Smog, l'apocalisse di Milano
Respiriamo veleni ma nessuno si indigna. Così si estingue l'umanità.
Vivo a Milano, come tutti. Appartengo
all’umanità, una specie destinata all’estinzione, come tutte.
Parrà che si esageri, ma la correlazione tra queste due circostanze si è resa
particolarmente stringente in questa città della grande pianura in questo
gelido mese di gennaio dell’anno 2010. Dall’Epifania in qua, Milano è diventata
un ottimo osservatorio sullo sfinimento delle umane cose. Salvo che, nel caso
dei milanesi, osservatore e osservato si sono identificati nella medesima
persona. Gente sfinita. Sfinita perché priva del senso della fine.
Mentre scrivo, infatti, siamo giunti al diciottesimo giorno consecutivo di
violento sfondamento delle soglie d’allarme per inquinamento da polveri
sottili. Detto in altri termini: respiriamo veleno. Ciò che sbalordisce, però,
è la piega molle che prendono gli eventi, l’effetto ralenti prodotto dal
disastro giunto nei pressi del suo punto di precipitazione.
Dapprima niente, silenzio, poi, stancamente, i giornali hanno cominciato a dare
notizia: si titola «polvere alle stelle» (da non confondersi con la polvere di
stelle), si tracciano grafici sugli andamenti del PM 10, si dedica una
striminzita colonnina ai dati medici sul forte aumento di ricoveri ospedalieri
per bronchiti e polmoniti, al picco di ictus, infarti e crisi respiratorie
gravi. Ma, poi, tutto sommato, ce ne usciamo con una scrollata di spalle. Il
sindaco dichiara che non c’è urgenza di intervenire perché l’anno scorso
l’emergenza era più emergenza di quest’anno, gli strascichi polemici del derby
tengono ancora banco nelle birrerie, ognuno sta solo sul cuor della terra e, in
men che non si dica, è già l’ora dell’aperitivo.
I pochi che rilanciano l’allarme vengono liquidati con l’accusa di
«catastrofismo». Vengono messi a tacere con un sofisma: il vertice di
Copenhagen è stato prima sgonfiato dall’annuncio dell’impossibilità di
raggiungere un accordo, poi affossato da un accordo al ribasso, infine sepolto
dalla scoperta che alcune previsioni sugli effetti del mutamento climatico
erano esagerate o addirittura gonfiate. La conclusione che la malafede ne trae
è che non c’è nessuna emergenza ambientale. Per scongiurare l’apocalisse ci si
aggrappa, insomma, all’unico indizio contrario ignorando le cento evidenze a
favore. Non potendo cambiare la realtà, si cambia discorso. Si tocca ferro, ci
si gratta nascostamente le parti intime e si salta alle pagine dello sport.
La catastrofe, anche ammesso che poi venga davvero, è lontana, astratta, è una
diceria dell’untore. Come ci spiega il filosofo Jean-Pierre Dupuy, propugnatore
di un «catastrofismo illuminista», la fatale complessità dei procedimenti
liberati dalla nostra potenza d’azione tecnologica ci obbligherebbe ad
anticipare le loro conseguenze nel futuro, ma quella complessità è la stessa
che ci impedisce di farlo: di fronte al futuro siamo impotenti, il futuro è
incerto di suo, astratto e lontano non meno della catastrofe, il futuro è
irreale. Del resto, da sempre l’umanità ha preso atto della realtà delle
catastrofi soltanto quando erano già accadute, le ha vissute come l’improvvisa
trasformazione di un’impossibilità in una possibilità, come uno strappo
ontologico nella maglia dell’essere. Basti pensare alla reazione dell’Occidente
di fronte all’Undici Settembre. L’ostacolo che ci impedisce di prendere
precauzioni contro di esse è l’impossibilità di credere che il peggio debba
ancora venire.
Tutto questo è vero, eppure c’è ancora qualcosa che non torna nella mollezza di
questi nostri strani giorni proni al peggio. Non torna la clamorosa inversione
tra astratto e concreto di cui i milanesi sembrano vittime. D’accordo, i
ghiacciai che si sciolgono (anche se con minor velocità rispetto al previsto)
sono al Polo Nord, le foreste amazzoniche disboscate sono a pagina 27 di
Avventure nel Mondo, le falde freatiche abbassate sono addirittura sotto terra,
roba astratta, lontana, futuribile, ma le polveri sottili, per quanto sottili,
sono il pacciame che sentiamo ingolfare i nostri polmoni. Qui, ora, sotto
questo cielo, su questo lembo di terra avvelenata nel mezzo della grande
pianura.
«Che cosa vuole che le dica? Li porti al mare. Sì, anche d’inverno». È davanti
ai nostri occhi il pediatra che allarga le braccia quando gli chiediamo cosa
fare per nostro figlio che ha la tosse e il catarro per l’intera durata
dell’inverno, e poi il raffreddore da fieno per l’intera durata di quella che
un tempo si definiva «bella stagione». È qui, ora, nella vita reale, nelle
nostre orecchie di Milanesi un tempo efficienti e pragmatici il rantolo che,
notte dopo notte, gli impedisce di dormire. Sale dalla culla accanto ai nostri
letti matrimoniali della vita presente. Perché allora non ci riscuotiamo dal
nostro torpore?
Non lo facciamo perché abbiamo smarrito il senso della fine. La verità è che
nessuna etica è possibile senza metafisica. E, forse, nemmeno la buona
politica. Non agiamo per il meglio, individualmente e collettivamente, se non
abbiamo un senso delle cose prime e delle cose ultime. Non prendiamo in mano il
nostro destino se rimaniamo incapaci di un pensiero profondo sul nostro essere
nel tempo, che vada oltre le previsioni meteo per il prossimo weekend in
montagna. E questo profondo senso del tempo profondo porta con sé,
innanzitutto, il senso della fine.
Quel tempo profondo ci dice che non c’è da attendere lo squillo della tromba:
la fine dei tempi si è già realizzata molte volte. Essa ci parla attraverso i
fossili, le pile sedimentali, i molari di giganteschi crani primitivi, ci dice
che la storia della vita è storia di estinzioni, che sono bastati pochi secoli
di caccia a mettere fine a milioni di anni di storia biologica; ci sussurra,
quel tempo profondo, d’immense durate, di cose immani e lontane, ma anche
borbotta nelle cose vicinissime, nel rantolo emesso dai polmoni impacciati dei
nostri bambini nella Milano di questi strani giorni. La fine è già arrivata.
Milano, per esempio, ha già finito di essere una città vivibile. Non
aspettiamoci l'apocalisse dall’avvenire. L’apocalisse è un fatto quotidiano. Lo
sono, però, anche i mezzi per lottare. Coraggio.
http://www.lastampa.it 31/1/2010

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