Tra Salvemini e Bobbio, ho incontrato una generazione di pensatori che ti trascinava nella storia
L’Italia vista dalle minoranze
«Il Sud è stato il mio primo amore», dice Goffredo Fofi seduto nella piccola
redazione dello Straniero dietro piazza del Popolo. «Ogni tanto mi prudono le
piante dei piedi, vuol dire che devo scendere a Palermo». Più che un
intellettuale («detesto quella parola»), una "redazione" in vagone
letto, irrequieto e fremente, ieri a Trieste oggi a Roma domani a Matera, «perché
io so lavorare solo così», senza fissa dimora, bastone e zaino in spalla,
maestro di tanti, testimone di nozze di quasi altrettanti, inarrestabile
inventore di riviste.
Fofi, come ha scoperto il Sud?
«Come molti della mia generazione. A 14 anni lessi Cristo s´è fermato a Eboli, poi su Cinema Nuovo di Aristarco vidi
un fotoservizio di Enzo Sellerio dedicato alla Sicilia di Dolci. Dopo il
diploma di maestro, nel 1955, da Gubbio decisi di scendere da Danilo.
All´appuntamento mi accompagnò mio padre, un contadino umbro con la terza
elementare: essendo di fede socialista non batté ciglio e mi lasciò andare».
I disoccupati di Partinico e i bambini di Cortile Cascino, quasi Terzo Mondo.
«Per me la scoperta di un mondo tragico, il Sud raccontato da Levi ma anche dal
neorealismo di Germi. Partecipai allo "sciopero alla rovescia" dei
disoccupati: erano in gran parte poveri cristi della Banda Giuliano che
uscivano dal carcere. Vidi bambini che languivano nella misera. Una notte mi
chiamarono nella baracca d´una ragazzina uccisa dalla fame. Partecipai alla
veglia funebre, quando all´improvviso ne sentimmo esplodere la pancia rigonfia.
Avevo 19 anni».
Un´Italia contadina molto diversa da
quella in cui era nato.
«La mezzadria umbra era un sistema ancora medievale, però di fame non si
moriva. Molti anni più tardi, parlando con Buñuel, gli dissi che quel che avevo
visto nel Sud d´Italia era perfino peggio rispetto a Los Olvivados, girato in
Messico. Lui non ci voleva credere».
Lei è molto critico con Pasolini, accusato di idealizzare la povertà.
«Pasolini enfatizzava l´Italia arcaica, ma sbagliava. Anni fa portai a Gubbio
una coppia di intellettuali milanesi. C´era ancora mia madre, appena tornata
dalla Francia dove i miei genitori erano emigrati: lei faceva la stiratrice,
mio padre il gruista. I giovani amici le chiedevano entusiasti di evocare un
passato incontaminato, lei felice li assecondava, quando all´improvviso
s´incupì: "Oh ragazzi, io dirò sempre una preghiera per quello che s´è
inventato il cesso dentro casa"».
Da dove nasceva la sua vocazione
missionaria?
«Eravamo in tanti, allora. All´inizio c´era forse un po´ di velleitarismo, poi
venivi coinvolto in una rete sociale e intellettuale molto forte. Grazie a
Danilo, ho avuto la possibilità di essere accolto dalle famiglie Calogero e
Gobetti, di stringere la mano a Parri, di incontrare Salvemini, di diventare
amico di Capitini, Bobbio e Venturi. È come essere trascinati nella storia.
Tutte le volte che ho avuto la tentazione di tenermene fuori - penso alle successive
offerte mirabolanti del mercato editoriale - interveniva questo super-io
collettivo di personalità reali, insieme alle facce degli uomini e delle donne
che aiutavo».
Salvemini cosa le disse?
«Lo andai a trovare a Capo di Sorrento. Lui era un monumento, io un ragazzino.
Mi chiese di Dolci e della Sicilia, poi amabilmente mi liquidò. Era seduto in
una grande terrazza, da un lato una pila di carte e dall´altra una bacinella
d´acqua nella quale intingeva un fazzoletto per poi strizzarlo con cura e metterselo
in testa. Uno ha l´occasione di conoscere Salvemini, poi ne ricorda queste cose
stupide».
Un gesto semplice, come forse erano quei
personaggi.
«Ha presente la teoria dei sei gradi di separazione? Le minoranze di cui ho
fatto parte erano molto privilegiate. Attraverso Lanza De Vasto, un
aristocratico fiorentino che aveva lavorato in India, ero a un solo grado di
separazione da Gandhi. E con il tramite di Nicola Chiaromonte ero collegato ad
Hannah Arendt e Camus. Se penso all´attuale mondo politico e intellettuale
italiano, rimango sbalordito: ai ragazzi manca questo rapporto con la storia».
Perché con Dolci non funzionò?
«Danilo era eccezionale, ma come tanti altri fu travolto dal miracolo
economico. Reggere rispetto ai nuovi tempi era difficile. Nel dopoguerra era
forte l´idea di costruire una comunità nazionale: con il boom l´accento passò
sulla parola sviluppo».
Però nel 1960 lei ci riprovò in Calabria,
insieme alla "strana gente" ritratta in suo diario di quegli anni.
«Lì però alle spalle avevamo Manlio Rossi Doria e Gilberto Marselli, grande
sociologo agrario. Volevamo fare le stesse cose che aveva fatto Danilo, ma
meglio, dunque con un progetto inserito nel mercato. Si trattava di aiutare una
comunità a crescere e cambiare».
Una goccia d´acqua in un oceano. Ernesto Rossi non vi risparmiò scetticismo.
«Aveva ragione lui. In realtà anche noi non riuscivamo a stare dentro la
mutazione. Su suggerimento di Renato Panzieri, mi trasferii a Torino: i
contadini meridionali li osservavo all´interno delle fabbriche del Nord».
Da quel diario affiora un singolare
rapporto con le donne: molto ammirate e molto temute.
«Me lo fece notare Adriano Sofri. Io credo di avere imparato enormemente dalle
donne - tutte figure straordinarie, da Ada Gobetti ad Angela Zucconi, da
Gisella de Juvalta a Gigliola Venturi. Ma nel rapporto con loro ero
condizionato da una cultura profondamente maschilista. Distinguevo tra le mamme
o le maestre o le leader e le donne sessualmente impegnative: delle prime non
avevo paura, delle altre sì».
Scriveva allora nel diario: «Dovrei essere più umile, cortese con tutti, non
ironico e sprezzante».
Quanto ancora si
riconosce in quel ritratto?
«Mah, negli anni intorno al Sessantotto diventai spietato e ringhioso,
rinnegando anche l´ispirazione non violenta del mio maestro Capitini. Oggi mi
pento abbastanza, ma non dei giudizi di fondo - se vado a rileggermi le
stroncature dei film italiani credo che avessi ragione - ma della mia
aggressività: ci mettevo qualcosa di sporco, di cui un po´ mi vergogno».
Nel 1972 tornò a Napoli.
«A Milano il clima era pessimo, io stavo male per le tensioni interne al
movimento, e per le tensioni con la polizia. Lotta Continua era il meno peggio,
ma anche loro non scherzavano. C´era di tutto, anche la feccia. Poi non
sopportavo la veste pubblica che mi avevano cucito addosso, il feroce critico
dei Quaderni Piacentini. Decisi di ricominciare da Napoli. Se fossi un
dittatore illuminato, imporrei a tutti una sola cosa: ogni 25 anni cambiare
identità, nome e cognome».
A Montesanto fondaste la mensa proletaria
per i bambini.
«Sì, ti prendevano in giro perché andavi a pulire il sedere ai bambini anziché
sparare contro la polizia. Per me fu un´esperienza bellissima. Vincemmo un
processo contro Valentino, che faceva lavorare le ragazzine di Portici: la
colla era micidiale e rimanevano paralizzate per mesi».
Ai margini della mensa ha visto nascere i
Nap.
«Sì, percepivo qualcosa, ma ero in una condizione di impotenza
ipernevrotizzante. Interruppi la corrispondenza con i carcerati del Malaspina
quando mi accorsi che erano stati circuiti da giri che non mi piacevano. Uno
dei nostri ragazzi, Sergio Romeo, è morto mentre svaligiava una banca».
Nel 1977 finì quell´esperienza e lei
tornò al Nord. Ma cosa c´è dietro questa sua irrequietezza?
«Potrei rispondere con Petrolini: "a me, m´ha rovinato la guerra…". A
Gubbio i tedeschi ammazzarono per rappresaglia 40 persone, tra le quali vidi
morire il genitore d´un mio compagno. Poco dopo mio padre mi condusse a Roma,
alle Fosse Ardeatine: le file di bare allo scoperto, il pianto dei famigliari.
Quelle visioni hanno lasciato un segno. Domande, paure, anche angosce. Le mie
nevrosi sono nate allora, insieme al bisogno di stare con le persone,
concretamente».
Gottifredi di Populonia, la chiamava
Cases.
«Ah, vabbé».
Lei s´è donato a una comunità, ma non a una persona. Ha fatto da testimone di
nozze a moltissimi, ma non ha voluto un legame stabile.
«Mah, mi circonda questa fama paternalistica che un po´ mi rompe. Quanto a me,
ho sempre evitato storie sentimentali che potessero isolarmi. Ma oggi questi
discorsi non contano più, la pace dei sensi è una gran bella cosa».
Se domani mattina potesse fare una
telefonata a un amico che non c´è più?
«Mario Monicelli. Dopo le elezioni ne ho scorto una foto su un libro e mi è
venuto quasi da piangere. Negli ultimi tempi era disperato: gli italiani sono
diventati un popolo di rincoglioniti - diceva - di anestetizzati, com´è
possibile? Doveva aspettare qualche mese di più».
Repubblica 4.7.11

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