Slavoj Žižek, lo straniero decaffeinato
La paura degli immigrati contagia anche il multiculturalismo progressista disposto ad accettare l’Altro a patto di privarlo della sua Alterità
Slavoj Žižek, 62 anni, sloveno di Lubiana, è un filosofo (e psicanalista) tra i più popolari d’oggi. Il testo di cui qui proponiamo uno stralcio è pubblicato sull’ Almanacco Guanda 2011 (pp. 149, 25), curato da Ranieri Polese, che ha per titolo «Con quella faccia. L’Italia è razzista? Dove porta la politica della paura». Tra gli altri autori Gianni Biondillo, Andrea Camilleri, Luciano Canfora, Franco Cardini, Marcello Fois, Edoardo Nesi.
Dopo decenni di speranza sostenuta dallo Stato sociale,
durante i quali i tagli finanziari venivano spacciati per temporanei, e compensati
dalla promessa che le cose sarebbero presto tornate alla normalità, stiamo
entrando in una nuova epoca nella quale la crisi - o, meglio, una specie di
stato economico d’emergenza, con il relativo bisogno di misure d’austerità
d’ogni tipo (tagli dei sussidi, riduzione dei servizi sanitari e scolastici,
maggiore precarietà dei posti di lavoro) - si è fatta permanente. La crisi sta
diventando uno stile di vita. Dopo la disintegrazione dei regimi comunisti, nel
1990, siamo entrati in una nuova era nella quale un’amministrazione tecnica,
depoliticizzata, e il coordinamento dei diversi interessi sono diventati la
forma predominante di esercizio del potere statale. L’unico modo di introdurre
passione in questo tipo di politica, l’unico modo di mobilitare attivamente le
persone, è fare leva sulla paura: la paura degli immigrati, la paura del
crimine, la paura dell’empia depravazione sessuale, la paura di uno Stato
invadente (con il suo fardello di tassazione elevata e controllo), la paura di
una catastrofe ecologica, e inoltre la paura delle molestie (il politicamente
corretto è la forma progressista esemplare della politica della paura).
Una politica di questo tipo si fonda sempre sulla manipolazione di una
moltitudine paranoica: la spaventevole mobilitazione di donne e uomini
spaventati. Per questo il grande evento del primo decennio del nuovo millennio
è stato il momento in cui la politica anti-immigrazione è diventata largamente
diffusa e ha reciso il cordone ombelicale che la legava ai partiti minoritari
di estrema destra.
Dalla Francia alla Germania, dall’Austria all’Olanda, cavalcando il nuovo
spirito di orgoglio della propria identità storica e culturale, i partiti
maggioritari ora trovano accettabile sottolineare che gli immigrati sono ospiti
tenuti a adattarsi ai valori culturali che definiscono la società ospite: «È il
nostro Paese, prendere o lasciare», questo è il messaggio.
I progressisti, ovviamente, sono inorriditi da questa forma di razzismo
populista. Tuttavia, un esame più attento rivela quanto la loro tolleranza
multiculturale e il loro rispetto delle differenze condividano con coloro che
si oppongono all’immigrazione il bisogno di tenere gli altri a debita distanza.
«Gli altri sono okay, li rispetto», dicono i progressisti, «ma non devono
invadere troppo il mio spazio. Nel momento in cui lo fanno, mi molestano...
Sostengo senza riserve l’affermazione della propria identità, ma non sono
disposto ad ascoltare musica rap ad alto volume». Ciò che si sta imponendo come
diritto umano centrale nelle società del tardo capitalismo è il diritto di non
essere molestati, ossia il diritto di essere tenuti a distanza di sicurezza
dagli altri. Il posto di un terrorista i cui piani micidiali debbano essere
sventati è a Guantánamo, la zona vuota sottratta all’esercizio della legge; un
ideologo del fondamentalismo dovrebbe essere ridotto al silenzio perché istiga
all’odio. Persone simili sono soggetti tossici che compromettono la mia
tranquillità.
Sul mercato odierno troviamo un’intera serie di prodotti privati delle loro
proprietà nocive: caffè senza caffeina, panna senza grassi, birra senza alcol.
E la lista potrebbe continuare: che dire del sesso virtuale, ossia sesso senza
sesso? E della dottrina di Colin Powell sulla guerra senza vittime (del nostro
schieramento, naturalmente), ossia guerra senza guerra? E dell’attuale
ridefinizione della politica come arte dei tecnici dell’amministrazione, ossia
politica senza politica? Tutto ciò conduce all’odierno tollerante
multiculturalismo progressista come esperienza dell’Altro privato della sua
Alterità: l’Altro decaffeinato.
Il meccanismo di questa neutralizzazione è stato teorizzato nella maniera
migliore possibile, come ho detto spesso, nel 1938 da Robert Brasillach,
l’intellettuale fascista francese, che si vedeva come un antisemita «moderato»
e inventò la formula dell’antisemitismo ragionevole. «Ci concediamo il permesso
di applaudire Charlie Chaplin al cinema, un mezzo ebreo; di ammirare Proust, un
mezzo ebreo; di applaudire Yehudi Menuhin, un ebreo... Non vogliamo uccidere
nessuno, non vogliamo organizzare pogrom. Ma pensiamo anche che il modo
migliore di intralciare le sempre imprevedibili azioni dell’antisemitismo
istintivo sia organizzare un antisemitismo ragionevole». Non è forse lo stesso
atteggiamento che troviamo diffuso nel modo in cui i nostri governi trattano la
«minaccia immigrazione»?
Dopo avere sdegnosamente respinto il razzismo populista esplicito in quanto
«irragionevole» e inaccettabile per i nostri standard democratici, appoggiano
misure «ragionevolmente» razziste, ovvero, come ci dicono i Brasillach del
giorno d’oggi, alcuni dei quali persino socialdemocratici: «Ci concediamo il
permesso di applaudire atleti africani ed est-europei, medici asiatici,
programmatori di software indiani. Non vogliamo uccidere nessuno, non vogliamo
organizzare pogrom. Ma pensiamo anche che il modo migliore di intralciare le
imprevedibili, violente azioni istintive anti-immigrazione sia organizzare una
protezione anti-immigrazione ragionevole».
Questa prospettiva di disintossicazione del prossimo suggerisce un netto
passaggio dalla barbarie diretta alla barbarie dal volto umano. Rivela la
regressione dall’amore cristiano del prossimo all’istinto pagano di
privilegiare la propria tribù rispetto all’Altro, il barbaro. Seppure
travestita da difesa di valori cristiani, costituisce la minaccia maggiore
all’eredità culturale del cristianesimo.
[Traduzione di Alba Bariffi]
http://www3.lastampa.it 14/11/2011

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