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Socializzare le banche

Costruire alleanze globali per riportare la finanza alla sua funzione originaria, ossia strumento dell’economia

 

 

Attivista, filosofa, scrittrice e presidente del Comitato di pianificazione del Transnational Institute, fondatrice di Attac e pioniera del movimento altermondialista, Susan George mette in luce le contraddizioni del modello di riforma dell’Unione europea e la politica commerciale della stessa Ue. La globalizzazione neoliberista, l’organizzazione del commercio mondiale, il ruolo delle istituzioni finanziarie internazionali e le relazioni tra Nord e Sud sono alcuni dei temi sui quali ha centrato le sue denunce pubbliche e ha basato molti dei suoi libri, tradotti in oltre venti lingue. Il Rapporto Lugano, uno dei suoi libri più noti, è giunto alla 14esima edizione. Questa intervista è stata realizzata nell’aprile del 2011, a Malaga, in occasione dell’apertura di un ciclo di conferenze intitolato Crisi economica e finanziaria. Ci sono alternative?

Già nel 2001 Lei affermava che la fine dei maggiori problemi cominciava con la formulazione di alcune domande, una delle quali era: chi sono i responsabili della crisi? Dieci anni dopo possiamo rispondere a quella domanda?
È molto tempo che non leggo il Rapporto Lugano ma sono sicura della responsabilità del gruppo di Davos. Sono loro i principali protagonisti dell’industria e dell’economia e con essi anche i governi che agiscono in favore di quel gruppo, compresi quelli socialisti, come quello spagnolo, più vicini al neoliberismo. Delle cause della crisi parla il mio ultimo libro che si intitola. «La loro crisi, le nostre soluzioni» in cui affermo che la élite economica mondiale riunita intorno al Forum di Davos è il principale responsabile della crisi economica e finanziaria.

Si calcola che con i 700 miliardi di dollari spesi negli Usa per sostenere la crisi delle banche, avremmo potuto alleggerire la fame nel mondo e sarebbero avanzati fondi. Qual è la sua proposta?
Quello degli Stati uniti è un mercato senza regole. C’era un libero mercato con regole e regolamenti ma le banche hanno speso cinque miliardi di dollari per farla finita con quelle regole e, in questo modo, essere libere di fare ciò che vogliono. In definitiva, è da lì che viene la crisi. E si aggrava con la preoccupazione dei governi per il deficit dello Stato e non per il deficit delle persone. La mia proposta è di socializzare le banche. Soprattutto le banche che sono state salvate dal denaro pubblico. È giusto esigere il credito di una percentuale sulle quantità di denaro che hanno percepito.

E il libero mercato?
Per come è configurato comporta una lotta tra il sistema sociale e quello tributario. La competizione è sempre più ferrea.

La sua teoria dei cerchi concentrici pone la finanza nel cerchio più grande. Il pianeta diventa invece un punto minimo nella scala degli interessi. Come si potrebbe invertire l’ordine dei cerchi?
Come cambiare l’ordine? Con le alleanze, con le persone e cercando di comprendere i problemi che abbiamo. È impossibile fare politica se la gente non comprende come ci stanno sfruttando. Se non vogliamo suicidarci, dobbiamo porre il pianeta nel cerchio maggiore, nella posizione di privilegio. Poi dovrebbe venire la società che deve obbedire alle regole della biosfera ed è per far questo che abbiamo bisogno di un’economia. All’ultimo posto va posta la finanza che è un semplice strumento.

Lei propone anche un’alleanza internazionale tra i sindacati per frenare le conseguenze del liberismo sul lavoro…
Non solo dei sindacati. Tutto il mondo ha bisogno di alleanze per difendersi dalle conseguenze che comporta questo modello. Io propongo di parlare con la gente con cui normalmente non si parla. Lavoratori, donne, agricoltori, organizzazioni per lo sviluppo, mezzi di comunicazione, ambientalisti… Non dobbiamo smettere di fare quel che stiamo facendo ma dobbiamo unire gli sforzi. Serve molta pressione.

Il Transnational Institute ha dedicato molta attenzione alle politiche locali innovative, per esempio alla democrazia partecipativa. Che ruolo può giocare oggi?
Sì, abbiamo un nuovo programma sulla democrazia diretta, lo dirige Hilary Wainwright, ricercatrice e scrittrice che si occupa di nuove forme di responsabilità democratiche all’interno dei partiti, dei movimenti e dello Stato. Lei promuove l’edizione di Red Pepper, una rivista popolare della sinistra inglese, dove sono stati documentati molti esempi di rinascita della democrazia dal Brasile all’Inghilterra e, naturalmente, le lezioni che ne conseguono sulle politiche progressiste.

Come valuta il fallimento dei grandi vertici sul clima, come quello di Copenaghen, e i timidi e non vincolanti accordi di Cancun?
Ho pianto quando sono stati resi noti i risultati. È un tema che non mi lascia dormire. La questione del clima non è una questione come le altre, non si potrà dire: «Ci siamo sbagliati» e tornare indietro. La politica ambientale deve essere forte e ha bisogno di molta pressione, Non può uscire dall’agenda politica quando si conclude un incontro.

Ci siamo illusi troppo con Obama? E adesso gli statunitensi hanno perso la speranza?
Anche quando è stato eletto Obama ho pianto, naturalmente per ragioni diverse da quelle di Copenaghen. È difficile per gli europei capire quel che accade negli Usa. Negli Stati uniti il 24 per cento della popolazione crede che Obama sia l’anticristo, il 57 che sia musulmano e il 67 che sia socialista…una follia. Il 28 per cento pensa che stia imitando Hitler e il 45 che non sia statunitense. La politica è una cosa molto strana negli Stati uniti.

Stiamo entrando nel terzo lustro per la fine del periodo che L’Onu ha stabilito per il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo del Millennio, c’è ancora speranza?
Con questo sistema no. E meno ancora se si calcolano i soli cinque anni che restano. Se si continua così forse riusciremo a ottenere qualcosa in 130 anni.

[L’intervista è stata realizzata per il sito periodismohumano.com, che ringraziamo per la gentile concessione].

http://www.carta.org 9/05/2011

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