Torniamo a litigare sui bambini
E’ il mercato che educa i bambini, con la correità degli adulti.
Non è da adesso che ce la cantiamo con lo slogan «il futuro sono i bambini», «la speranza del mondo sono i bambini». Non credo ci sia ipocrisia più grande. Dei bambini come futuro, a questo nostro presente non sembra che importi affatto. E d’altronde, se è da tempo che lo slogan corre, si può constatare molto facilmente come sia bugiardo: forse che il mondo è migliorato man mano che i bambini degli anni passati diventavano adulti? Anche le scuole e le famiglie e le società e le istituzioni migliori del mondo, in fatto di educazione dell’infanzia, hanno dovuto verificare come, una volta adulti, quei bambini allevati nei modi migliori finivano per accettare un mondo che invece di migliorare andava peggiorando, e farsi da adulti non meno egoisti o feroci dei loro nonni e genitori. (Irriterò molti, ma forse gli adulti emiliani, cresciuti da bambini in asili e scuole modello, sono davvero migliori di quelli brianzoli, o veneti, o calabresi, o siciliani?) Il corso della storia non è retto dai bravi educatori, ma continua a esserlo dall’economia e dalla finanza, dagli interessi dei potenti e delle nazioni.
In passato mi sono occupato molto di bambini, e quelli che mi hanno visto
all’opera e che sono ancora vivi dicono che ci sapessi fare, soprattutto a
gestirne tanti tutti in un volta secondo capacità e “astuzie” (soprattutto la
padronanza di molti giochi di gruppo o… di massa) apprese tra i bambini più
poveri d’Italia o nei corsi dei Movimenti educativi degli anni cinquanta. Di
quegli anni mi è rimasto il rimorso di non essermi più occupato di bambini e la
nostalgia del lavoro con loro, con molti bambini insieme, perché è questo
quanto di più bello mi sia capitato di provare nella vita. I bambini, finché
non li si addormenta e corrompe, danno energia, rigenerano e soprattutto
istruiscono, la loro meraviglia ci pone di nuovo, se sappiamo ascoltarli, di
fronte alla meraviglia del mondo, ci costringe a ripensare alle possibilità,
alle potenzialità del mondo. Erano quelli anni molto diversi da questi, anni di
“ricostruzione” e di proposta attiva e sperimentale di novità, in tutta la
società. La nostra era infatti una società molto viva, entrata da poco nella
democrazia, un “sistema” che ci appariva pieno di possibili aperture per la
certezza che avevamo in tanti, tanti-tantissimi, che, nonostante la guerra
fredda, nonostante fame e ingiustizie, ciascuno potesse contribuire al
cambiamento in meglio del mondo - e il problema era, semmai, quello dei metodi,
degli obiettivi considerati primari e dei modi per raggiungerli.
Dagli anni ottanta in avanti, si ha invece la sensazione che cambiare il mondo sia impossibile, tanto sovrastanti sono le forze che lo governano, e se ci ostiniamo a credere di poter contrastare la corrente (il potere) e salvare qualcosa, contando sulla possibilità di un contagio positivo da singolo a singolo e da gruppo a gruppo, è solo per un forte senso del dovere e per l’antica lezione del «fatti non foste a viver come bruti» ma per seguire le due strade della “virtù” e della “conoscenza”.
Il mondo dell’infanzia è radicalmente mutato, come tutto è mutato. Ma
soprattutto è cresciuta la solitudine dell’infanzia. Non si ha più voglia di
polemizzare ancora con la normale acquiescenza del “ceto pedagogico” nei
confronti della pedagogia ufficiale, quella dei pessimi ministri alla pubblica
istruzione e alla cultura che abbiamo avuto e che abbiamo o dei pedagogisti di
scuola, diciamo così, emiliana, e il loro neo-fordismo, il loro inseguimento di
modernizzazioni di facciata, la loro presunta ancora di salvezza delle “leggi
del mercato”. Tutti travolti, loro e le famiglie, da mutazioni che appaiono
incontrollabili, e tutti complici e tutti vittime, anche se malgrado. Si è
obbligati a constatare con angoscia come dei bambini, di cui tutti parlano e
cui tutti pensano, importa veramente solo al mercato, e che è il mercato a
educarli con la correità degli adulti. Ciò nonostante, siccome continua a
essere vero se non altro biologicamente, cronologicamente che i bambini sono il futuro, finché futuro ci sarà,
sarebbe opportuno tornare a parlare della loro condizione con strumenti
adeguati, di inchiesta e di verifica, e non solo con le ciarle degli psicologi
e di tutti quegli altri “educatori”, il cui compito precipuo sembra quello - pubblicitari
e guru, preti e maestri, baroni e giornalisti - di abituarci all’accettazione
del presente come che sia, mettendo in discussione solo le sue apparenze e mai
le sue sostanze. Sull’infanzia, il discorso deve continuare ed è anzi opportuno
litigare di brutto.
http://www.unita.it 17 gennaio 2010

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