Sir
Storie di vita vissuta. Ungheria 1966
Sir. Così soprannominammo il nostro insegnante d’inglese al liceo. Mai soprannome più appropriato: alto, biondo, occhi azzurri penetranti, schiena dritta, portamento elegante nonostante i suoi 60 anni. Ci trattava con un certo formale distacco, era l’unico insegnante a darci del lei, che a 14 anni ci metteva in uno stato misto tra imbarazzo e stupore di essere considerati quasi degli adulti.
Adesso so che era un ottimo insegnante - dava molto e pretendeva molto – ma allora, specialmente nei primi anni, non mi piaceva molto.
Studiavo abbastanza bene, agli scritti me la cavavo con la piena sufficienza, però durante le interrogazioni la mia pessima pronuncia aggravata dall’ansia spesso mi bloccava del tutto. Ancor oggi ricordo lo sguardo ironico del professore e l’immancabile domanda:
- Mi dica lei, cosa merita? Non dimentichi che valutare in modo equilibrato se stessi è segno di maturità…
Che posso dire?…. guadagnavo ripetutamente in “maturità” ciò che perdevo in inglese…
Al terzo anno, proprio all’inizio dell’anno scolastico ebbi un grave incidente che mi costrinse ad un ricovero di ben sei mesi. Immobile, ingessata dal torace in giù fino al mignolino del piede non avevo nient’altro da fare che leggere e aspettare l’orario delle visite che dalle mie parti si misurava in due ore al giorno. Non un minuto in più. Quasi tutti i miei professori vennero a farmi visita un paio di volte nei primi giorni, tranne Sir. Furono gentili, mi portarono dei libri, cioccolatini…parole di incoraggiamento…cose così insomma.
Anche i compagni di classe furono presenti all’inizio, ma sei mesi erano davvero lunghi, e dopo l’iniziale giocoso e allegro pellegrinaggio di tanta gente mi rimasero vicini solo i nonni e gli amici più intimi. Capivo perfettamente gli assenti: a 17 anni la vita ha sopravvento sugli acciacchi e sulla malattia.
La capacità umana di adeguarsi alle circostanze è enorme, infatti, dopo alcune settimane di ricovero, consideravo l’ospedale quasi il mio habitat naturale. Contrariamente alle abitudini odierne quando i malati desiderano la camera singola, ero contenta anche di trovarmi in uno stanzone con ben 12 letti. 12 letti…12 persone, 12 storie…anzi molto di più, visto che nessun paziente aveva un ricovero cosi prolungato.
La visita di Sir dopo circa due mesi ricovero mi sorprese non poco. Si informò brevemente sulla prognosi, diede uno sguardo sulla pila dei libri sul comodino costatando con un’alzata delle sopracciglia che mancava il libro d’inglese e senza perdere tempo iniziò ad interrogarmi sulle ultime lezioni. Pur seguendo alla men peggio il programma scolastico, non ero preparata per niente in questa materia, del resto sarebbe stato difficile imparare l’inglese da sola, senza alcun aiuto per l’ostica pronuncia della lingua.
Gli altri ricoverati ci guardarono stupefatti e il prof, rendendosi conto della situazione alquanto grottesca, chiamò l’infermiera:
- La ragazza ha bisogno di ripetizioni se vuole sostenere l’esame alla fine dell’anno, può aiutarci a trovare una stanza libera? Non voglio disturbare gli altri degenti, sa insegno inglese e la lingua prima di tutto deve essere parlata.
- Ma professore, Agi può essere spostata solo in barella…
- Be? Allora chiami allora un portantino o chi è addetto a queste mansioni.
L’infermiera preferì chiamare il medico di guardia, che si mostrò molto collaborativo:
- Se vi bastano un paio di ore potete anche andare nella mia stanza.
Così fui trasportata nella camera del medico di guardia. A quella prima, penosissima lezione ne sono seguite tante altre. Una volta la settimana Sir si presentava in ospedale – ebbe l’accortezza di chiedere un permesso speciale al primario per un orario supplementare per non privarmi delle ore di visita – per darmi delle lezioni private.
I miei, piacevolmente sorpresi dalla sua disponibilità ma anche imbarazzati dopo alcune settimane gli offrirono una specie di ricompensa in denaro che lui rifiutò sdegnato:
- Vi prego, si tratta di una mia alunna, è il minimo che posso fare per lei. Senza la conoscenza dell’inglese dovrei bocciarla all’esame e mi dispiacerebbe.
Dopo alcuni mesi il nostro rapporto diventò più libero, più sciolto e anche il programma subì delle piacevoli modifiche. Mi fece tradurre le canzoni dei Beatles, mi insegnò qualche poesia dei grandi della beat generation ecc.
Poco prima di Pasqua mi salutò:
- Sono in partenza, vado in Inghilterra. Sono 20 anni che aspetto quest’occasione, un lontano parente di mia moglie mi ha mandato l’invito, non dovrei aver problemi con il passaporto.
Invece ebbe dei problemi. Il segretario del partito comunista del liceo non diede parere favorevole al rilascio del passaporto. Pare che Sir avesse avuto un ruolo davvero marginale nella rivolta del ’56 e un precedente simile in quei tempi pesava ancora.
Dopo le vacanze riprendemmo le lezioni, il prof non fece parola sul viaggio mancato e io non ebbi il coraggio di chiedergli niente.
Poi non venne più.
Seppi dai compagni che era scappato. Aveva attraversato la frontiera illegalmente eppure allora la cortina di ferro era protetta militarmente e i soldati avevano l’ordine di sparare. Molti anni dopo mi raccontò questa avventura:
- Ero arrabbiato, semplicemente arrabbiato. Certo ho avuto anche paura ma la rabbia era maggiore. Pensavo che il tratto di frontiera che univa l’Austria, la Jugoslavia e l’Ungheria era meno controllato…cosi scelsi quella zona. Ebbi fortuna. Per alcuni giorni mi fermai in un paesino vicino a studiare il percorso delle guardie e poi una notte, aspettai il cambio di guardia e attraversai la terra di nessuno. In Inghilterra però ebbi dei problemi, volevano rispedirmi indietro e questo avrebbe significato la galera. Per fortuna il nostro lontano parente mi segnalò ad un’organizzazione di profughi, così evitai l’estradizione. Ma nessuno prese in considerazione i miei titoli di studio, il dottorato e le pubblicazioni, fui assunto in una fabbrica come semplice operaio. Sono stati anni difficili: dormivo nella camerata di un ostello con gli altri immigrati, turchi litigiosi e arabi chiassosi : brava gente ma non abbiamo legato molto. Ciò che mi pesava maggiormente era la mancanza di privacy. I soldi erano pochi anche perché spedivo a casa tutto ciò che riuscivo a mettere a parte: sapevo d’aver messo in difficoltà mia moglie e i ragazzi con il mio gesto, non volevo creare ad essi anche ulteriori problemi di tipo economico.
Sir tornò in Ungheria dopo la grande amnistia del 1975. Non poté riprendere l’insegnamento ed andò in pensione a 70 anni da manovale.
Ora è un anziano signore, ma il suo portamento è sempre fiero. Quando vado a trovarlo mi offre un bicchiere di vino della sua vigna e parliamo dei tempi passati.
La cosa incredibile è che, nonostante tutte le sue peripezie, abbia una certa nostalgia del socialismo.
- Era un sistema logico, equo…peccato che era gestito da stupidi. Chissà perché il potere, piccolo che sia, attrae sempre i peggiori.

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