Se questi sono uomini
L’identità che abbiamo perduto, la recuperiamo solo se scopriremo che il nostro problema irrisolto non è l’identità italiana, ma l’identità umana.
Il futuro in cui siamo già immersi comincia nella piana di
Gioia Tauro: a Rosarno in provincia di Reggio Calabria (un’autentica guerriglia
urbana è ancora in corso), come a Castel Volturno e a Reggio stessa, dove la
’ndrangheta ha voluto intimidire i magistrati con un attentato alla procura
generale. Il futuro comincia a Rosarno perché i principali problemi della
nostra civiltà si addensano qui: le fughe di intere popolazioni dalla povertà e
dalle guerre (guerre spesso scatenate dagli occidentali, generatrici non di
ordine ma di caos); le vaste paure che s’insediano come nebbie, intossicando la
vita degli immigrati e dei locali; le cruente cacce al diverso; il dilagare di
una mafia esperta in controllo mondializzato.
A ciò si aggiunga l’impossibilità di arrestare migrazioni divenute
inarrestabili, perché da tempo non si trovano italiani e cittadini di Paesi
ricchi disposti a fare, allo stesso salario, i lavori fatti da africani. Si
aggiunga l’ipocrisia di chi crede che la risposta consista in un’identità
monoculturale da ritrovare.
E la menzogna di chi non sopporta lo sguardo inquieto e assicura: abbiamo già
praticamente vinto le mafie, Gomorra appartiene al passato, è «un vecchio film
in bianco e nero», come dice Maroni. Non per ultimo, si aggiunga lo Stato che
perde il controllo del territorio e il monopolio della violenza: i neri a
Rosarno combattono contro ronde private di locali, infiltrate da ’ndrangheta e
armate di fucili. Il pensiero della Lega è egemonico e le rivolte vengono
associate, dal ministro Maroni, non alle mafie ma all’immigrazione clandestina
che si promette di azzerare sanando ogni male. È inganno anche questo. Quando
in Francia s’infiammarono le banlieue, nel novembre 2005, Romano Prodi disse
che il fenomeno, mondiale, non avrebbe risparmiato l’Italia. Fu deriso e non
creduto.
Non era menzogna invece. È vero che l’Italia ha da anni una reputazione cupa, e
impaura a tal punto immigrati e fuggitivi da suscitare, nei loro animi, il
senso di schifo di cui parla Balotelli. Gran parte dell’Europa ha una cupa
reputazione, ma questo non scusa i nostri misfatti e silenzi: il silenzio del
sindacato soprattutto, abituato a proteggere pensionati e operai delle grandi
industrie (ormai dei privilegiati) e del tutto afasico sull’intreccio mafia,
immigrati, sfruttamento. Il massimo della spudoratezza è raggiunto quando i
nostri ministri citano Zapatero o Sarkozy, quasi che gli errori altrui nobilitassero
i nostri. Quasi che non esistesse, in Italia, quel sovrappiù che è il potere
malavitoso. Le rivolte di questi giorni discendono dal fallimento dello Stato e
lo rivelano. È la conclusione cui giunge il prezioso libro di Antonello
Mangano, scritto sui ventennali disastri di Rosarno e Castel Volturno. Il
titolo è: Gli africani salveranno Rosarno - E, probabilmente, anche l’Italia
(Terrelibere.org 2009).
Le rivolte odierne hanno infatti una storia alle spalle, occultata dai politici
e da molti giornali. Coloro che a Rosarno hanno reagito con ira distruttiva a
un’ennesima aggressione contro i lavoratori neri (due feriti a colpi di
carabina, giovedì) sono gli stessi che nel dicembre 2008 si ribellarono alla
’ndrangheta. Erano stati feriti quattro immigrati, e gli africani fecero
qualcosa che da anni gli italiani non fanno più. Scesero in piazza, chiedendo
più Stato, più giustizia, più legalità. Contribuirono alle indagini dei
magistrati con coraggio, rompendo l’omertà e rischiando molto.
Denunciarono gli aggressori a volto scoperto, pur non essendo protetti da
permessi di soggiorno. È vero dunque: gli africani salveranno Rosarno e forse
l’Italia, come scrive anche Roberto Saviano. Poco prima della rivolta a Rosarno
si erano ribellati gli africani a Castel Volturno, il 19 settembre 2008,
rispondendo a una sparatoria di camorristi che aveva ammazzato sei immigrati.
Quel che è accaduto dopo è una sciagura prevedibile, e per rendersene conto
basta vedere come vivono, gli africani dell’antimafia. Sono eloquenti più di
altri i video di Medici senza Frontiere, che parlano di crisi umanitaria nella
piana di Gioia Tauro. Il rapporto che Msf ha redatto nel 2008 ha un titolo ominoso:
«Una stagione all’inferno», come il poema di Rimbaud. Difficile descrivere
altrimenti gli africani che vivono in stabilimenti industriali abbandonati,
come la cartiera «La Rognetta»
a Rosarno, o l’oleificio dismesso presso Gioia Tauro. Dentro l’oblò del silos
per l’olio: giacigli di stracci. Tutt’intorno, fuochi e soprattutto rifiuti,
montagne di rifiuti tra cui vagano, tristi ombre, esseri umani che si
costruiscono alloggi di cartone o tende senza sanitari. Vedere simili paesaggi
ricorda Gaza, gli slum pachistani: non è vita primitiva ma l’osceno connubio
tra architetture industriali moderne, indigenza estrema e apartheid. Un
africano dice sorridendo a Medici senza Frontiere: «Tra l’una e le quattro di
notte inutile provare a dormire. Troppo freddo».
Ci nutriamo volontariamente di menzogne, come il protagonista nel poema di
Rimbaud, quando diciamo che quest’oscenità nasce dall’eccessiva tolleranza
verso i clandestini. Abbiamo chiamato noi gli africani a raccogliere aranci,
consci che nessuno lo farà a quel prezzo e per tante ore (25 euro per un giorno
di 16-18 ore; 5 euro vanno a caporali mafiosi e autisti di pullman). E la
tolleranza denunciata da Maroni non è verso i clandestini ma verso le
condizioni in cui vivono clandestini o regolari.
Dopo aver tollerato tutto questo, e versato nella regione milioni di euro
finiti in tasche sbagliate, ogni stupore è fuori luogo. I tumulti odierni non
sorprendono: se questi africani non son uomini, come s’intuisce nei video,
impossibile che non sboccino, prima o poi, i Frutti dell’Ira di John Steinbeck.
Scritto nel ’39 durante la
Grande depressione, il libro Furore poteva sperare, almeno,
nel New Deal di Roosevelt che noi non abbiamo.
Ne abbiamo tuttavia bisogno, di un New Deal, che metta fine all’apartheid e non
si limiti a spostare immigrati come mandrie da un posto all’altro. Perfino i
poliziotti, spiega Antonello Mangano, dicono che la risposta non può essere
solo punitiva, che gli africani sono una comunità mite, che le migrazioni
continueranno. Con l’estendersi delle catastrofi climatiche saranno enormi, gli
esodi. Non è vero che la questione della cittadinanza viene per ultima. Le
grandi crisi si affrontano con grandi scommesse iniziali, fondatrici di nuove
solidarietà. Non è vero neppure che i liberal e la Chiesa sono retrogradi,
come scrive Angelo Panebianco sul Corriere. Pensare in grande l’integrazione è
preparare oggi il futuro.
Dicono che l’identità stiamo smarrendola, a forza di rinunciare alle nostre
radici e di convivere con diversi che ci condannano al meticciato.
Anche questa è menzogna. In realtà siamo già cambiati: non perché incomba il
meticciato tuttavia, ma perché la nostra identità non è più quella curiosa,
accogliente, porosa che fu nostra quando emigravamo in massa e incontravamo
violenza. È un ottimo viatico l’ultimo libro di Gian Antonio Stella (Negri
Froci Giudei - L’eterna guerra contro l’altro, Rizzoli 2009): si scoprirà che
la mutazione già è avvenuta, nel linguaggio della Lega e nella disinvoltura con
cui si accettano segregazioni che trasformano l’uomo in non uomo.
L’identità che abbiamo perduto, la recuperiamo solo se non tradiamo quella vera
inventandone una falsa. Solo se sblocchiamo le memorie e ricordiamo che le
sommosse antimafia dei neri prolungano le rivolte italiane condotte, sempre in
Calabria, da uomini come Peppe Valarioti e Giannino Losardo, i dirigenti
comunisti uccisi dalle ’ndrine nel 1980. Solo se scopriremo che il nostro
problema irrisolto non è l’identità italiana, ma l’identità umana. Le scuole
non hanno bisogno delle quote del ministro Gelmini (non più di tre alunni su
dieci per classe in tutta Italia, come se Gesù avesse imposto quote di accesso
alla stalla di Betlemme: non più di tre Magi). Hanno bisogno di insegnare il
mondo che muta. Altrimenti sì, è l’inferno di Rimbaud: «L’Inferno antico:
quello di cui il Figlio dell’Uomo aperse le porte».
http://www.lastampa.it 10/1/2010

Precedente: L'inferno di Rosarno e i suoi responsabili

