Sobrietà, povertà e gratuità
È assolutamente indispensabile che il principio di gratuità venga posto al centro del dibattito sull’economia e sul mercato
Per parlare di sobrietà di consumo responsabile è necessario
partire da una parola scomoda, oggi emarginata e combattuta ma senza della
quale non è possibile fare alcun discorso sulla sobrietà e sul consumo critico:
è la parola povertà. La parola povertà non è infatti, nella cultura cristiana e
occidentale, associata ad un male assoluto: ci sono parole che sono sempre e
solo negative: menzogna, violenza, razzismo… La povertà non è una di queste,
poiché se c’è una povertà subita e non scelta, che significa esclusione e
indigenza, c’è anche una povertà scelta e voluta, che nasce da una esigenza interiore
e spirituale di liberarsi dalle merci per circondarsi di beni, tra cui
soprattutto i beni relazionali. Senza persone che scelgono liberamente una vita
povera (o sobria: anche se preferisco povera), ieri come oggi, in Africa come
in Italia, è molto difficile, se non impossibile, che persone che la povertà
non l’hanno scelta ma la subiscano possano uscire dalle trappole dell’indigenza
e dall’esclusione. I programmi governativi e pubblici di lotta alla povertà
possono anche essere implementati da funzionari muniti di panfili e maserati,
che alternano convegni sulla povertà e vacanze milionarie; ma se cooperatori di
ONG, missionari, o volontari internazionali non sono essi stessi persone che
liberamente scelgono una vita sobria e non consumistica, raramente i loro
interventi avranno successo duraturo. In altre parole, le istituzioni e i loro
funzionari possono anche occuparsi di povertà senza essere poveri (e
normalmente è così), e questi interventi saranno in certi casi utili nel
realizzare ponti, canali, ospedali e scuole, strutture e infrastrutture. Ma se
le persone che giorno dopo giorno lavorano in quegli ospedali e in quelle
scuole, se le persone che condividono la vita dei poveri non sono anch’esse
liberamente e coscientemente povere e sobrie, le persone aiutate tendono a
comportarsi in modo opportunistico, e a sfruttare l’aiuto ricevuto che non
diventa così sviluppo umano (come i tanti studi sul cosiddetto “Dilemma del
Samaritano” ci mostrano). Per quale ragione? Una persona che si trova oggettivamente
su di un piano di inferiorità (di beni, di diritti, di opportunità, di
capacità) se quando viene aiutata non si sente prima stimata e rispettata, non
trasformerà quei beni e servizi ricevuti in capacità e quindi in sviluppo, come
ci insegnano Amartya Sen e Martha Nussbaum. Un povero può essere dunque aiutato
solo da qualcuno che condivide una vita povera, che si sente con chi è aiutato
in un rapporto di communitas
e non di immunitas.
Una condizione antropologica necessaria perché si possa prima capire e poi
condurre una vita (liberamente) povera è associata ad un’altra parola che mi
sta molto a cuore: gratuità, una parola che oggi sta entrando anche in
dibattiti puramente e autenticamente economici, ma solo in ambienti innovativi
di economia sociale e civile. Porre, infatti, al cuore del discorso
sull’economia e sul mercato il principio di gratuità è un’operazione molto
importante, e in un certo senso di portata rivoluzionaria. Niente come la
gratuità è, infatti, assente oggi dal dibattito economico, dai mercati e dalle
imprese. Chi parla di gratuità in economia viene preso per ingenuo, spesso come
un mistificatore («che ci sarà sotto?», ci si chiede), e in ogni caso la
gratuità viene vista come un elemento dannoso per il funzionamento dei mercati
e delle imprese. Occorre infatti guardare bene e da vicino che cosa è la
gratuità, e che cosa non è.
Un primo errore è confondere la gratuità con il gratis (prezzo zero) o con la
filantropia. Un secondo errore e identificarla con il regalo, magari con il
gadget o gli sconti, che svolgono invece spesso la stessa funzione di un
“vaccino”: inseriscono nel corpo un pezzettino del virus che vogliono
combattere (la gratuità vera). Immettendo nella società dei “pezzettini” di
dono, ci si immunizza dal dono vero, sempre tragico e doloroso, di cui la
società dei consumi ha paura. Un terzo errore è associare la gratuità al puro
dono, e mettendolo quindi in conflitto con il doveroso, con il contratto, con
il mercato. In realtà, la gratuità rimanda alla parola greca charis, grazia,
all’agape, la parola greca che i latini hanno tradotto con caritas, o, in certe
tradizioni, charitas dove l’inserimento della “h” indicava ancor più
chiaramente il legame tra l’agape e la charis.
La gratuità è infatti gratia, poiché è dono gratuito non solo per chi riceve
atti di gratuità, ma anche per chi li compie, poiché la capacità di gratuità è
qualcosa che accade in noi sorprendendoci sempre, come quando siamo capaci di
ricominciare dopo un grosso fallimento, o di perdonare davvero gravi errori
degli altri (e nostri). È infatti importante, anche per l’economia,
l’associazione, presente in molte lingue, tra dono e perdono. Non c’è perdono
senza dono, e dono senza perdono. Il perdono che nasce dall’agape è infatti
sempre un dono, è un for-give. Il perdono-gratuità è sempre un dono, poiché
significa perdonare pronti ad essere ancora feriti e traditi: “ti perdono ora,
e sono pronto a perdonarti se mi ferirai ancora”.
È questa gratuità che il mercato capitalistico non conosce. La gratuità è la
dimensione di ogni azione umana, di ogni impresa, e non solo del nonprofit.
Sarebbe un errore molto grave associare la gratuità al solo volontariato,
all’economia sociale, affidarla a “specialisti” che si occupano del 2% della
vita economica e sociale. E che cosa ne facciamo del restante 98%? La gratuità,
ad esempio, non deve essere presente solo negli sponsor o nelle fondazioni
bancarie, ma in tutta l’attività ordinaria di banche e imprese.
La gratuità non è il limoncello in un pranzo: essa è il modo con cui si prepara
l’intero pranzo, la qualità delle relazioni che poniamo in essere mentre
viviamo dentro e fuori il mercato, con chi sarà nella nostra tavola e con chi
resta fuori dai nostri pranzi opulenti (ogni sobrietà implica sempre una scelta
di povertà), l’eticità e la sostenibilità ambientale della verdura e del riso
che compriamo per preparare il pranzo, ecc. È in tutte queste scelte che ci
giochiamo la gratuità nei consumi e nel mercato.
Che cos’è allora la gratuità? E’ quell’atteggiamento interiore che ci porta a
rapportarci con gli altri, con noi stessi e con la natura sapendo che abbiamo a
che fare con qualcosa da amare e da rispettare, e non da usare a fini
egoistici. Quando si attiva la dimensione della gratuità la strada da
percorrere è importante quanto la meta da raggiungere. Il dono può essere
gratuità, ma anche no, quando nel dono prevale la dimensione dell’obbligo. Una
parola che anche coglie questa dimensione necessaria della gratuità è
innocenza, quella dimensione che troviamo soprattutto nei bambini: il bambino
che gioca senza nessun altro scopo che non sia il gioco stesso esprime questa
dimensione della gratuità. La gratuità è presente anche nel comportamento di
quella persona anziana che, sebbene viva sola, si riassetta bene il letto e si
prepara il pranzo con cura, per esprimere la propria dignità di persona e il
“non lasciarsi andare”.
Ricordando la sua esperienza del lager, Primo Levi così scriveva: Ma ad
Auschwitz ho notato spesso un fenomeno curioso: il bisogno del “lavoro ben
fatto” è talmente radicato da spingere a far bene anche il lavoro imposto,
schiavistico. Il muratore italiano che mi ha salvato la vita, portandomi cibo
di nascosto per sei mesi, detestava i nazisti, il loro cibo, la loro lingua, la
loro guerra; ma quando lo mettevano a tirar su muri, li faceva dritti e solidi,
non per obbedienza ma per dignità.
Tirar su “un muro dritto” per dignità è anche espressione di gratuità, poiché
dice che esiste negli altri, in sé stessi, nella natura, nelle cose, persino
nei “muri”, una verità ed una “vocazione” che va rispettata e servita, e mai
asservita ai nostri interessi. “Quel muro era lui”, ha commentato il liutaio
Foscolo durante un incontro: Quella bellezza e quella solidità che quel
muratore non vedeva più in se stesso per le condizioni disumane in cui viveva,
le aveva incarnate in quel muro, come a dire: ‘anche se tutti voi vedete
qualcosa di diverso, in realtà io sono come quel muro: bello e dritto’. La
gratuità è dunque una dimensione che può accompagnare qualsiasi azione, dal
contratto al dono. Il consumo critico vive la gratuità non perché opera sconti
ai clienti o ai produttori, ma perché disegna contratti e rapporti orientati al
bene e alla giustizia; quando e dove fa “muri dritti”.
Oggi l’economia non è capace di vedere la gratuità. Ma forse non la vede perchè
essa è come il lievito ed il sale della terra. Il lievito, lo sappiamo, è una
piccola percentuale rispetto alla farina e all'acqua, che si perde in queste;
ma è essenziale per fare il pane, e per renderlo buono e mangiabile. Ecco
perchè se togliamo la gratuità dall'economia, il pane dell’economia, e quindi
della città, sarà sempre pane azzimo.
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