Se Platone è espulso dall’Europa
L’idea di Europa proviene dalla Grecia, terra di cui oggi si mette in discussione il carattere europeo.
Nel caffé affacciato sulla bocca del métro Sèvres-Babylone,
entrano i coniugi Kundera, Eva e Milan. Lei ha in mano una copia di Le Monde
appena acquistato nella vicina edicola. Lo stende sul tavolino e gettata
un’occhiata ai titoli di prima pagina non trattiene un’esclamazione di sdegno.
Gira il giornale affinché il marito possa leggere il motivo della sua
indignazione; e infatti lo scrittore ha la stessa reazione, seguita da un gesto
desolato della mano. Non conosco la lingua ceca e quindi non riesco a capire le
parole che si scambiano, ma incuriosito dalla breve, agitata mimica dei coniugi
Kundera, corro a comperare il quotidiano, e mi salta subito agli occhi quel che
ha provocato il loro lampo di collera. È un titolo, nel quale ci si chiede se la Grecia sia un paese
europeo. «La Grèce
est-elle un pays européen?» Anch’io vengo colto da un risentimento improvviso
nei confronti di chi ha preparato il terreno a quella bestemmia di dimensione
storica. Bestemmia che mette in dubbio con tracotanza, con smisurato, indecente
orgoglio (l’aristotelica hybris) l’essenza dell’Europa. Vale a dire
dell’Occidente, che non a caso è la traduzione greca di Europa; e il cui
pensiero originale, non solo il nome, viene da quella terra della quale si
mette in discussione il carattere europeo.
È facile scorgere in questa reazione un’eccessiva dose di retorica. Infatti
c’è. È un po’ come scandire: siamo tutti greci europei. Perché no? Affidarsi ai
tradizionali punti di orientamento offertici dalla storia per muoversi nel
presente conduce in una sfera metafisica. La Grecia non produce più gli eterni modelli della
bellezza. È chiaro. Così come Roma non è più la patria del diritto, né del
medioevo ascetico e trascendente, né del Rinascimento che ha elevato il
significato della vita terrena. È chiarissimo. Lo stesso vale per tanti altri
centri della civiltà europea. Tutti quei passati non appartengono tuttavia al
dominio delle nazioni o degli Stati di oggi, ma al (crociano) "regno della
verità". Costituiscono nel loro insieme, con le loro differenze e
contraddizioni, il comun denominatore culturale dell’Europa odierna,
multilingue ma con idee affini che si sono influenzate a vicenda, formando
attraverso i secoli una forte corrente di pensiero. Affidarsi unicamente al
livello dei redditi, alle peripezie finanziarie e alle oscillazioni della
moneta unica per determinare l’appartenenza all’Europa e di conseguenza alla
sua civiltà, è semplicemente un delitto. È uno dei punti più alti toccati dalla
nostra ignoranza di europei del XXI secolo. Pensare che la Grecia del presente non
possa coabitare, per la sua struttura economica e sociale, alla zona dell’euro
è un conto. Ma nessuno ha il diritto di pensare che essa non sia più europea.
Il suo passato, quel che della sua civiltà è vivo nel nostro pensiero, nella
nostra cultura, appartiene appunto al "regno della verità", di cui
noi tutti europei facciamo parte. La
Grecia più di qualsiasi altro paese poiché è stata l’origine
di tutto. Si può amputare l’Europa?
Milan Kundera è un europeo che può capire più di altri cosa significa essere
escluso dall’Europa. Come cecoslovacco ha vissuto il tradimento dell’Europa che
nel 1938, con l’accordo di Monaco, abbandonò il suo paese alla Germania di
Hitler. E dieci anni dopo ha vissuto la separazione della "cortina di
ferro", tra l’Europa dell’Est e quella dell’Ovest. La tragedia
cecoslovacca si è ripetuta nel ‘68, quando i comunisti hanno cercato di dare
"un volto umano" (ossia "europeo", così dicevano) al regime
imposto da Mosca. La quale, puntuale, mandò i carri armati, senza che nessuno
si muovesse in Occidente. Era dunque facile da interpretare la stizza di Milan
Kundera nel caffè di Sèvres-Babylone, davanti al titolo provocatorio sulla
Grecia. Gli veniva spontaneo identificarsi con quel paese. Non poteva non
indignarsi e non spazzar via con un gesto della mano l’interrogativo che
metteva in dubbio il carattere europeo della Grecia, madre culturale d’Europa.
Nessun carro armato minaccia Atene. Le calamità che possono abbattersi, e che
già si abbattono, sulla Grecia sono di un’altra natura. Quelle visibili,
concrete, sono economiche. Ma c’è l’umiliazione che è altrettanto pesante.
E i greci sono orgogliosi. Dopo secoli di occupazione ottomana sono ritornati
in Europa, pagando un altissimo prezzo di sangue. Byron e Chateaubriand si sono
associati alla loro lotta. Delacroix gli ha dedicato quadri che all’epoca
equivalevano a romanzi. E Mussolini la pagò cara, e con lui gli italiani,
quando pensò di poter "rompere la schiena" alla Grecia. La resistenza
al regime dei colonnelli, impossessatisi del potere nel 1967, fu aspra e
coraggiosa. L’ho seguita per anni con passione e rispetto. Quando negli ultimi
Settanta la fragile, disordinata democrazia greca chiese di entrare nella
Comunità europea, Valéry Giscard d’Estaing, allora presidente della repubblica
in Francia, replicò agli oppositori che non si poteva «chiudere la porta in
faccia a Platone». La logica di quella decisione era essenzialmente politica,
poiché la Grecia
non aveva tutti i requisiti. Ma c’era l’aspetto simbolico. Ad Atene era nata la
democrazia, la politica, il teatro, la poesia, la filosofia, la bellezza. Il
paese rurale e depresso, dove gli armatori miliardari non pagavano le tasse,
restava sinonimo di cultura. Non lo si poteva certo lasciare fuori dalla porta.
I suoi abitanti rappresentano poco più di un millesimo della popolazione
mondiale. I suoi monumenti e le sue opere letterarie e filosofiche costituiscono
una porzione assai più grande come vestigia della civiltà occidentale. Di cui
sono le fondamenta. Senza le quali il denominatore comune culturale alla base
dell’Europa non esisterebbe.
la Repubblica 18 novembre 2011

Precedente: La scommessa di un tecnico

