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Signori Grazia & Giustizia

Fidarsi dei magistrati, di tutti i magistrati, della maggioranza dei magistrati? Dio ne scampi! Sarebbe come fidarsi di tutti i politici, né più né meno.

 

 

I signori Grazia & Giustizia era il titolo di un irriverente romanzo giovanile dei primi Sessanta, e c’entra anche questo con quello che vorrei dire. Ma pochi anni prima, in una Sicilia ancora terzomondiale, Piero Calamandrei pronunciò una storica arringa, in difesa di Danilo Dolci e dei contadini e dei sindacalisti arrestati per aver preteso di aggiustar,e senza l’autorizzazione delle superiori autorità una strada di campagna dissestata. Si chiamavano, queste forme di lotta che sarebbe giusto ritornassero, scioperi alla rovescia... Ricordo bene il finale di quell’arringa per vari motivi. Diceva Calamandrei: «Aiutateci, signori giudici, colla vostra sentenza, aiutate i morti che sono stati sacrificati e aiutate i vivi a difendere questa Costituzione, che vuole dare a tutti i cittadini del nostro paese pari giustizia e pari dignità».
È passato più di mezzo secolo, ma la questione della magistratura è sempre sul tappeto, anche se c’è stata di recente e per molto tempo, tra tanti di noi, un’esaltazione eccessiva della figura del magistrato, vista come eminentemente positiva proprio perché non ci fidavamo più dei politici. La nostra Costituzione ha previsto la divisione dei poteri e puntato alla presenza di buoni politici da una parte e di buoni magistrati dall’altra, ma i Costituenti sapevano che la carne è debole e che era dunque fondamentale stabilire una divisione dei compiti, delle specificità, dei reciproci controlli in nome di una comune responsabilità civile. Ma la carne continua a essere debole, sia quella dei politici che quella dei magistrati che quella dei cittadini. La cultura ambiente è quella che è, il degrado vistoso della morale pubblica portato dagli ultimi «pacifici» trent’anni, è sfociato in una sorta di “pensiero unico” generalizzato e di «unica proposta di vendita», unica idea del mondo e dell’Italia, e così si è portati a considerare più i fatti che le parole, a esigere verifiche.
Il nostro santo è diventato san Tommaso, quello che metteva il dito nella piaga per giudicare della verità, per «credere». Ebbene, confesso di non aver mai creduto fino in fondo nei nostri politici, con rare eccezioni tutte defunte (né nella democrazia quando intesa come di dittatura di maggioranze manipolate), ma neanche, anzi se possibile ancora di meno, nei nostri magistrati. Troppe ne ho viste, di leggi inventate dalla classe dirigente a protezione dei suoi interessi e anche di leggi buone applicate da giudici ottusi o abulici o spesso proprio feroci a danno dei poveri, dei proletari, dei contadini, della donne, dei senza-niente, dei delinquenti per fame o per rivolta all’ingiustizia evidente della società! E perfino, per quel che mi riguarda e per i lavori fatti in passato, dei minori e perfino dei bambini!
Troppe ne ho ascoltate di sentenze aberranti! Fidarsi dei magistrati, di tutti i magistrati, della maggioranza dei magistrati? Dio ne scampi! Sarebbe come fidarsi di tutti i politici, né più né meno. Ho imparato da san Tommaso a guardare caso per caso, ma a mantenere una diffidenza di partenza per gli uni e per gli altri, che consiglierei a tutti per la salute del paese.
Con le storie della P3, finalmente, anche il tabù della magistratura buona propagandato da un’opinione di sinistra molto superficiale (di una sinistra troppo superficiale), mi pare sia caduto in crisi. Siccome i magistrati erano (sono) attaccati da Berlusconi, allora i magistrati sono buoni? Mi sembra un po’ scarsa, come constatazione! I magistrati non sono di per sé più giusti perché amministrano la giustizia. I vecchi tra loro, nel mondo di ieri, seguivano spietatamente le regole del gioco del potere, i giovani vi aderiscono oggi o perché non ne conoscono altre, per banale conformismo ambientale – perché anche loro escono da queste università, leggono questi giornali, vedono questi film, comprano queste automobili, mettono i loro soldi in queste banche, hanno queste famiglie... (Non fanno eccezione quella dozzina di nomi che invece di far bene i giudici si sono buttati a scriver romanzi e sceneggiature, e a discolpa hanno solo che i loro libri sono perfino migliori delle loro sentenze.)

Insomma, c’è stato e stato, politica e politica, letteratura e letteratura, giustizia e giustizia, eccetera e eccetera, perché c’è in ogni campo maggioranza e minoranza. E resta il “progetto”. Torno a Calamandrei e al suo ottimismo della volontà e della lotta. Nell’Elogio dei giudici scritto da un avvocato egli vedeva «il segreto della giustizia in una sempre maggior umanità e in una sempre maggiore vicinanza umana tra avvocati e giudici nella lotta contro il dolore». Giusto, ma non riguarda solo gli avvocati e i giudici, riguarda i politici e dovrebbe riguardare tutti.

 

http://www.unita.it   25 luglio 2010

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