parlamento, che esiste un'ulteriore componente del Pdl
disposta a staccarsi dal bubbone, ciò potrà avvenire solo se stimolata e
garantita da queste condizioni.
Entriamo un po' più nel merito. Ho già scritto di alcuni punti di programma,
che potrebbero caratterizzarlo (niente d'indolore né di marginale, tutto
sommato, a rileggerli oggi) e non ci torno sopra (forse qualche attenzione in
più meriterebbe la figura del Presidente del Consiglio, che non dovrebbe essere
partitica: ci sono candidati possibili molto autorevoli nel campo del giure e
dell'economia). Ritengo invece utile precisare che un «governo di ricostruzione
democratica» non è (oddio!) né di destra né di sinistra: è un governo che mira
a ricostruire le condizioni minimali dell'agire democratico e dell'unità
nazionale, quelle per cui tornerebbero possibili e «normali» una sinistra e una
destra costituzionali ed europee; ed è perciò che sono legittimate a
parteciparvi non contraddittoriamente tutte quelle forze di sinistra e di
destra, che concordano sull'urgenza e l'imprescindibilità di raggiungere questo
obiettivo, quello da cui dipende tutto (tutto, capito?).
Fin qui la logica formale. Proviamo a fare un passo in avanti nel mondo del
reale e chiediamoci: un governo del genere è fattibile? La mia risposta, molto
minimale ma anche molto concreta, è: sì, è fattibile perché nessuna delle forze
che dovrebbero parteciparvi ha un futuro senza questo possibile sbocco.
Vediamo.
a) L'estrema sinistra: è ridotta malissimo. Se non rientra nel gioco, e cioè,
per dirla brutalmente, se non rientra in Parlamento e nel Governo, è destinata
all'estinzione. Il terreno della legge elettorale è quello su cui se ne può
trattare l'adesione, e se il sistema elettorale proporzionale è il grimaldello
dell'alleanza, io, come ho già accennato, non avrei obiezioni di principio:
b) L'Idv: dove può andare Di Pietro da solo?
c) Il Pd: è l'ago della bilancia. Bene ha fatto Bersani a dichiarare utile e
preliminare l'accordo fra tutte le forze dell'attuale centrosinistra. Ma -
l'«iniziativa politica»! -, se non riesce presto, anzi subito, a promuovere lo
schieramento allargato della «ricostruzione democratica», sarà sorpassato
impetuosamente dalla controiniziativa altrui, rischiando la deflagrazione o il
collasso;
d) L'Udc: Casini è probabilmente l'elemento tuttora più indietro. Non ha ancora
scelto dove stare. Ma è troppo tempo che non sceglie, e questo potrebbe
logorarlo. Tramontate però rapidamente le prospettive di un governo «che non
vada contro una parte del paese» (come se ce ne fosse uno che non vada a pro'
di qualcuno o contro qualcosa), dovrà in una situazione del genere scegliere. La Balena bianca non risorgerà
più nel nostro paese. Il massimo che Casini può ragionevolmente sperare è un
ulteriore rafforzamento del centro moderato all'interno di uno schieramento
antiberlusconiano. E d'altra parte: fin quando la Chiesa di Roma riterrà
componibile con i propri interessi mondani la fogna a cielo aperto in cui
l'Italia berlusconiana si sta trasformando? Qualche segnale che il limite di
sopportazione sia stato raggiungo c'è già stato;
e) L'Api: Rutelli è un vecchio frequentatore dei consessi di centro-sinistra; è
impensabile che faccia mancare il suo apporto in una circostanza del genere;
f) Futuro e Libertà: è il discorso più complesso e forse quello decisivo.
Preliminare al resto del ragionamento, che altrimenti potrebbe apparire davvero
troppo procedurale: io credo che sia da prendere sul serio la cosiddetta
«conversione democratica» di Gianfranco Fini. Aggiungo anche (per esaurire
totalmente le mie già precarie riserve di credito) che ha giocato un ruolo
positivo nelle ultime vicende il «fascismo di sinistra», cui attinge la
formazione di diversi componenti del suo gruppo (non di Fini, naturalmente), e
che io giudico migliore del berlusconismo (tanto è vero che non vi si è
adattato). Ora Fini e il suo gruppo sono di fronte a un bivio drammatico: se
accettano di farsi riassorbire - non importa in quale forma, se imperativa o
contrattata, costruttiva o parzialmente consensuale -, sono destinati ad una
penosa estinzione, a cominciare da quella già selvaggiamente iniziata nei
confronti del loro capo, e i loro scalpi (ad eccezione di Briguglio, s'intende)
verranno appesi ai banchi che occupavano, e che mai più occuperanno, in
Parlamento. Imboccare l'altra strada sarà periglioso e difficile, ma non c'è
scelta. E' evidente, tuttavia, che il passaggio non sarà perfezionato, se non
verrà accompagnato, anzi preceduto, da parte delle altre forze politiche
contraenti, da una totale garanzia di legittimità politica e costituzionale,
ossia, come dire, non mi viene la parola, ah sì, dal definitivo sdoganamento democratico-costituzionale
di tale forza.
Il manifesto, 20 agosto 2010

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