Solo un nuovo umanesimo può fermare il nichilismo
Il bisogno di credere è il fondamento del sapere. È una necessità antropologica.
«Il bisogno di credere è un bisogno prepolitico e prereligioso, sul quale
poggia il desiderio di sapere. Riconoscendo l´importanza di tale bisogno, noi
atei possiamo favorire il dialogo tra credenti e non credenti, per combattere
da un lato il nichilismo e dall´altro l´integralismo».
Linguista e psicanalista, saggista e romanziera, Julia Kristeva, dopo Il genio femminile, la trilogia dedicata a Hannah Arendt, Melanie Klein e Colette, ha pubblicato Bisogno di credere (Donzelli), un testo in cui, pur senza rinunciare alle sue convinzioni figlie dell´illuminismo, si confronta con l´universo della fede. Un dialogo che attraversa anche Teresa mon amour. Santa Teresa d´Avila: l´estasi come un romanzo (Donzelli), un libro a metà strada tra romanzo e saggio, che analizza la personalità e gli scritti della santa spagnola del XVI secolo. Proprio di Teresa d´Avila, la studiosa francese parlerà domani alla Basilica di Massenzio in chiusura del Festival Letterature. «Ho iniziato ad occuparmi di Teresa quasi per caso, scoprendo un personaggio estremamente complesso, ricco e attuale», spiega Kristeva, in questo momento alle prese con la stesura di un nuovo romanzo. «Oggi lo scontro di religioni è una realtà che non possiamo ignorare. Il dialogo quindi è necessario. L´Europa – forse perché ha conosciuto la violenza e l´orrore legati alle religioni, dalle crociate alla Shoah – ha intrapreso, prima con l´illuminismo e in seguito con le scienze umane, un percorso di attraversamento della religione. Non per ghigliottinarla, come ha fatto la Rivoluzione francese, o per rinchiuderla nei gulag, come è accaduto in Unione Sovietica, ma per tentare di "transvalutarla", come direbbe Nietzsche. Attraverso il caso concreto di Teresa, io ho cercato di dare il mio contributo a questo percorso di attraversamento».
Per questo, Monsignor Gianfranco Ravasi
l´ha invitata a partecipare al dialogo tra credenti e non credenti. Le sembra
un´opportunità?
«Oggi, più ancora del dialogo interreligioso, occorre promuovere il dialogo tra
chi crede e chi no, soprattutto in Europa. Appartengo a coloro che, per dirla
con Tocqueville e Hannah Arendt, hanno reciso il filo della tradizione. Mi
considero una discendente dell´illuminismo e della secolarizzazione che ci
hanno messo in guardia contro i rischi della religione: la nevrosi, le
illusioni, gli abusi, le guerre. Il filo reciso della tradizione ci ha consentito
di muoverci verso la libertà, senza la quale non ci sarebbero il mondo della
scienza né quello dell´arte, l´avventura dell´impresa né quella dei nuovi
amori. Il filo reciso della tradizione è una conquista importante, ma occorre
evitare la deriva verso un nichilismo senza valori e senza autorità. Ecco
perché abbiamo bisogno di "transvalutare" la tradizione. Vale a dire
ripensarla e attraversala, cercando di trarne tutto ciò che può essere positivo
per noi contemporanei. Ciò vale per tutta la tradizione, le tre religioni
monoteistiche, ma anche la cultura classica, il taoismo o il confucianesimo».
A chi spetta questo compito?
«Agli intellettuali, ma anche agli artisti, visto che considero la letteratura
e le arti delle vere e proprie forme di pensiero. Senza il confronto con la
tradizione rischiamo di perderci in un nichilismo depressivo. Sul piano della
religione, tale confronto ci consente di capire che la fede non è solamente un
vicolo cieco, come diceva Diderot. Condannando la fede, la filosofia dell´illuminismo
ha privato il bisogno di conoscenza di un fondamento importante. Per me il
bisogno di credere è il fondamento del sapere. È una necessità antropologica
che la storia delle religioni ha capitalizzato attraverso le varianti
cristiana, islamica, ebraica, taoista. Noi atei dobbiamo riscoprire le radici
di tale bisogno, favorendo in questo modo il dialogo tra credenti e non
credenti, un dialogo alla pari dove ciascuno possa spiegare e difendere le
proprie posizioni».
Il bisogno di credere come si manifesta
in Teresa d´Avila?
«Teresa vive una fede sovrannaturale, che esalta il legame amoroso nascosto
nella fede. Lo esalta in maniera ideale, ma anche concretamente con tutte le
fibre del suo corpo di donna, come testimonia la statua del Bernini nella chiesa
romana di Santa Maria della Vittoria. Teresa si esilia nell´alterità divina,
rivelando una profondità estrema della vita psichica, che Lacan è stato il
primo a mettere in evidenza, parlando del piacere femminile. Nelle sue estasi
non c´è solo la felicità dell´incontro con Dio, ma tutta la violenza del
piacere, l´annullamento di se stessi e del proprio corpo. Mettendo per iscritto
i suoi stati di estasi, Teresa riesce però ad allontanare la loro dimensione
mortuaria. Più li descrive, più diventa lucida, agendo nel mondo in maniera
concreta».
Nell´abbandono dell´estasi, Dio – per
Teresa – cessa d´essere un´entità esterna, diventando una realtà interiore e
immanente. È così?
«Nel suo viaggio verso l´altro, Teresa indica un dato importante per la cultura
europea. Perché l´io esista, il cogito di Descartes non è sufficiente. L´io ha
bisogno dell´altro da sé, con il quale instaura un legame indispensabile. L´io
e l´altro s´identificano, si confondono e si portano a vicenda. Teresa crea
tale legame con la divinità. Per lei la trascendenza diventa immanenza. In
questo modo si colloca sulla via dell´umanesimo cristiano che darà luogo
l´umanesimo moderno. Proprio perché Dio e l´infinito sono in lei, Teresa
diventa una persona e un linguaggio infinito. Anche per questo affascinò tanto
Leibniz».
È per questo che lei la considera una
nostra contemporanea?
«Certo. Teresa è una donna eccezionale, un genio femminile che ha innovato la
fede cattolica, anticipando la rivoluzione barocca. La sua esperienza parla
alle donne moderne e in particolare a quelle che si consacrano alla creazione
artistica, lavorando con le immagini e il linguaggio».
Lei è stata una delle voci del femminismo
francese. Teresa d´Avila può interessare le femministe?
«Oggi il ritorno della tradizione e la centralità della maternità rimettono in
discussione le conquiste del femminismo. Ciò è vero soprattutto quando la
maternità è prigioniera delle preoccupazioni materiali e sanitarie. Teresa
c´insegna che occorre riuscire a pensare dal punto di vista dell´altro. Non
dobbiamo proiettare sui figli i nostri desideri, le nostre angosce, i nostri
bisogni, ma considerarli come un altro da sé, cercando di sviluppare la loro
alterità. In questa prospettiva, le donne saranno all´avanguardia della
civiltà. Come ha fatto Teresa, ogni donna deve cercare di essere singolare.
Occorre rifondare l´umanesimo in una direzione che stimoli le singolarità. E´
questo l´insegnamento di Teresa».
Repubblica 21.6.10

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