Se Prometeo indica il futuro
L’attualità di un testo classico che invita a riflettere sul progresso e sui limiti della scienza
Prometeo, figlio del Titano Giapeto, apparteneva a una stirpe divina. Ma amava
molto gli esseri umani, ai quali un giorno, dopo averlo rubato agli dèi, fece
dono del fuoco: lo strumento che consentì loro di intraprendere la strada del
progresso, accorciando la distanza che li separava dagli immortali. Per
punirlo, Zeus lo fece incatenare a una roccia agli estremi confini del mondo,
immobilizzato da catene di ferro che lo serravano agli arti e al torace,
condannato a subire atroci, infiniti tormenti. Così il Titano ribelle veniva
rappresentato sulla scena ateniese. Così venne rappresentato, più precisamente,
quando Eschilo, attorno al 470
a.C., mise sulla scena il Prometeo incatenato (parte di
una trilogia per il resto andata perduta, che comprendeva, rispettivamente
prima e dopo quello «incatenato», un Prometeo portatore di fuoco e un Prometeo
liberato). Dei dubbi sulla autenticità della tragedia non parleremo, non solo
perché questione filologica impossibile da affrontare in questa sede, ma anche
e soprattutto perché quel che qui interessa, oggi, è soprattutto il contenuto
dell’opera.
Rispettando la regola della «distanza tragica», secondo la quale quel che
veniva portato sulla scena doveva distaccarsi dalla particolarità, dalla
specificità del presente, la storia di Prometeo induceva gli ateniesi a
riflettere su un tema molto importante nella Atene che, nel V secolo a.C.,
aveva raggiunto il massimo del suo splendore: l’incivilimento del genere umano
e le conquiste del progresso, di cui gli ateniesi andavano giustamente fieri. E
che oggi, a distanza di duemilacinquecento anni, è importante come forse non è
stato mai. In una bella prefazione alla nuova traduzione di Edoardo Boncinelli,
(Eschilo, Prometeo incatenato. L’uomo dal mito alla vita artificiale, Editrice
San Raffaele, pp. 118 euro 14), Luca Ronconi (al quale si deve una splendida
messa in scena del Prometeo nel teatro greco di Siracusa, nel 2002, e
successivamente al Piccolo Teatro di Milano) osserva, giustamente, che «un filo
percorre tutta la tragedia: che cosa accadrà domani»? E prosegue: «Se mai
un’epoca si è chiesta cosa accadrà domani, questa è la nostra. Senza per ciò
cercare in questa o in altre opere del passato un rapporto diretto. Sarebbe
chiudere gli occhi sulla nostra contemporaneità. No, dobbiamo guardare ai
grandi testi del passato come alla luce di stelle che non ci sono più. Quello
che conta è l’energia originaria. Questo il loro fascino. La sola attualità è
nei nostri occhi di lettori critici». E come tali appunto, sulla scorta delle
parole di Ronconi, eccoci dunque a rileggere la storia del figlio di Giapeto.
Personaggio ambiguo, astuto, preveggente (come dice il suo nome «colui che sa,
che vede prima») Prometeo, lo abbiamo detto, era amico dei mortali che aveva
difeso a cominciare dal momento in cui Zeus, conquistato il potere, aveva preso
a distribuire doni e prerogative a tutti, senza tenere alcun conto della stirpe
degli umani, che voleva addirittura sterminare mandandoli nell’Ade, per
sostituirli con una nuova stirpe. Donando loro il fuoco, Prometeo non li aveva
solo salvati dalla distruzione, aveva consentito loro di intraprendere il cammino
della civiltà: prima, essi «non conoscevano case di mattoni alla luce del sole,
abitavano invece come minute formiche nei recessi oscuri delle caverne»; non
conoscevano l’agricoltura, né le stelle, né i numeri e i segni dell’alfabeto;
non sapevano aggiogare gli animali selvatici, interpretare i sogni, solcare i
mari con le navi. Non conoscevano la medicina, non sapevano come contrastare le
malattie... È Prometeo stesso a fare l’elenco delle benemerenze conquistate nei
confronti dell’umanità, che si conclude con una orgogliosa rivendicazione:
«Tutte le arti ( technai) dei mortali vengono da Prometeo» (vv. 442-471;
476-506).
A dimostrare l’importanza del tema, nella Atene dell’epoca, sta il suo ritorno,
di lì a poco, nello splendido, primo stasimo dell’Antigone di Sofocle
(vv.332-375). Ma attenzione: anche se erano passati meno di trent’anni
(Antigone andò in scena nel 442
a.C.), la prospettiva di Sofocle era diversa. In
Eschilo, Prometeo è un eroe benefattore senza ombre. La visione eschilea del
progresso è fondamentalmente ottimistica, alle origini di esso il poeta
riconosce il dono di un dio: un ribelle, certo, ma pur sempre un dio. In
Sofocle, invece, il rapporto tra l’essere umano e il progresso è visto in
termini problematici: l’umanità ha trovato rimedio a tutto, tranne che alla
morte, e «possiede, oltre ogni speranza, l’inventiva della techne, che è
saggezza». Ma può prendere sia la via del bene, sia quella del male, può
rivolgere la techne in due direzioni: può farne un uso giusto, ma se il suo
coraggio diventa arroganza può farne un cattivo uso (vv.364-371). La civiltà e
il progresso sono il frutto dell’ingegno umano. L’uomo, «la più mirabile tra
quante cose mirabili esistono» (vv.333-363) guarda con orgoglio alle sue
conquiste: ma sa che queste tengono in sé un pericolo. Il valore morale del
progresso dipende dall’uso che l’essere umano ne fa. Il dio è scomparso. È
un’etica laica, quella che Sofocle esorta i suoi concittadini a discutere, con
questi versi. Un’etica che pone l’uomo davanti alla sua responsabilità. Non è
un caso, certamente, che a proporci questa nuova, bella traduzione della storia
di Prometeo sia uno scienziato (oltre che appassionato grecista) come Edoardo
Boncinelli.
Corriere della Sera 6.12.10

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