Shaw: Cristo era comunista
Esce“Sia fatta la sua volontà”, una riflessione sul Cristianesimo
L’intellettuale impegnato attraversa da protagonista l’Occidente fra il XIX e il XX secolo, quasi fosse un proseguimento laico di santi e profeti. Pochi interpretarono questa figura in modo completo come George Bernard Shaw. Il suo prestigio si è diffuso nello spazio e nel tempo, attraversando i continenti e la sua lunga vita. Questo credito fu messo al servizio delle idee che ininterrottamente creava e che investivano ogni campo dell’esistenza. L’economia, la religione, la sessualità, la famiglia, la nutrizione: ventenne, si convertì in vegetariano radicale, dichiarando (ben prima di Gandhi, infinitamente prima dell’attuale gioventù ambientalista) che non avrebbe più mangiato cadaveri. In ogni forma di rapporto con gli altri uomini, ma anche con le altre specie, metteva a fuoco gli eccessi di potere e le carenze di giustizia, per poi trafiggerli con l’ironia e il paradosso.
Shaw scriveva solo opere che, a suo avviso, contribuissero a rendere il mondo un po’ migliore (o almeno più consapevole o meno ignorante, il che non è molto diverso): eppure oggi lo ricordiamo come un autore irresistibile, più come un amico che intrattiene che come un maestro che insegna. Nel 1914, all’inizio della prima guerra mondiale, Shaw aveva dato ancora una volta scandalo, pubblicando Common Sense about the War (Buon senso sulla guerra): in questo scritto considerava la Gran Bretagna e i suoi alleati responsabili del conflitto tanto quanto la Germania, chiedendo immediate trattative e cessazione delle ostilità. È su questo sfondo che dobbiamo leggere anche Sia fatta la sua volontà. Formalmente si tratta di una prefazione alla commedia Androclo e il leone, sostanzialmente è una riflessione su come, dopo millenni di cristianesimo, l’Europa neoindustriale stesse estendendo la sua industrializzazione allo sfruttamento e al massacro. In soli due anni le stragi della guerra già superavano quelle di tutto il secolo precedente. Di questa contraddizione terrificante Shaw era ben consapevole, così come intuiva (è profetica la denuncia che qui fa del massacro degli armeni) che un’altra novità assoluta del secolo XX erano le stragi assolute.
Il testo di Shaw discute le possibilità di un cristianesimo moderno in quell’ora fatale. Il messaggio di Cristo, scrive, è un’immensa opportunità che non è mai stata messa in pratica. Esistono, è vero, una chiesa cattolica e molte altre chiese cristiane, ma sembrano non essersi mai accorte di quel messaggio. L’insegnamento di Gesù – qui l’autore passa in rassegna con un certo dettaglio tutti e quattro i vangeli – ha riformulato sia i legami familiari, sia quelli sociali, sia, infine, quelli economici. Il rapido ristrutturarsi della società industriale renderebbe comunque urgente una revisione di tutti questi rapporti: quale momento migliore per applicare la soluzione proposta da Cristo, cioè una vera distribuzione comune della ricchezza? Shaw crede nell’attualità di un radicale comunismo, ma sembra immaginare la propria proposta soprattutto come una provocazione intellettuale: non sa ancora che, solo un anno più tardi, una rivoluzione comunista prevarrà nel più grande paese della Terra; e da lì, per gradi, dilagherà prima in metà dell’Europa, poi in una metà del pianeta. La sua immaginazione oltre che fertile è profetica: ma i fatti anticipano chi li prevede. Nella convinzione di Shaw una riforma dello Stato in senso comunista è la via che può metabolizzare le nuove ingiustizie della modernità e insieme preservarne lo spirito cristiano. Il suo sguardo, pur così anticipatore, non può spingersi avanti di un intero secolo, e immaginare che anche oggi l’idea resta attuale e impossibile insieme: che essa sopravvive, cioè, in una dimensione economica inscindibile da quella tragica.
Il secolo XX è stato l’epoca dell’industrializzazione anche nel racconto. Quindi della sua massificazione, commercializzazione e banalizzazione. A questo riduzionismo, a una visione unilaterale e razionalista dell’uomo (che è la più irrazionale fra le creature) Shaw finì sotto diversi aspetti col cedere, posseduto com’era dal bisogno di essere progressista e ottimista: dopo esser stato spina dorsale del Fabianesimo – socialismo non violento e umanista cui aderì molta della classe intellettuale inglese – arrivò a dichiararsi ammiratore dell’Unione Sovietica e dello stesso Stalin. In altre parole notiamo che Shaw, il quale nel superare con costanza e genialità gli ostacoli della vita aveva inconsciamente finito col dotarsi di un personale credo positivo, finì (come vedremo anche in questo testo) col negare l’evidenza che la vita affrontata con sincerità e la tragedia sono, per molti aspetti, la stessa cosa; e, come accade negando qualcosa che si dovrebbe riconoscere interiormente, fu condannato a viverla esteriormente, in forma inconsapevole e proiettata.
Nel suo insieme, la rilettura del cristianesimo in chiave politica proposta da Shaw sopravvive oggi nella tensione continua tra la dimensione economica delle ingiustizie e dell’oppressione e quella tragica della profonda ambiguità dell’essere umano, cioè di colui che di quelle stesse ingiustizie deve rispondere.
Questo testo è uno stralcio dell’Introduzione a George Bernard Shaw, Sia fatta la sua volontà, Chiarelettere, pagg. 155, • 7, in libreria
il Fatto Saturno 23.9.11

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