Sovranità in divenire
L'Italia è da sempre un paese a sovranità limitata.
Nella consolidata coppia tra costituzione materiale e formale, la realtà italiana ha conosciuto al pari degli altri paesi europei un progressivo slittamento verso un autoritarismo bonapartista che sta cancellando le norme e i diritti sociali conquistati nel passato
L'invito a riflettere dal punto di vista istituzionale sul «caso Italia» sembra presupporre una certa eccezionalità della nostra esperienza. Ritengo che tale eccezionalità non posa essere assunta ma vada dimostrata inquadrando il modello Italiano in un contresto storico e comparativo ampio. Da anni ormai la cultura giuridica e politica si è abituata a distinguere le istituzioni formali da quelle informali, utilizzando una varietà di concetti dal «pluralismo giuridico» alla «costituzione materiale». Si tratta di un «ideario» che se da un lato scardina il formalismo consentendo di cogliere le istituzioni nella loro vita reale, dall'altra può legittimare, promuovendoli culturalmente, quegli aspetti di «extra-legalità» diffusi e radicata su cui ha attirato la sua attenzione di recente Luciano Gallino.
Il sistema istituzionale Italiano è caratterizzato da due aspetti: a) un fenomeno continuativo di prevalenza delle istituzioni informali su quelle formali e che fra le prime, ben più che fra le seconde, si sia verificata una drammatica discontinuità spiegabile soltanto in prospettiva globale; b) un sostanziale e continuativo fenomeno di sovranità limitata, capace di conquistare anche gli aspetti formali degli asetti istituzionali.
Dalla costituzione al Muro di Berlino
L'analisi storica potrebbe spingersi più indietro, ma partire dal dopoguerra è sufficiente per dare concretezza alle riflessioni che qui propongo. I partiti politici per tutta la fase della cosiddetta prima repubblica dominano la scena «informale». Laddove la costituzione del 1948 era il prodotto di un compromesso alto fra sinistra, popolari e liberali, la partitocrazia che ne trasforma i contenuti e ne rallenta la realizzazione si articola su due compromessi informali: quello che si presenta sotto le spoglie del «fattore K» per cui il partito comunista «accetta» l'esclusione dalla stanza dei bottoni della politica nazionale in cambio del riconoscimento del suo ruolo egemonico nella cultura e nel sindacato. Speculare al «fattore K» è l'idea dell'«arco costituzionale» per cui i partiti di ispirazione fascista, pur amessi in Parlamento, divengono oggetto di conventio ad excludendum (con la sola brevisima parentesi del sanguinario Governo Tambroni).
La caduta del Muro di Berlino manda in frantumi questo equilibrio. In Italia cadono tanto il «fattore K» quanto l'«arco costituzionale» ed i partiti politici perdono in larghissima misura il potere reale di elaborazione politica e di selezione della classe dirigente a favore del sistema mediatico assurto a vero e proprio apparato ideologico della globalizzazione. È quest'ultimo infatti che costituisce il nuovo sistema istituzionale informale con impatto morfologico non trascurabile sugli stessi comportanmenti dei leaders (ed aspiranti leaders) politici. Nel nuovo sistema la politica è «spettacolo integrato» e il leaderismo bonapartista si impadronisce della costituzione materiale. Tutto ciò non è affatto un fenomeno soltanto italiano ma investe in pieno la concezione elettorale della democrazia a partire dagli Stati Uniti fino allo sperduto Mali, passando per la Thailandia. In Italia la presenza di Berlusconi (ma soprattutto la scelta del bel Rutelli rispetto al primo ministro uscente Giuliano Amato) rende semplicemente il tutto più fastidioso e volgare a partire dal 1994.
Una sovranità in gabbia
L'Italia è da sempre un paese a sovranità limitata. La limitazione gioca a sua volta un ruolo tanto sulle istituzioni informali quanto su quelle formali. Non era immaginabile che il processo costituente non riflettesse gli accordi di Yalta e soprattutto che gli Stati Uniti rinunciassero ad incassare il credito maturato con la pelosa generosità del Piano Marshall. L'eroe eponimo dell'americanizzazione del sistema istituzionale Italiano è stato Piero Calamandrei. Egli ha saputo dare tutto l'avallo del suo prestigio di maestro del diritto processuale civile (e del diritto anglo-americano) alla più pregnante manifestazione di americanizazione dei sistemi sconfitti - quel controllo di costituzionalità sulle leggi che viene imposto, al termine del seconda guerra mondiale, a Italia, Giappone e Germania Occidentale con diversi mezzi con lo stesso fine. Tale ricezione del modello americano ha reso inattuabile qualsiasi seria ridistribuzione delle ricchezze dal privato al pubblico, e dal ricco al povero (ma non viceversa!) perché la Corte Costituzionale in tutta la sua storia ha sistematicamente dichiarato incostituzionale in quanto lesione della proiprietà privata qualsiasi serio intervento volto alla ridistribuzione sociale della rendita fondiaria. In tempi attuali di globalizzazione la «giurisdizionalizzazione della politica» riveste inoltre una valenza certo non soltanto simbolica nella trasformazione del diritto pubblico a livello globale dove il «dialogo» fra giudici costituzionali sostituisce ogni anelito ad un'effettiva legittimazione democratica.
Ovviamente nella limitazione della sovranità popolare hanno inoltre giocato un ruolo chiave i servizi segreti americani, mentre a «Guerra fredda» finita la messa a regime del «sistema Europa» a partire dal trattato di Maastricht struttura definitivamente la limitazione della sovranità italiana (si rinuncia interamente alla sovranità economica e in modo progressivo anche a quella giuridica) muovendo un nuovo importante passo in direzione anti-democratica (la Commissione e la Corte di Lussemburgo sono gli indiscussi protagonisti di questo processo).
La trinità della globalizzazione
L'Europa veicola infatti le decisioni e le norme del Wto, (con ulteriore giurisdizionalizzazione e riuduzione di sovranità) e gli interessi egemonici statunitensi controllano il sistema «tecnocratico» di Bruxelles (tramite le stesse lobbies attive a Washington), la Nato (che impone spese folli per la nostra inutilissima difesa), il Fondo Monetario Internazionale e diversi altri attori globali che scorazzano a casa nostra (le rating agencies, ad esempio) ricevendo tappeti rossi tanto da destra quanto - e ciò è ben più triste - da tanti eredi del Pci. Anche qui non si tratta di un unicum Italiano. In fondo tutti sanno che fu proprio il Fmi a licenziare Oskar Lafontaine in Germania per far spazio al più fotogenico e «moderno» Gerhard Schroeder nel portare a termine il «capolavoro» di scaricare sui partners europei gran parte dei costi dell'annessione della ex-Rdt. E sappiamo molto bene come tale «socializzazione» sia successivamente avvenuta nel prevalente interesse geopolitico degli Stati Uniti, con le annessioni di alcuni paesi dell'ex-socialismo reale operate dalla «nuova Europa» della cui drammatica crisi quella vecchia (a sua volta in ginocchio) cerca adesso invano di disinteressarsi.
Questi rapidi cenni dovrebbero dimostrare che mentre la Costituzione formale italiana presenta la cifra della democraticità sostanziale, intesa come sforzo verso l'uguaglianza reale («la sovranità appartiene al popolo»), le istituzioni informali hanno sempre presentato la cifra dell'autoritarismo, trasferendo la sovranità popolare dapprima ai partiti e poi alla televisione secondo un copione di progressiva accentuazione oligarchica. Ma proprio il passaggio del «potere materiale» dai partiti alla telecomunicazione con la sua proprompente carica ideologica-spettacolare ha finito per ridurre progressivamente anche il peso del sindacato e della cultura, i settori in cui la sinistra vantava una qualche egemonia stante il compromesso di fondo della costituzione materiale precedente il crollo del Muro di Berlino.
Noi sappiamo che la funzione delle istituzioni non è solo quella di disciplinare un organizzazione politica ma anche quella di educare (civilizzare) gli individui a cui beneficio tale organizzazione è posta. Tradizionalmente in Italia di tale funzione si facevano in gran parte carico non soltanto le scuola e le università ma anche i partiti politici che in questo senso davano vita al disegno sociale previsto dalla Costituzione (formale).
Uno spettacolo chiamato politica
Così, per diversi anni la cifra dell'educazione (civilizzazione) della cittadinanza è stata quella democratica ed egualitaria. Infatti non solo la Costituzione (mai realizzata su questo punto) prevedeva per i partiti forme di organizzazione interna democratica; essa conteneva pure in nuce la trasformazione di un'altra istituzione informale tradizionalmente autoritaria, la famiglia poi riformata in senso democratico e egualitario nel 1975. Senza contare che la costituzione economica, ripudiando il tentativo autoritario di far convergere gli interessi di capitale e lavoro proprio del corporativismo, declinava i tratti di un «governo democratico dell'economia». Quest'ultimo modello sarebbe poi stato sommerso dalle macerie del sindacato militante, ma per una lunga stagione è riuscito a limitare l'autoritarismo padronale esaltato oggi da tanta cultura aziendalistica informata all'efficienza decisionale.
Il trasferimento del potere reale agli apparati mediatici, successivo ai referendum del '92 e alla stagine giustizialista che ha distrutto i partiti politici dell'arco costituzionale, ha travolto questo sistema di valori in gran parte condivisi tanto dalla Democrazia Cristiana quanto dal Partito Comunista. Sono così venuti interamente meno tanto il solidarismo, che affondava le proprie radici nel rifiuto del modello liberale borghese individualista, quanto la sobrietà che, ancorchè per molti versi ipocrita, limitava notevolmente la volgarità opulenta oggi dominante. Ma soprattutto è venuto meno qualsiasi sforzo serio volto alla costruzione anche in Italia di una classe dirigente mossa da passione civile e spirito pubblico. Ed è forse questo l'aspetto più singolare del nostro paese del quale vanno indagate le cause istituzionali profonde.
http://www.ilmanifesto.it - 31.3.09

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