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Teoria in cerca di exit strategy

Non sempre i discorsi dei liberisti di scuole alternative - o degli interventisti - sono davvero così diversi: le differenze tra le proposte, sono di grado, non di natura.

 

 

Era un sogno. La scienza economica - una parte, almeno - ha accarezzato per anni l'illusione di avere un unico metodo. Capace magari di sostenere, di volta in volta, questa o quella scelta politica. Come se fosse davvero possibile, in una controversia, sedersi di fronte ai nostri abachi elettronici e calcolare.
La polifonia delle scuole economiche non si è mai trasformata in monodia e forse non poteva. A dividere gli economisti c'è sempre stata una faglia importante: quella tra chi ritiene utile avere come stella polare un'idea astratta di mercato, privo di moneta, che tende quasi sempre all'equilibrio - tenendola in tensione con la realtà disordinata degli scambi, dei prestiti e soprattutto del lavoro - e chi pensa che sia meglio credere che quell'equilibrio non si raggiunga mai, per l'incertezza della realtà, per il ruolo travolgente del denaro, per la natura dei mercati o le diseguaglianze sociali.
Alla scuola dell'equilibrio appartiene la grande corrente ortodossa, quella della sintesi neoclassica. È lei che ha alimentato il sogno di un metodo unico e infatti in essa convivono posizioni liberiste e interventiste. Disegna un mondo un po' irreale, dove famiglie e imprese massimizzano utilità e profitti e il denaro è un "velo" ininfluente nel lungo periodo. Su queste basi, con tanta matematica, prova allora ad assorbire intuizioni delle altre scuole. Con Michael Woodford l'approccio ha così raccolto anche la sfida della nuova macroeconomia classica, erede del monetarismo, attenta alla microeconomia, e da sempre scettica sulla politica economica che "mangia se stessa". La distinzione tra le due scuole è ora molto labile, ed entrambe sono state accomunate dall'incapacità di prevedere e spiegare la crisi.
Qualcun altro, invece, l'aveva vista: e non sorprende che sia tra coloro che considerano "naturale" lo squilibrio. Gli austriaci innanzitutto, eredi di Ludwig von Mises. Amati dai mercati finanziari, sono ultraliberisti a cui non spaventa riconoscere che il "processo di mercato" non può fermarsi, né che un flusso eccessivo di denaro sia dirompente. Imprigionata in un aristocratico manierismo privo di matematica, avversaria delle regole, la scuola ama due istituzioni che delle norme hanno però bisogno: le corporations, quasi impossibili senza responsabilità limitata, e la riserva bancaria al 100 per cento.

Hanno visto arrivare la recessione anche gli economisti della galassia postkeynesiana, soprattutto quelli legati all'altro nume nascosto di Wall Street, Hyman Minsky. Conservando l'enfasi sulla piena occupazione, irraggiungibile spontaneamente, sono interventisti al punto, a volte, da dimenticare i danni del debito pubblico. Rifiutano l'approccio della massimizzazione e sono attenti al ruolo della moneta. Vicini a essi sono anche gli ultimi eredi del marxismo (più che di Marx, condannato a restare ancora un monumento), concentrati sui conflitti sociali e affannati nella ricerca di un'ortodossia; e la promessa mancata della scuola di Piero Sraffa, raffinata, adattabile a tanti assetti istituzionali, concentrata però sul lungo periodo e un po' disattenta al ruolo della moneta. Solo per lei la crisi non è stata l'occasione per far risentire la sua voce.
Quante tribù... In concreto sono spesso le scelte e i preconcetti politici a dividerle davvero. Non sempre i discorsi dei liberisti di scuole alternative - o degli interventisti - sono davvero così diversi: le differenze tra le proposte - troppe volte "one-size-fits-all", "a taglia unica" - sono di grado, non di natura. E il cittadino che cerca consiglio (e magari lavoro) si ritrova a pensare, un po' sconsolato, che la realtà è molto più complessa della loro filosofia.


http://www.ilsole24ore.com 14 luglio 2010

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