Testamento biologico si va indietro di 40 anni
La dura posizione dell'oncologo sul disegno di legge sul testamento biologico in discussione al Senato
«L’Italia rischia di fare un salto indietro di 40 anni». Anche se l’eleganza dei modi è la stessa di sempre, le parole tradiscono la rabbia di Umberto Veronesi per il disegno di legge in discussione al Senato sul testamento biologico. «Dal punto di vista etico torneremmo agli anni 70, quando negli Usa nacque la bioetica. Pochi sanno che il termine indica una linea etica per porre dei confini all’intervento sempre più esteso della medicina sulla vita dell’uomo, anche dopo la fine naturale. Oggi pare che si passi un colpo di spugna su tutto questo».
Professore, è chiaro il discorso sui principi. Ma
perché giudica incostituzionale il disegno di legge il cui relatore è Raffaele
Calabrò del Pdl?
«Perché la legge non ammette la possibilità di rifiutare idratazione e
nutrizione artificiale. Ma poiché questi trattamenti di sostegno sono le
condizioni necessarie per mantenere artificialmente in vita un corpo in stato
vegetativo permanente, di fatto si impedisce di rifiutare la vita artificiale.
Sarebbe un tragico paradosso».
Perché?
«Perché il testamento biologico nasce proprio per poter scegliere autonomamente
se rimanere in una vita artificiale irreversibile. Se la legge passasse, la
vita artificiale sarebbe imposta per legge. Mentre la Costituzione
stabilisce che nessuno possa essere obbligato a un determinato trattamento e
che la libertà personale è inviolabile e non è ammessa alcuna forma di
restrizione. Insomma, accettare o rifiutare un trattamento è uno dei diritti
fondamentali della persona».
Oltre agli aspetti giuridici, che conseguenze ci
sarebbero per i cittadini?
«Vedrebbero violata la loro libertà di autodeterminazione: sarebbe un
precedente pericoloso, un segnale grave per la salvaguardia di uno stato
democratico, a cui la gente, credo, reagirebbe».
Quali sono gli altri punti che lei rifiuta?
«Trovo assurda la definizione di accanimento terapeutico. Il termine è un
ossimoro: accanirsi è un atto violento, curare è un gesto d'amore. E' dunque
una definizione impropria che esiste solo in italiano. Guardi, ho assistito a
infinite discussioni fra medici per ogni paziente per cui occorreva decidere.
Quando i medici sono incapaci di arrivare a una risposta univoca, l'unico
criterio che vale è la volontà del paziente. Tanto più che il Codice
deontologico stabilisce che il medico non possa imporre nessun trattamento al
paziente contro la sua volontà».
Quindi è vero che già oggi è possibile rifiutare
l'alimentazione forzata?
«E' verissimo. Però è un'assurdità che una persona possa deciderlo fintanto
che è cosciente, ma non lo possa più fare se perde la sua capacità di
esprimersi. La legge sul testamento biologico tutelerebbe proprio la volontà
espressa in condizioni di lucidità. Oltre alla Costituzione e al codice
deontologico, c’è anche la convenzione internazionale di Oviedo in base alla
quale il testamento biologico sarebbe già da ritenere valido in Italia».
«Dopo la paura di morire, ora c'è la paura di vivere all'infinito come un
vegetale». Sono parole sue.Non crede che siano eccessive?
«Assolutamente no. La gente desidera morire di morte naturale, quando il suo
ciclo biologico si esaurisce, ed è terrorizzata dall'invasione della medicina
tecnologica nella propria esistenza».
Che cosa risponde a chi sostiene che con le sue
proposte si aprirebbe la strada all'eutanasia in Italia?
«Che testamento biologico ed eutanasia sono concettualmente all'opposto».
Se il testo Calabrò venisse approvato, quale
scenario immagina? Altri casi Eluana sarebbero possibili?
«Immagino che nessuno farebbe il testamento biologico. Non essendo obbligatorio,
chi è a favore lo riterrebbe in questa formula inutile. Inoltre la legge
prevede una trafila di carte e scadenze burocratiche che scoraggerebbe
chiunque. Scientificamente e dal punto di vista del ruolo del medico non cambia
nulla che ci sia o meno perché non è vincolante. Dunque tutto rimarrebbe
esattamente come è ora e altri casi Eluana sarebbero inevitabili».
La proposta Calabrò è appoggiata anche da 9 senatori
del Pd. Si sente in difficoltà lei che è stato eletto in quello stesso
schieramento?
«No, sarebbe meglio arrivare a una posizione unica per dare un segnale
di coesione intellettuale, ma è anche giusto che ci sia libertà di pensiero
all'interno del partito. Su questi temi, però, bisognerebbe andare oltre le
logiche di partito per appellarsi alla coscienza dei parlamentari di ogni
schieramento».
La Stampa 29-01-2009

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