Turgenev. La magica arte di raccontare a bassa voce
Il suo talento stava nella sobrietà e nella delicatezza
Nel
1875, a
Parigi, Henry James conobbe Ivan Turgenev, che frequentò molto nei suoi ultimi
anni di vita, insieme a Flaubert. Ne era affascinato, e gli dedicò due
bellissimi saggi, che esercitano un´eguale fascinazione sul lettore moderno.
Henry James
guardava Turgenev, lo osservava, lo ascoltava per ore, accettava i suoi perenni
rinvii, lo seguiva al caffè e al ristorante, o a casa Flaubert. Quell´immenso e
biondo gigante russo gli piaceva moltissimo. Turgenev aveva una testa di grande
bellezza, sebbene i suoi lineamenti fossero irregolari. Quasi ogni cosa, in
lui, era vasta. La sua espressione aveva una singolare dolcezza, con un tocco
di languore slavo e di indecisione, e i suoi occhi - «i più gentili tra gli
occhi» - erano profondi e melanconici. I capelli abbondanti e lisci erano
bianchi come l´argento, e la barba aveva lo stesso colore. Qualche volta
arrossiva come un ragazzo di sedici anni. Qualche volta, si abbandonava all´entusiasmo
più fervido. Era il più splendido e piacevole dei parlatori. Quando discorreva,
era fluente, naturale, abbondante, ed ogni cosa era toccata dalla squisita
morbidezza della sua fantasia. Nella sua conversazione, c´era qualcosa di
stranamente vivificante e stimolante, che lasciava sempre James in uno stato di
eccitamento interno, con la sensazione che gli fossero state suggerite ogni
sorta di cose preziose.
Turgenev era
posseduto da una costante e profonda malinconia: ma aveva anche quella vivacità,
quella capacità di godere, «accordata di solito agli uomini di genio». Come
tutte le persone complesse, era composto di molti pezzi di io, diversi ed
opposti tra loro: oscillava tra fede ed ateismo, tra scetticismo e fiducia; gli
sembrava che nella vita nulla fosse esattamente come sembra: i sentimenti non
erano mai diritti e non si intersecavano mai secondo angoli regolari, così che
la realtà sfuggiva a qualsiasi rete ideologica. Eppure, Turgenev era semplice.
Era così semplice, così naturale, così modesto, così privo di pretese
personali, e di ciò che si chiama la consapevolezza del proprio talento, che a
volte James finiva quasi per dubitare che fosse un uomo di genio. Non aveva
nemmeno una particella di vanità: nemmeno un granello, «grande come la punta di
un ago», di pregiudizio. Amichevole, candido, benigno, senza affettazione,
suscitava in tutti l´impressione sovrana della bontà e dell´innocenza.
[***]
Circa
venticinque o trent´anni prima, Turgenev viveva in Russia, a Orel, nelle terre
della famiglia. Era un insaziabile cacciatore. Cacciava per ore, per giorni, da
solo o in compagnia, tra le colline, nelle foreste e tra i fiumi, dormendo
sotto un albero o in una capanna. Cacciare significava, per lui, diventare un
frammento dell´antica natura russa: penetrava nella natura, sprofondava nella
natura, si lasciava plasmare dalla natura: vedeva, sentiva, odorava come
vedono, sentono, odorano le beccacce, le lepri, gli usignoli, le folaghe, le
anatre selvatiche. Nel 1847 cominciò a pubblicare, sul Contemporaneo, i suoi
primi racconti di caccia. E quando, nel 1852, li raccolse tutti in volume,
sotto il titolo Memorie di un cacciatore, la Russia possedette un libro che rivelava in modo
incomparabile la sua anima.
Ogni racconto
seguiva le ore del tramonto e della stagione. Il sole tramontava, ma nella
foresta faceva ancora chiaro: l´aria era pura e trasparente: gli uccelli
cinguettavano; l´erba brillava. A poco a poco, l´interno della foresta si
oscurava: la luce purpurea del tramonto scivolava lenta per le radici e i
tronchi degli alberi, saliva sempre più su, sempre più su, passava dai rami
inferiori ancora spogli alle vette immote e addormentate. Anche le vette si
incupivano: il cielo vermiglio diventava azzurro. L´odore di bosco si faceva
più intenso. Gli uccelli si addormentavano, non tutti in una volta, ma una
razza dopo l´altra: prima tacevano i fringuelli, qualche attimo dopo i
pettirossi, infine gli ortolani.
Con i suoi
morbidi sensi protesi, Turgenev registrava la vita minima della natura: i
grossi pesci venivano a galla: i grilli stridevano nell´erba rossiccia: le
quaglie squittivano a malincuore; gli sparvieri si fermavano agitando
rapidamente le ali e spiegando la coda a ventaglio. Egli conosceva i cespugli
imbastarditi di uva spina: la pelle verde pallida dei cavoli: il luppolo che
attorcigliava i suoi viticchi attorno ad alte pertiche; i cetrioli che
ingiallivano sotto le foglie accartocciate. Tutto era mobile, flessibile,
animato, come se un´invisibile vita umana penetrasse la vita delle piante. C´erano
nuvole frastagliate, nuvole tondeggianti: bagliori fugaci: la notte estiva
odorava: i misteriosi suoni notturni, che nascevano talora in mezzo a un
profondo silenzio, rimanevano fermi nell´aria e finalmente svanivano adagio,
quasi morendo. Dappertutto si coglieva l´inesprimibile, una commovente e quasi
sovrannaturale dolcezza.
Se la natura
parlava, di solito l´uomo taceva. Salvo quando il formicolio umano prendeva
voce, e i contadini cominciavano a cantare nelle osterie. La voce del cantore
era un po´ stanca e quasi incrinata: sulle prime aveva persino qualcosa di
morboso; ma anche una sincera e profonda passione, e forza e dolcezza e un
dolore noncurante e affascinato. «L´anima russa, veritiera e ardente,
echeggiava e si effondeva in quella voce e afferrava il cuore, ne afferrava
appunto quel che aveva di russo». Il canto saliva, fluiva. Il cantore era
visibilmente inebriato: non aveva più timore, si abbandonava tutto alla sua
felicità: la voce non gli tremava più; vibrava di quell´interno tremore della passione,
che trafigge come una freccia il cuore di chi ascolta. «Da ogni nota della sua
voce spirava un non so che di intimamente nostro, di sconfinato, come se la
steppa si aprisse dinanzi a me, dileguando nelle lontananze infinite».
[***]
Con la mente, anche
quando il corpo viveva a Baden-Baden o a Parigi, Turgenev non abbandonò mai la Russia. Ma le beccacce
e gli sparvieri e le lepri e le stelle delle Memorie di un cacciatore vennero
sostituite dalle voci degli esseri umani. Turgenev aveva un fortissimo dono
psicologico, che si esprimeva con piccoli tocchi pittorici, allusioni,
analogie, corrispondenze: arte che avrebbe in parte insegnato a Tolstoj. Presto
egli si propose un compito, al quale obbedì con sovrana naturalezza: raccontare
i tipi delle successive generazioni russe. La prima generazione fu quella
romantica, alla quale dedicò un piccolo libro: Rudin, pubblicato nel 1856.
La
rappresentazione di Rudin, di grandissima acutezza e sottigliezza, sembrava
fondere i personaggi dell´Onegin di Puskin con i primi personaggi di James e
quelli futuri di Dostoevskij e di Musil. Il pensiero di Rudin era così ricco,
che gli impediva di esprimersi in termini precisi. Quando parlava, le immagini
si susseguivano alle immagini: le similitudini, a getto continuo, erano
inaspettate e ardite o estremamente calzanti. Possedeva la musica
dell´eloquenza. Toccando certe corde del cuore, sapeva far risuonare e vibrare
tutte le altre. Il suono della voce, concentrato e sommesso, aumentava il
fascino: sembrava che attraverso le sue labbra, parlasse qualcosa di superiore,
che sorprendeva lui stesso. Un ordine perfetto si diffondeva: i frammenti si
univano, si ricomponevano come un edificio; lo spirito soffiava dappertutto.
Non c´era più niente di insensato o di casuale: in ogni cosa si manifestava una
necessità e bellezza razionale; ogni cosa riceveva un significato chiaro e
insieme misterioso. Rudin parlava in modo appassionato e convinto sulla
vergogna della pusillanimità e della pigrizia, e sulla necessità, soprattutto,
di agire. Tutto ciò che esisteva di nobile doveva diventare azione appassionata
e drammatica.
Un amico, che
l´aveva molto amato nella giovinezza, sosteneva che Rudin aveva una
intelligenza acutissima e un acceso slancio lirico, ma dentro «era vuoto»,
«freddo come il ghiaccio». Lui lo sapeva e simulava la passione. In Rudin c´era
già qualcosa di quella sovrana e demoniaca figura di vuoto e di ghiaccio, che
diventò Stavrogin, l´eroe dei Demòni. Quando una ragazza si innamorò di lui,
non la comprese, non capì il proprio amore per lei, e si rassegnò alla
rinuncia. Ammise di non possedere cuore né passione né volontà. «La natura mi
ha dato molto, ma io morirò senza aver fatto niente che fosse degno delle mie
doti... Tutta la mia ricchezza sarà stata sprecata invano... Qualcosa mi manca.
Non so neppure io dire cosa. E´ uno strano destino il mio, quasi comico: io mi
do tutto, con tutta la mia volontà e completamente, e tuttavia non riesco a
darmi». Invecchiò, gli occhi si spensero, rughe sottili apparvero accanto alle
labbra, alle guance, sulle tempie. Non aveva terreno sotto i piedi: non
possedeva fondamento, e quindi era incapace di costruire qualsiasi cosa. «C´era
nella sua figura qualcosa di inerme e di rassegnato». Non gli restò che morire,
vanamente e inutilmente, agitando una bandiera rossa sulle barricate di Parigi
del 1848.
[***]
Qualche anno
dopo, Turgenev pubblicò Padri e figli (1862: nella bella traduzione di Paolo
Nori, Feltrinelli, pagg. 222, euro 8), il suo libro più famoso, che suscitò
discussioni, odi, polemiche interminabili nella Russia della fine
dell´Ottocento. Se Rudin era il romantico, Bazarov è il nichilista: l´anticipo
di Necaev e dei terroristi. Un nichilista «è un uomo che non rispetta nulla,
che non si inchina davanti a nessuna autorità, che non accetta nessun principio
alla cieca, qualunque sia il rispetto che lo circonda». «Noi nichilisti -
ribadiva Bazarov - agiamo in forza di ciò che riconosciamo per utile...
Presentemente la cosa più utile è la negazione, e noi neghiamo». Bazarov negava
il romanticismo, l´amore, la natura, la poesia, l´arte, la musica, la stessa
esistenza quotidiana, che non si adattava alla sua furibonda ideologia; ed
esecrava le riforme politiche liberali. Quanto a Turgenev, disse che non sapeva
se amava Bazarov o l´odiava: ma certo, così mobile, incerto, lieve, oscillante,
detestava con tutte le forze la negazione e la distruzione, che in quegli anni
si impadronirono della Russia, conducendola alla Rivoluzione.
Turgenev era un
grande romanziere; e, per lui, Bazarov era sopratutto una creatura libera, che
obbediva soltanto alla sua natura ricca e complessa. Faceva il contrario di
quello che i suoi principii nichilisti gli insegnavano. Detestava l´amore, come
una futilità romantica. Eppure fu affascinato da Anna Sergèevna: una donna
bella, chiara e fredda, tentata di innamorarsi e incapace di innamorarsi, che
si guardava con un sorriso misterioso allo specchio. Bazarov l´amò follemente:
ora era dolce e tenerissimo, fragile come un bambino: ora sosteneva che l´amore
è una cosa inconsistente; ora era assolutamente disperato. «Qualche cosa di
nuovo si era impadronito di lui, qualche cosa che non ammetteva assolutamente,
che aveva sempre deriso, che sdegnava con tutto il suo orgoglio». Quando venne
respinto dagli occhi calmi e freddi di Anna Sergèevna, il materialismo
distruttivo di Bazarov sembrò trasformarsi in una specie di fede pascaliana.
«Il posticino che occupo è così minuscolo in paragone dello spazio dove io non
sono e dove nessuno pensa a me, e il tempo che potrò vivere è così
insignificante, paragonato all´eternità della quale non faccio e non farò mai
parte… E in questa molecola, in questo punto matematico circola il sangue,
lavora il cervello, vuole qualche cosa...».
Bazarov aveva
negato qualsiasi destino e caso: aveva creduto di dominare la natura e la
morte, costringendole nel ritmo imperioso del suo pensiero materialista. Alla
fine del libro, mentre curava un contadino malato, venne contagiato dal tifo:
il caso si prese ironicamente gioco di lui: il suo volto diventò malato e
cadaverico; e proprio lui, che aveva immaginato di non morire mai, ridusse il
suo desiderio a una cosa minima: «saper morire con dignità, per quanto ciò non
possa interessare nessuno». In quegli ultimi momenti, Bazarov chiese un bacio
ad Anna Sergèevna: «Addio - le disse con improvvisa forza ed i suoi occhi
scintillavano dell´ultimo bagliore - . Addio… Sentite… io allora non vi ho
baciato… Soffiate sulla lampada morente e lasciate pure che si spenga». Niente
potrebbe essere più disperatamente romantico di queste parole e di questa
morte, mentre Bazarov cadeva ciecamente nel buio senza confini.
Bazarov venne
sepolto in un piccolo cimitero di campagna, in un angolo remoto della Russia:
quella Russia, di cui Turgenev aveva rappresentato gli uccelli, i pesci, i
bambini, i cantori. Due giovani abeti si alzavano ai lati della sua tomba, dove
gli uccelli si posavano e cantavano all´alba. I vecchi genitori di Bazarov,
sostenendosi l´uno all´altro, si avvicinavano alla tomba, cadevano in ginocchio
e piangevano amaramente, fissando la pietra sotto la quale giaceva il figlio.
«E´ possibile - dice Turgenev - che siano vane le loro preghiere e le loro
lacrime?». I fiori che coprivano la tomba di Bazarov ci guardano serenamente
con i loro occhi incolpevoli: non ci parlano soltanto della morte e della pace
indifferente della natura, ma «di un´eterna riconciliazione e di una vita
infinita». Proprio Bazarov, che aveva esaltato la materia, la negazione e la
distruzione, trova sulla sua tomba il segno dell´eterno e dell´infinito.
[***]
In Fumo, un
bellissimo romanzo pubblicato nel 1868, tutte le tracce delle Memorie di un
cacciatore sono scomparse. Non c´è più l´antica "Madre Russia" né la Natura. Siamo nel 1862, a Baden-Baden, dove
si raccoglie il fiore della cultura, della borghesia e dell´aristocrazia russa.
Tutti parlano, divagano, blaterano, dicono sciocchezze, che Turgenev raccoglie
con un´ironia che ha qualche tratto di Gogol e di Dickens e anticipa già le
prime pagine di Guerra e pace. Gli emigrati ora portano il discorso sul ruolo
della stirpe celtica nella storia, ora lo spostano all´antichità e discorrono
dei marmi di Egina, discutendo intensamente della scultura di Onatos, vissuto
prima di Fidia, che però viene storpiato in Jonathan, dando così alle loro
chiacchiere un colorito in bilico tra il greco e l´americano, di un tale Karl
Ivanovic, che i suoi propri servi avevano fustigato, di Napoleone III, della
donna che lavora, del mercante Pleskaciov, che aveva fatto morire dodici
operaie e che per questo aveva ricevuto una medaglia con l´iscrizione "Per
servizio reso", del proletariato, di un principe georgiano che aveva
ammazzato la moglie con un colpo di cannone, e (questo interminabilmente)
dell´avvenire della Russia.
«Prendete una
vecchia scarpa scalcagnata» - disse uno dei portavoce di Turgenev - : una
scarpa caduta ormai da un pezzo dal piede di Saint-Simon e di Fourier,
mettetevela rispettosamente sulla testa, esaltatela come una divinità, - «di
far questo i russi sono capaci». Da tutto quel cicaleccio senza nesso e senza
vita, non si poteva raccogliere una sola parola sincera, un solo pensiero
sensato, un solo fatto nuovo. Mentre il protagonista sedeva nel treno che lo
riportava in Russia, «Fumo, fumo» - ripetè alcune volte - «e di colpo tutto gli
parve fumo, tutto, la propria vita, la vita russa, ogni cosa umana,
particolarmente ogni cosa russa. Tutto è fumo e vapore, pensava: sembra che
tutto cambi senza sosta, dappertutto nuove forme, fenomeni che inseguono
fenomeni, ma in sostanza tutto è sempre lo stesso; tutto si affretta, tutto
corre verso qualcosa, e tutto scompare senza lasciar traccia».
Questo libro di
chiacchere, di vapore e fumo è una grande storia d´amore: la più bella di
Turgenev, che possiamo mettere vicino a quella di Anna Karenina. Nella prima
giovinezza, Litvinov, il protagonista di Fumo, aveva conosciuto Irina, una
ragazza che apparteneva alla famiglia principesca decaduta degli Osinin. I
lineamenti del viso di Irina, di una regolarità fine e quasi ricercata, non
avevano ancora smarrito quell´espressione ingenua che è propria della prima
adolescenza: ma nelle lente curve del suo collo leggiadro, nel suo sorriso
distratto e un po´ stanco, si rivelava qualcosa d´inquieto, capriccioso e
appassionato, qualcosa di pericoloso per gli altri e per lei. Gli occhi, color
grigio-cupo con riflessi verdi, languidi, lunghi come quelli delle divinità
egizie, avevano ciglia raggianti e sopracciglia ardite. Intenti e pensierosi,
sembravano guardare da una misteriosa profondità e lontananza. A volte, Irina
era isterica: a volte lampeggiava di gioia; o corteggiava l´invisibile.
Litvinov si era innamorato di un amore assoluto. Irina lo aveva completamente
conquistato: anzi era stato lui ad arrendersi a lei di buon grado. Era caduto
in un vortice: si era smarrito. Provava paura e dolcezza. Il suo sangue
bruciava, e una sola cosa sapeva: andare dietro a lei, e con lei, avanti, senza
fine, a qualsiasi costo.
Poi Irina era
scomparsa a Pietroburgo, non sappiamo se seguendo il suo destino, o inseguendo
un sogno di ricchezza. Litvinov era caduto nella desolazione: ma l´amore per la
cugina Tatiana, una donna semplice e luminosa, l´aveva fatto rinascere. Ora, a
Baden-Baden, Litvinov rivede Irina, trasformata nella ricca e mondanissima
moglie di un generale non amato. In Litvinov compare un sentimento forte, dolce
e cattivo: un oscuro ospite si introduce nel suo cuore e l´occupa, e si sdraia
tacitamente, come il padrone di una nuova casa.
Con i suoi occhi
profondi e raggianti e un sorriso dolce e divertito, Irina lo guarda diritto e
fisso nel volto. Il suo viso esprime paura e gioia, e una specie di beata
prostrazione ed angoscia. Sussurra; e nel suo sussurro impetuoso c´è qualcosa
di doloroso e di implorante. Litvinov ed Irina si contemplano con attenzione,
come se ognuno di essi desiderasse penetrare più profondamente nell´animo
dell´altro, più profondamente e più lontano di ciò che può raggiungere e
svelare la parola. Si rivedono più volte: l´amore giovanile rinasce; e
vorrebbero fuggire insieme, dimenticando Baden-Baden, Tatiana e il mondo. Ma,
nel momento estremo, Irina riconosce di non poter fuggire: ha bisogno di quella
società che detesta: l´amore assoluto, nel quale crede, non è fatto per lei; e
quando Litvinov sale sul treno che lo riporta in Russia, Irina resta sul
marciapiede della stazione, avviluppata nello scialle della cameriera, i
capelli in disordine e gli occhi offuscati. Mentre esita, un fischio acuto
echeggia, il treno si muove, e Irina cade barcollando su una panchina.
Litvinov torna
in Russia: intraprende con pazienza un lavoro agricolo, e di nuovo si muove e
agisce tra i vivi come un uomo vivo. Dopo tre anni, rivede il sorriso luminoso
di Tatiana: si getta ai suoi piedi e le bacia l´orlo della veste. Come in Padri
e figli (nel caso del giovane amico di Bazarov), si intravede una soluzione
positiva. In Russia, è dunque possibile vivere. Non è necessario inseguire
ideali lontani, nel romanticismo di Rudin, o nel nichilismo di Bazarov, o
nell´amore assoluto e fantastico per Irina, o nel fumo delle chiacchere di Baden-Baden.
C´è la vita quotidiana, e lì si può amare, lavorare, venerare. Questa soluzione
così sobria e modesta, che Turgenev ci propone a bassa voce, la ritroviamo
soltanto nei racconti di Cechov, scritti con una bassa voce, che spesso ricorda
quella di Turgenev.
| 30 Agosto 2010

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