Sono l'anti-Silvio
Il voto in Sardegna. Il conflitto di interessi. Il travaglio del Pd. Il governatore lancia la sua sfida: 'Se vinco dimostrerò che berlusconi si può battere. Come Prodi ha fatto due volte". Colloquio con Renato Soru
Perché le elezioni anticipate?
«Tutto è nato attorno al voto sulla legge urbanistica: c'era chi voleva
rovesciare il governo del territorio di questi anni, e chi voleva tornare alla
stagione di una politica consumata per ricatti. Non sono stato sconfitto dalla
destra, ma da un pezzo della mia maggioranza. Avevano promesso il loro
appoggio, poi all'improvviso qualcuno ha passato l'ordine e hanno cambiato
idea. Si è visto il capogruppo del Pdl attraversare l'aula del consiglio
regionale e confabulare con alcuni consiglieri del Pd. Sa cosa mi ha ricordato?
Ho pensato a quando è caduto il governo Prodi, a quella mortadella sventolata
in Senato. Una cosa gravissima: quel voto è stato un gesto definitivo».
Qual è la sfida che si gioca ora in Sardegna?
«Credo nella politica e nei partiti: ma questi partiti hanno smesso di essere radicati, presenti nella società, luoghi di una densa partecipazione democratica. E si sono ridotti a club di capi e capetti. Non solo è giusto tornare a segnare un confine tra partiti e istituzioni. È urgente, urgentissimo».
In tutta Italia il Pd è dilaniato:
inchieste, arresti, giunte in crisi. Esiste la questione morale?
«Ho visto politici che si fanno eleggere con la sinistra e poi votano con la
destra. O che si fanno nominare nel listino del presidente e poi hanno sempre
un parere diverso da lui, senza mai sentire il dovere di dimettersi. Se non è
questione morale questa, cos'è? Politici così alle elezioni cercano un
lasciapassare. Non c'è nessun legame con chi ti ha votato perché rappresenti un
progetto. Una volta eletto ti senti in diritto di fare quello che ti pare».
Lei come li ha combattuti?
«Ho presentato nel 2004 un programma di governo, sulla cui base abbiamo vinto.
E quando la maggioranza ha smesso di sostenermi me ne sono andato, rimettendomi
al voto dei cittadini».
Per i suoi nemici interni lei è un
personaggio autoritario, non ascolta nessuno e decide da solo.
«Ascoltare, discutere, approfondire, l'ho fatto più di chiunque, lo chieda a
sindacati e imprenditori. Ascolto anche i partiti, certo. Poi però la
responsabilità della decisione è mia, mi guidano la mia coscienza e il patto
con gli elettori. Chi dice questo confonde l'ascoltare con l'obbedire a logiche
che non sono quelle istituzionali».
Nel Pd circola la battuta: "Meglio perdere che rivincere con Soru".
«L'ho sentita anch'io. Per questo chiedo al Pd un segno forte di discontinuità. Non venga ricandidato chi ha più di due legislature. E chi non si riconosce nel programma».
Anche Veltroni deve rompere con i capibastone, come ha fatto lei?
«Non mi permetto di dargli consigli. Con Veltroni ci siamo trovati d'accordo nella scelta di andare al voto, ho molto apprezzato il suo discorso al Circo Massimo quando è stato evidente che il popolo del Pd esiste e vuole essere rappresentato».
Crede ancora nel progetto del Pd? Oppure, come dice D'Alema, l'amalgama non è riuscito?
«Mi sono candidato segretario regionale del Pd, pensi quanto ci ho creduto...».
Ne parla al passato?
«Ci credo ancora! C'è necessità e urgenza della politica. Per questo c'è bisogno di un partito di centrosinistra che rappresenti questi valori. Il Pd è una strada difficile, ma è un percorso senza ritorno. Una traversata nel deserto, come quella di Mosè. Durante la quale è necessario un leader riconosciuto che trascini il popolo smarrito. Se il popolo litiga non va da nessuna parte».
C'è stato qualche errore?
«Forse bisognerebbe mettere più in risalto la continuità con l'esperienza di
Romano Prodi e dell'Ulivo. Quella è la radice più autentica del Pd: la società
civile che si è avvicinata alla politica. Senza, il Pd resta la somma dei soli
partiti originari, spesso con vecchi personaggi che si stavano rassegnando al
rinnovamento e che si sono ritrovati di nuovo alla guida».
E lei, con quali parole d'ordine si
ricandida?
«Con un programma nettamente di centrosinistra. Basato sul bene pubblico:
territorio, sanità, istruzione. La destra vuole privatizzare la sanità, noi
abbiamo rimesso il bilancio a posto e aperto nuovi ospedali, riportato in
Sardegna i detenuti con problemi psichiatrici. Abbiamo aiutato le persone non
autosufficienti come mai era successo, con oltre 20mila progetti
personalizzati, dai 3mila del 2004. Sono assistiti loro e le famiglie,
sollevate finalmente dai costi».
"Liberazione" le ha dedicato
un inserto intitolato "Yes, Ajò": Obama e nuraghe. È diventato
l'idolo della sinistra radicale.
«Perché queste cose dovrebbero essere necessariamente di sinistra? Perché a un
moderato non dovrebbero stare a cuore? Una volta mi hanno attaccato: 'Perché
parli di solidarietà e di ultimi? Sarebbe meglio parlare di welfare'. Forse lo
ritengono poco riformista, come dice chi spesso non ha niente di riformista.
Sono temi di sinistra? Per me sono temi democratici. E ci distinguono dalla
destra».
Si rappresenta come Robin Hood. Ma nella difesa dei suoi interessi non è secondo a nessuno.
«Ho risolto la questione...».
Con la nomina del fiduciario Gabriele
Racugno, che amministrerà Tiscali e 'Unità'. Eppure suo fratello Emanuele è
stato per una settimana nel cda dell''Unità', come Paolo Berlusconi
proprietario del 'Giornale'. Anche lei non sembra molto lineare sul conflitto
di interessi...
«Non c'è paragone possibile tra me e Berlusconi: lui è premier e titolare di
una concessione pubblica per cui è incompatibile, controlla l'intero apparato
mediatico...».
Lei è in politica dal 2004. Perché ha
sentito l'urgenza di risolvere questo problema solo ora?
«Nel 2004 non sentivo il problema di un conflitto di interessi. Tiscali non
aveva concessioni regionali né finanziamenti pubblici. Per qualche tempo ho
pensato bastasse non intervenire nella mia società. Ma ho chiesto a Guido Rossi
di aiutarci a scrivere una legge regionale sul conflitto di interessi. Ora
quella legge c'è. Non ancora imperativa, ma ho fatto come se già lo fosse.
Berlusconi risolve il problema uscendo dal Consiglio dei ministri, io ho tolto
il mio nome dal libro soci, c'è quello del fiduciario. Le azioni sono
totalmente nella sua disponibilità, ci siamo impegnati a non scambiarci
informazioni e direttive. È come se avessi intestato la mia casa e i miei
risparmi a un altro: quanti farebbero lo stesso?».
Sarà. Ma la scrittrice sarda Michela
Murgia la definisce un "Berlusconi esteticamente sostenibile". Con i
soldi e la stessa ambizione di sostituire i vecchi partiti dell'originale.
«Io di Berlusconi mi sento diametralmente l'opposto».
Quando vi siete incontrati la prima
volta?
«Al Quirinale anni fa, durante un ricevimento per re Juan Carlos. Per la Sardegna non ha mai fatto
niente. Una volta mi disse: "Alla regione ho regalato tre musei: quello
del cactus, del fico d'india e del rododendro, quando li viene a vedere?".
Gli ho risposto che avrei preferito che prendesse la residenza fiscale da noi.
Vorrei anche che trovasse il tempo di una visita in regione: in cinque anni mai
un incontro nella casa di tutti i sardi».
Che scontro sarà con Ugo Cappellacci?
«Si presenta come nuovo, ma non lo è. È stato assessore nella giunta di
centrodestra che aveva accumulato in un anno un deficit record di un miliardo e
300 milioni di euro. Non conosce la Sardegna. Sarà uno scontro Soru-Berlusconi per
interposta persona. Quando ho vinto la prima volta, il governo Berlusconi era
già in crisi. Ora c'è Berlusconi trionfante che pensa di potersi prendere la Sardegna. "Faccio
sapere ai sardi che noi ci occupiamo amorevolmente dei problemi della loro
isola". Sa di chi è questa frase? Di Benito Mussolini, l'ho ritrovata
nella biografia di Emilio Lussu scritta da Giuseppe Fiori. Berlusconi dice la
stessa cosa: ci penso io. Noi diciamo: no, alla Sardegna e a noi stessi
pensiamo da soli».
È l'anticipo di un futuro scontro Soru-Berlusconi nazionale?
«Ho letto che mi ha fatto sondare come suo avversario. Ma forse perché intende sostituirsi al candidato in Sardegna».
Cosa cambia per il centrosinistra se
Soru vince?
«Si interrompe l'idea di un sempre vittorioso Berlusconi. Se vinciamo il
centrosinistra ha una ragione in più per considerare che la sconfitta non è per
sempre. E che si può tornare a vincere e battere Berlusconi. Come ha fatto
Prodi per due volte».
da L’Espresso 8 gennaio 2009

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