Sindrome di Tokyo per la Ue
Dopo la crisi bancaria del 1987-1989, il Giappone ha attraversato due decenni di stagnazione e di deflazione, mentre il debito pubblico saliva alle stelle.
Il modello economico americano è crollato. In anni recenti, gli Stati Uniti
si sono fatti prestare dal resto del mondo gigantesche somme di denaro.
Soltanto nel 2008, l'importazione
netta di capitali ha superato gli 800 miliardi di dollari, per lo più
attraverso la vendita di titoli garantiti da prestiti ipotecari e di
obbligazioni garantite da crediti, cioè crediti in cambio di crediti da
riscuotere dai proprietari americani di case (dalle case stesse, in realtà,
essendo quei proprietari tutelati dalla natura dei finanziamenti a garanzia
limitata che avevano ricevuto).
Per questi titoli, i mercati sono scomparsi. Mentre nel 2006 ne erano stati
emessi per 1,9 miliardi di dollari, il volume del 2009 si aggirerà
probabilmente sui 50 miliardi, stando alle ultime stime del Fondo monetario
internazionale, un calo del 97 per cento. Nessuna cifra rivela meglio di questa
la vera catastrofe del sistema finanziario americano.
Quando si è interrotto il flusso di fondi mondiali che scorreva verso gli Stati
Uniti, i prezzi immobiliari sono scesi del 30%, le costruzioni di oltre il 70%,
e la recessione è diventata inevitabile. I lavoratori edili licenziati si sono
stretti la cintura, e anche i proprietari di casa, alcuni perché si sentivano
più poveri, altri perché le banche, sotto shock per il collasso dei derivati,
hanno smesso di concedere prestiti ipotecari per finanziare i consumi.
Negli anni precedenti alla crisi, il flusso dei nuovi mutui era superiore del
60% al valore degli immobili residenziali in costruzione. Ora è inferiore del
150 per cento.
I primi undici mesi della recessione che è seguita sono stati altrettanto
severi dei primi undici mesi della Grande depressione iniziata nel 1929. Ma
giganteschi rimedi keynesiani, per oltre 1,4 miliardi di dollari in tutto il
mondo, e salvataggi di banche per circa 8 miliardi, hanno fatto effetto. Tra la
primavera e l'inizio dell'estate di quest'anno hanno fermato il declino e
portato la recessione a una sosta che si spera non sia soltanto temporanea.
La capacità produttiva sottoutilizzata resta tuttavia enorme. Ci vorranno anni
perché l'economia mondiale ritrovi l'andamento di prima, in particolare perché
le previsioni di crescita non sono molto promettenti e la disoccupazione
continua ad aumentare negli Stati Uniti e in Europa.
La medicina efficace, che per adesso continua a dover essere somministrata, è
il debito pubblico. I governi prelevano l'eccedenza del risparmio privato e la
iniettano nell'economia globale, stabilizzando così la domanda aggregata e il
sistema finanziario. Ne consegue che il deficit pubblico svetta dappertutto.
Nel 2009 in
quasi tutti i paesi dell'Unione Europea sfonderà il tetto stabilito dal Patto
per la stabilità e la crescita, il 3% del Prodotto interno lordo, e in alcuni
casi arriverà al 10% o lo supererà, per esempio in Spagna (10%), nel Regno
Unito (14%) e in Irlanda (16%).
Gli Stati Uniti, epicentro della crisi, sono in gravi difficoltà. A fine anno,
il rapporto tra debito e Pil salirà dal 73% nel 2008 all'87%, e siccome è
previsto per l'anno prossimo un deficit pari all'11% del Pil, è sicuro che nel
corso del 2011 tale rapporto supererà il 100 per cento. Il paese simbolo della
stabilità e della potenza capitalista è oggi paurosamente simile ai paesi in
via di sviluppo che risentirono della crisi del debito mondiale nei primi anni
Ottanta.
Anche se un paese può diventare insolvente, prima che accada dispone di molti
modi per ridurre il proprio debito nazionale. Gli Stati Uniti stanno valutando
la possibilità di imporre una tassa di successione sui depositi esteri di
titoli americani, e molti pensano che cercheranno di giocare la "carta
italiana": un'inflazione del debito pubblico e una svalutazione della
moneta, per conservare la propria competitività internazionale.
Certo, è difficile far crescere l'inflazione quando i tassi d'interesse a breve
termine sono quasi a zero, e non possono essere ulteriormente ridotti, pena
un'incetta massiccia di denaro liquido. Ma in tutto il mondo è lo scenario
previsto e temuto dagli investitori, un timore che fa avverare la previsione
perché contribuisce al calo del dollaro, ad aumentare la domanda di
esportazioni e il prezzo delle importazioni statunitensi.
Paradossalmente, i tassi di cambio flessibili aiutano proprio la nazione che ha
causato la crisi, nei meccanismi economici non c'è giustizia.
In Europa è vero il contrario. La
Banca centrale europea ha esaurito le munizioni e non
potrebbe creare inflazione neppure se lo volesse (non può farlo: secondo il
trattato di Maastricht, l'unico scopo della Bce è quello di mantenere la
stabilità dei prezzi).
Ma il rafforzamento dell'euro riduce sia i prezzi delle importazioni che la
domanda di esportazioni e questo, di per sé, fa calare i prezzi. È quindi molto
probabile che l'Europa non giocherà la carta italiana e dovrà affrontare
difficoltà notevoli per uscire dalla stagnazione attuale. Il rischio è che
l'Europa si avvii sulla strada giapponese, invece che su quella italiana.
Dopo la crisi bancaria del 1987-1989, il Giappone ha attraversato due decenni
di stagnazione e di deflazione, mentre il debito pubblico saliva alle stelle.
Impedire che lo scenario si ripeta è il principale compito dei decisori europei
negli anni a venire.
(Traduzione di Sylvie Coyaud)
www.ilsole24ore.com 28 ottobre 2009

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