Trovare nel Corano l´Islam dell´amicizia
Le stragi dei cristiani in una cattedrale di Baghdad e nella chiesa copta Al-Qaddissin a Alessandria d´Egitto sono segni non equivocabili, che qualcosa di grave sta succedendo in terre musulmane
Le stragi dei cristiani in una cattedrale di Baghdad e nella
chiesa copta Al-Qaddissin a Alessandria d´Egitto sono segni non equivocabili,
che qualcosa di grave sta succedendo in terre musulmane: la lenta e brutale
estromissione dei cristiani, anche i più refrattari al proselitismo, i più
inseriti nel luogo che abitano, non molto diversa dalla cacciata degli ebrei
dai paesi arabi dopo il ´48. Non importa, qui, chiedersi come mai quella
cacciata scosse l´Europa meno dell´odierna oppressione di cristiani. Forse
perché la martirologia cristiana ha riti consolanti antichi. Forse cominciamo
appena a comprendere la catastrofe che fu la fine dell´impero asburgico, il
nazionalismo identitario e le persecuzioni delle minoranze che essa generò dopo
la prima guerra mondiale. Mentre ancora non comprendiamo, sino in fondo, i
disastri nati dalla caduta dell´impero ottomano: che produsse nazionalismi etnici
e religiosi e fu occasione, per i colonizzatori, di ridisegnare frontiere a
vanvera, di usare i popoli dividendoli o accostandoli senza criterio. È uno dei
motivi per cui quel continente ha Stati spesso falliti. L´ossificazione di
vecchi confini impedisce di ricostruire le istituzioni, l´imperio della legge.
Ma la divisione più grave è quella che colpisce i cuori, che nelle religioni
del Libro sono la sede non dei sentimenti ma della mente, del raziocinio. Tanto
più essenziale è divenuto capire l´Islam: perché è ormai la seconda religione
in occidente. Perché il soffrire dei cristiani nei Paesi musulmani assume
proporzioni calamitose. Perché col tempo non cresce negli uni e negli altri
l´unica dote che salvi: il sapere, il conoscersi reciproco. Questo degrado s´è
esteso quando l´Islam è entrato, brutale, nella vita d´Occidente dopo l´11
settembre 2001.
Fu allora che molti, ansiosi di compiacersi più che di sapere, corsero a cercar
lumi in saggi che descrivevano, in particolare, la disfatta dell´Islam (i libri
di Bernard Lewis, di Samuel Huntington, lo stesso testo ben più antico
dell´imperatore Paleologo citato nel 2006 a Ratisbona da Benedetto XVI). I più
ispirati erano forse quelli che si chinavano su letteratura o testi originali:
si pensi, in Italia, all´erudizione di Pietro Citati, o alla sapienza indagata
da Sabino Chialà, monaco di Bose, o alla precisione con cui è stato riproposto
il Corano, nel 2010 per Mondadori, dal curatore Alberto Ventura e dalla
traduttrice Ida Zilio-Grandi.
Ma per scrutare un grande monoteismo è al testo base che urge tornare: al
Corano, anche se tante sono le prescrizioni che vengono abrogate man mano che
il Libro si snoda, provocando perenni conflitti d´interpretazione. Dobbiamo
cominciare seriamente a leggerlo noi e forse anche i musulmani, che a volte lo
dimenticano come i cristiani o gli ebrei sovente dimenticano i propri Libri.
Usiamo pensare, ad esempio, che nell´Islam non esistano la misericordia, la
pietà, l´aiuto agli ultimi, il perdono. Non è vero, soprattutto quando in
questione è la giustizia uguale per tutti. Certo, una separazione fra legge di
Dio e leggi laiche è ardua nell´Islam, ma costantemente, nel Corano, la
giustizia è definita «la cosa più prossima alla pietà». Nella sura 4:135 si
intima: «Agite con ferma giustizia quando testimoniate davanti a Dio, anche se
è contro voi stessi o contro i vostri genitori o contro i vostri parenti, siano
essi poveri o ricchi, agli uni e agli altri Dio è più vicino di voi, dunque non
seguite le passioni che vi fanno errare dalla rettitudine». Dio ordina di non
seguire neppure l´impulso opposto, odiando gli avversari: «L´odio che nutrite
contro un popolo miscredente non vi induca a essere ingiusti». Uccidere in
assenza di premesse (la presenza di un assassino, un corruttore della terra) «è
come uccidere l´intera umanità». Incolpevoli, nei preganti di Baghdad e
Alessandria è stata uccisa, secondo la sura 5:32, l´intera umanità.
Anche se col passare dei secoli si dilatò nell´Islam la diffidenza verso ebrei
e cristiani (non a causa della fede delle genti del Libro, non per l´aderenza
alle loro Scritture, giudicate antesignane del Corano), il rispetto è grande
perché il Dio è unico (Allah è traduzione del nome di Dio, tendiamo a
scordarlo). L´accusa, risentita, non è di adempiere le Scritture, tutte e tre
sacre, ma di adulterarle e credersi figli di Dio «più degli altri uomini»
(5:18). Rigettate sono le idolatrie, le passioni incontrollate. L´uso della
ragione (nel Corano discernimento, perspicacia) è intenso nell´Islam.
Illuminanti a questo proposito i detti islamici di Gesù, raccolti da Chialà per
l´edizione Lorenzo Valla (2009). Vorremmo citarne qualcuno. «Inguaribile è lo
stupido, come sabbia dalla quale niente germoglia». Gesù ammette di aver
guarito il lebbroso e il cieco nato: invece «ho curato lo stupido, ma mi ha
spossato» (362). E prima ancora, nel detto 303: «Non mi è stato impossibile
riportare in vita i morti, ma mi è stato impossibile guarire lo stupido». Rumi
racconta che Gesù fuggiva a gambe levate, se incontrava uno stupido. Stupido
perché del tutto privo di discernimento, di giustizia, è il massacro dei
cristiani d´Iraq e Egitto. Tanti morti, e Cristo dipinto imbrattato di sangue a
Alessandria: con quale risultato? Con quale giardino radioso in vista, per il giorno
in cui morte ti coglie? Gli stessi musulmani alessandrini sono sgomenti, e si
offrono di presidiare loro le chiese.
Il Corano è contrario agli anatemi, alle scomuniche: il giudizio di miscredenza
viene solo da Dio. La gentilezza ha uno spazio ampio nel Libro, così come vasto
spazio è dedicato alle donne, che hanno meno diritti ma sono pur sempre
soggetti giuridici («Può darsi che voi disprezziate qualcosa in cui Dio ha
posto un bene grande», sura 4:19). Quanto agli anatemi, la sura 2:256 è chiara:
«Non c´è costrizione nella fede». Nella storia dell´Islam non potrebbero
esistere conversioni forzate.
Che cosa guida allora, se non stupidità, ignoranza, e una vendetta
ripetutamente scoraggiata dal Libro, la mano degli assassini o la mente degli
indifferenti musulmani che sì malamente accolgono le condanne di Benedetto XVI,
considerandole empie interferenze? Sembra guidarli l´incapacità radicale di
mettere faccia a faccia fede e ragione, non a discapito l´una dell´altra. Un
grande poeta dell´XI secolo, Abu L-Ala Al-Ma´arri, divideva la terra in «due
sorti di persone: quelle che hanno la ragione senza religione, e quelle che
hanno la religione e mancano di ragione».
Mille anni sono passati da allora, e ancor più dalla stesura del Corano: terzo
grandioso tentativo monoteista di ingentilire la storta e cupa umanità.
L´ultimo decennio di violenze, invece di stordire ancor più le menti, può esser
l´occasione di tentare una memoria meno ostruita, un sapere meno trasandato.
Dieci anni sono poco per iniziare a capire, e ognuno deve fare lo sforzo
partendo da sé, perché le memorie comuni sono spesso una truffa, come accade in
Italia attorno alla Resistenza. È un compito alto, difficile: per noi e anche
per i musulmani. Nessuno è sconfitto, se si rimette a pensare.
Il Corano non pretende cose impossibili dall´uomo («è una religione facile»,
diceva Muhammad), ma è severo quando parla di giustizia, pietà, ragione. Il
sincretismo, oltre a non essere auspicato, è impossibile perché troppe sono le
soperchierie che gli uni hanno fatto agli altri. Anche in religione, come in
politica, dovrebbe esserci quella riconciliazione che memore del passato
costruisca un futuro diverso. Gli arabi e persiani fra loro, gli arabi e gli
ebrei in guerra continua, non hanno ancora prodotto (se si escludono, agli
esordi dello Stato d´Israele, figure come Hannah Arendt o Judah Magnes),
persone capaci di condividere un futuro storico, una federazione laica di etnie
e religioni diverse, evitando i tranelli minimalisti della memoria condivisa.

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